Il cantastorie della palla ovale, tra illuminazioni, sigarette ed eterne rivalità

Marco Pastonesi ci regala otto pennellate di indimenticabile Rugby

 

La storia di quel giocatore internazionale irlandese che aveva deciso di smettere di giocare per prendere i voti, cioè farsi prete, insomma dedicarsi alla Chiesa. I suoi colleghi erano dispiaciutissimi: una perdita incalcolabile per il rugby. E dopo l’ultima partita, uno di loro andò dal compagno e gli disse: “Hai ancora cinque anni di grande rugby. Davvero non ci ripensi?”. “Non troverò mai Gesù Cristo – gli rispose – su un campo da rugby”. E il compagno, prontissimo: “Vero, ma ne sentirai parlare molto spesso”. (La storia del giocatore internazionale irlandese fu attribuita a uno dei numerosi Hewitt. Ma tutti gli Hewitt s’indignarono e poi si offesero per quella che consideravano un’illazione, e scrissero una lettera in cui autocertificarono che nessuno della loro grande famiglia andava in Chiesa).

La storia di quel giocatore espulso per fumo. Scontento della decisione arbitrale, alla fine della partita il giocatore fumatore andò dall’arbitro e gli disse che non era d’accordo. “Ma io non ti ho mica espulso perché fumavi una sigaretta – spiegò l’arbitro -. Ti ho cacciato perché mi hai chiesto di accendertela”.

La storia di quella speciale richiesta di biglietti. Fu pubblicata su un giornale neozelandese alla vigilia di All Blacks-Lions all’Eden Park di Auckland: “Tifoso di rugby desidera incontrare vedova benestante con due biglietti per la partita di sabato, in vista di futuro matrimonio. Si prega di spedire foto (dei biglietti)”. Pare che la stessa tecnica sia stata usata anche per Galles-Inghilterra all’Arms Park di Cardiff e per Springboks-Francia all’Ellis Park di Johannesburg.

La storia di quel tifoso inglese mai soddisfatto. Si stava giocando Inghilterra-Scozia a Twickenham, nel 1965. E mentre l’inglese Andy Hancock dopo una prodigiosa corsa di 90 metri, quasi da una linea di meta all’altra, evitando tutti i placcaggi, esausto, stava finalmente depositando il pallone in meta, dalla West Stand si levò il chiarissimo invito: “In mezzo ai pali, maledetto”.

La storia di quella eterna rivalità fra gallesi e inglesi. Così radicata e così radicale che né all’Arms Park prima né al Millennium poi, e neanche a Twickenham prima e poi, i biglietti sono mai sufficienti. Per soddisfare tutte le richieste, gli stadi dovrebbero gonfiarsi fino a raddoppiare. In una circostanza la rivalità raggiunse punte di febbre così alta che un anziano tifoso gallese ebbe un attacco di cuore ancora prima che cominciasse la partita nel vecchio Arms Park. Fu caricato su un’ambulanza e trasportato a grande velocità in un ospedale. Giunto al pronto soccorso, un medico chiese a uno degli infermieri dell’ambulanza se nelle tasche dell’infartato avessero per caso trovato il biglietto della partita. “Macché – sbottò l’infermiere -. Se lo sono presi quei farabutti all’Arms Park”.

La storia dell’ala inglese Peter Jackson, detto “Jacko” in tempi non sospetti, perché l’altro “Jacko”, quello musicale, cioè Michael Jackson, nel 1959 aveva soltanto un anno di vita. Peter Jackson si trovava in Nuova Zelanda con i Lions: un “tour” formidabile, perché i Lions davano spettacolo, e Jackson ne era la stella. I tifosi neozelandesi chiesero che l’acrobatico giocoliere Jackson fosse autorizzato a entrare sul prato con un monociclo e una serie di anelli per intrattenere il pubblico quando il gioco fosse dall’altra parte del campo.

La storia di Jammy Clinch. Irlandese. Una forza della natura. Un uomo capace di trasformare le mischie in risse, gli uno contro uno in incontri di pugilato. Il suo massimo momento di orgoglio fu quando l’Irlanda giocò contro il Galles a Swansea, nel 1930. Entrando in campo, ancora prima del fischio d’inizio della partita, Clinch venne salutato dalla folla con un corale “arbitro, manda fuori quel bastardo”. Jammy pensò che fosse fantastico essere ricordato dopo un intervallo di ben quattro anni.

La storia delle intimidazioni di Colin Meads. Il più forte All Black di sempre terrorizzava gli avversari ancora prima di cominciare la partita. Meads era grande, grosso e maledettamente cattivo. Invitato a raccontare il suo primo “cap”, perdipiù proprio contro quella belva di Meads, lo scozzese G.W.E. Mitchell disse che Meads lo aveva minacciato. “Mi ha detto: ‘Schiaccerò la tua faccia nel fango’”. E tu?, domandarono i compagni a Mitchell. “Gli ho detto ‘vaffanculo’”, rispose Mitchell. Poi aggiunse: “Ma sottovoce”.

 

di Marco Pastonesi

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