Il Mongolo francese che si prese il Cinque Nazioni

Storie da Sei Nazioni: Michel Crauste, un nome che metteva paura (chiedere a Marco Bollesan)

C’erano il Bisonte (Georges André) e il Bufalo Francese (Jean Lassègue), il Mammuth (Olivier Sarraméa) e il Leone di Swansea (Roberto Soro). E ci sarebbero stati anche il Piccolo Toro Furioso (Roland Bertranne), Hulk (Olivier Brouzet) e l’Orco (Sébastien Chabal). Lui era il Mongolo. O anche Attila. Mongolo per i baffi, folti e spioventi. Attila per i modi, sbrigativi e definitivi. Il rugby lo imparò a scuola: non la scuola di rugby, ma quella dei mestieri, meccanico per la precisione. Vedono questo pezzo d’uomo, grande e grosso, con la faccia che mette paura e le spalle rubate all’agricoltura, e allora invece di sistemarlo al tornio, lo piazzano in mischia, terza linea, all’ala, licenza di uccidere, sportivamente parlando. Ci rimase una ventina d’anni. Prima al Racing di Parigi, poi al Lourdes, e nella Francia, anche da capitano.

 

Michel Crauste era il Mongolo, era Attila, e tra gli anni Cinquanta e Sessanta era anche la Francia: 44 partite senza saltarne una. Il Mongolo era quello che al debutto nel Cinque Nazioni, nel 1958, vittoria 16-6 a Cardiff contro il Galles, venne indicato come il migliore in campo. Il Mongolo era quello che si prese l’onore del battesimo ufficiale di sangue di Marco Bollesan, aprendolo come un’anguria. Il Mongolo era quello che nel 1962 segnò tre mete all’Inghilterra (mai a tanto era arrivato un francese) e liquidò la prodezza dicendo che il rugby è un gioco di squadra, che la meta è la conclusione di un’azione collettiva, che erano stati bravi i compagni a dargli i palloni giusti. Il Mongolo era quello che nel 1964 guidò i Bleus alla vittoria 34-11 in Rhodesia, e pensare che nella Rhodesia c’erano fenomeni come Piet Greyling, una terza ala che sarebbe diventato capitano degli Springboks, e Hill, un pilone che a capocciate avrebbe steso anche un minotauro, e che pur di giocare a rugby aveva accorciato la luna di miele, e che poi per nove anni – il periodo della sua carriera internazionale – non aveva mai portato la famiglia in vacanza. Il Mongolo era quello che trasformò Lourdes da un’anticamera del paradiso al regno dell’inferno, perché mai si era vista una squadra così fisica e feroce, così muscolare e spietata. Il Mongolo era quello che nel 1971, in un incidente di gioco durante una partita fra vecchie glorie, si fratturò una vertebra cervicale, rischiò di rimanere paralizzato, poi piano piano si ritrovò, si riprese, si raddrizzò.

 

Adesso Crauste – 78 anni, occhialini, basco, maglia da rugby o giacca di pelle – fa un po’ meno paura e un po’ più tenerezza. Le dimensioni, che allora sembravano esagerate, adesso sono ragionevoli. Perfino i baffi sono diventati più democratici. A Lourdes, non potendo chiamare la Madonna (apparizioni saltuarie, e comunque altri impegni), a presiedere la gloriosa squadra hanno chiamato lui, che almeno garantisce una presenza costante. Che si richiama ai valori morali: rispetto, tolleranza, umiltà, solidarietà, coraggio. Che si appella al gioco di squadra e agli slanci di fantasia. Che guarda all’esempio degli All Blacks. Che predica l’opera di reclutamento e selezione. Che sostiene la cultura di Ovalia. E che vede, nel rugby, un’eterna scuola di vita. E se gli si chiede una storia, una sola che magari spieghi tutto, il Mongolo racconta quello che gli successe nel 1961, in Nuova Zelanda, durante South Canterbury-Francia: verso la fine della partita, dopo aver placcato in maniera poco regolamentare un avversario, una donna – si dice la madre del giocatore, Eddie Smith – entrò in campo, si diresse verso di lui e lo prese a ombrellate. Crauste si dimostrò quel galantuomo che (non sempre) era: non reagì. Ma forse solo per la sorpresa.

 

di Marco Pastonesi

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