Il Sudafrica dà il via libera alle quote nere: 7 atleti di colore alla RWC

La SARU ha approvato il documento che fa da road map fino alla RWC 2019, con l’obiettivo del 50% di neri in squadra

ph. Sebastiano Pessina

ph. Sebastiano Pessina

Si chiama Strategic Transformation Plan (STP) ed è il documento che ha richiesto due anni di lavoro e con il quale la federazione sudafricana indica la via che seguirà almeno fino al Mondiale 2019. L’aspetto più atteso e importante? Quello delle cosiddette “quote nere”. Andiamo subito ai numeri: in ogni gara del Mondiale di settembre 2015 in Inghilterra ci saranno almeno 7 giocatori di colore nel gruppo dei 23 con l’obiettivo di raggiungere il 50% della rosa alla RWC 2019. Di questi sette due dovranno essere obbligatoriamente neri, ovvero non meticci. 
Una decisione che farà discutere e che il presidentedella SARU Oregan Hoskins presenta così: “E’ stato un lavoro complesso e non bisogna fermarsi davanti alle quote.

 

Il documento riflette sei dimensioni diverse e 71 indicatori diversi. Vogliamo introdurre al gioco 150mila bambini delle scuole primarie entro il 2019, accreditare 1.500 nuovi amministratori e dirigenti, aumentare tra questi ultimi il numero delle donne del 40%. E aumentare la rappresentanza della popolazione di colore nelle nostre selezioni. Oggi la maggior parte dei tifosi e dei giocatori di rugby in Sudafrica sono neri. L’84% dei giocatori U18 di questo paese sono di colore e li vogliamo parte attiva del gioco anche nell’alto livello”.
Jurie Roux, CEO della SARU, invece sottolinea che il documento è una road map, potranno esserci degli aggiustamenti in corsa e non ci saranno sanzioni se gli obiettivi non saranno raggiunti ma senza un piano chiaro in testa e una struttura adeguata non si va da nessuna parte.

 

Una decisione che farà discutere dicevamo. La reazione immediata è che non si combatte una discriminazione con delle quote, di qualsiasi colore, e che trattandosi di sport dovrebbe contare solo il merito. Ma va pure detto che i discorsi di principio possono trovare dei limiti nella concretezza quotidiana, fatta di accesso alla scuola e allo sport: se uno non può fare sport per cause economiche e sociali non potrà mai arrivare a quel merito che ti consente di fare cariera. E una federazione – e un paese – che guarda al di là del suo naso sa perfettamente che il problema vero è quello.
Le quote sono un buon metodo per ovviare a questa criticità? Non possiamo dirlo, dubbi ce ne sono, ma nessuno ha la palla di vetro e solo il tempo dirà se quello approvato dalla SARU è un buon piano oppure no.
E la storia del Sudafrica è troppo complicata (e insanguinata) per affrontare il tutto con atteggiamenti preconcetti a prescindere.

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