Come ti faccio rotolare la palla ovale lungo l’Appia Antica, all’ombra degli acquedotti

Marco Pastonesi questa settimana ci porta in un luogo dove rugby e storia si fondono in maniera unica

Appia Rugby

Appia Rugby

Anio Vetus, Marcia, Tepula, Iulia e Felice, Claudio e Anio Novus. Non sono i sette rugbisti, di cui due fratelli (Anio il vecchio e Anio il giovane), di una squadra di rugby a sette. Ma sono, a loro modo, i sette proprietari, o i sette gestori, o forse i sette sponsor del più affascinante, monumentale, storico campo da rugby che si possa immaginare. Il campo degli acquedotti. Nel Parco degli acquedotti, che sta nel Parco dell’Appia antica, che sta a Roma.
Un giorno è arrivata un’email. Veniva dall’estero e conteneva soltanto una domanda: posso venire a giocare da voi? Sul sito internet aveva visto il campo. Se andate sul sito internet, potete vedere il campo più affascinante, monumentale, storico che si possa vedere. D’estate e d’inverno. D’estate: con l’erba e il sole. D’inverno: con il fango e le nuvole. D’estate e d’inverno, ma anche in primavera e in autunno, con le rovine dei sette antichi acquedotti romani e papali, che rifornivano l’antica Roma di acqua, e forse anche di harpastum,l’antenato del rugby. Un vescicone di bue, che veniva riempito e imbottito, fino a renderlo più o meno pallone, e più o meno ovale. La regola del mark e dell’ingaggio non esistevano ancora, ma lo spirito del placcaggio e della meta probabilmente sì.

 

L’Appia Rugby abita lì, al campo degli acquedotti. Da sei anni. Anzi, dal 6 ottobre, gli anni saranno sette. Succede quando un gruppo di amatori dell’Aniene Rugby esplora parco e rovine, scopre un campo da baseball dismesso e azzarda un desiderio fino a renderlo un progetto. Il campo viene sistemato, come spogliatoi – prendere o lasciare: prendere – si utilizzano quelli di un tennis club, si chiede aiuto a un editore che ha nel nome, Porta Portese, un programma e una filosofia, e tutto nasce. Prima l’Appia Rugby, per i bambini. Poi la Rugby Roma 2000, per i grandi. Poi Porta Portese che, adesso si direbbe una franchigia, comprende sia Appia Rugby sia Rugby Roma 2000. Poi squadre, che ora vanno dall’Under 6, come una tabellina facile, all’Under 8, Under 10, Under 12, Under 14 e Under 16 (Appia Rugby), Under 20 e due squadre seniores (Rugby Roma 2000). Più una sezione femminile, che proprio in questi giorni deciderà se rimanere o cercare un altro orizzonte. Totale: 320 rugbisti.

 

Quelli dell’Appia sono dei missionari. Battezzano, benedicono e, soprattutto, convertono (non dimenticate che “conversion” è la traduzione di “trasformazione”, il calcio dopo la meta). Sabato prossimo, dalle 14.30 alle 17, in occasione della 24 ore di mountain bike di Roma, allenamenti di minirugby nel Parco degli acquedotti, gratuiti. Corsi di rugby per bambini a disagio economico o in case-famiglia, gratuiti. Corsi di rugby nelle scuole  elementari e anche in una scuola media, gratuiti. Anche collette alimentari. Forse un altro progetto ancora più importante, umanitario e rugbistico, con un centro rivolto a chi è colpito da diversi tipi di dipendenze.
Slogan “More than just a game”, più che un semplice gioco; maglie a strisce orizzontali verdi e blu; il primo presidente (Fabio Ceccarelli) che rimane in carica sei anni nonostante gli otto figli e ancora adesso si prodiga per la società; un ragazzo (Tiziano Pasquali, pilone) approdato nell’Under 20 dei Leicester Tigers, e altri due (Andrea Vella e Patrizio Salvatori) nel giro dell’Under 17 italiana; terzi tempi gentilmente offerti dai genitori; e a proposito dei genitori, una mamma che la prima volta che vede un allenatore si lascia scappare che “io, mio figlio, a uno come quello lì non lo affiderei mai”, invece quello lì ha la faccia truce ma è un pezzo di pane, e adesso la frase “io, mio figlio, a uno come quello lì…” è diventata una specie di passaporto universale.
Saranno anche quasi tutti poveracci, come confessano, a cuore aperto, ma se si considerano tesori come il tempo e la volontà, come la pazienza e la disponibilità, qui all’Appia sono tutti dei Re Mida.

 

di Marco Pastonesi

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