Pinocchio, il Nano, Genova e le Zebre: il rugby in riva al mare mezzo secolo fa

Marco Pastonesi ci fa fare un salto nel tempo e ci porta nella Liguria degli anni ’60 e ’70. Per conoscere un numero 9

Era lui, il Nano. D’accordo: l’altezza non era il suo forte, ma quanto al resto, la faceva da gigante. Umberto Conforto detto Nano da Marco Bollesan. E Marco Bollesan detto Pinocchio da Umberto Conforto. Bollesan numero otto, terza centro. E Conforto numero nove, mediano di mischia. Nel Cus Genova e in Nazionale. Vite quasi parallele.
Quella di Conforto comincia a Genova, alla Foce, con un pallone rotondo, sferico, prima plastica poi cuoio, campionato Csi, squadra San Pietro, ma quando suo fratello Carmelo si stufa del calcio e comincia il rugby e a casa racconta che è tutta un’altra aria, tutto un altro spirito – “E’ bellissimo: sembrano tutti matti” -, Umberto lo segue. Prima da ala, poi da centro, infine da mediano di mischia, e la roulette dei ruoli e delle maglie finisce lì. Nel cuore del gioco, al comando della scialuppa, nella stanza dei bottoni.

 

Era lui, il Nano. Genovese di piazza Leonardo da Vinci, studente universitario, mente e braccio, la mente per vedere il campo, il braccio per aprire il gioco. Il passaggio in tuffo e il lancio lungo: due marchi di fabbrica. Quel Cus Genova è siderurgico come l’Italsider: approda in serie A da miracolato, lotta per non retrocedere, gli anni Sessanta vissuti sempre in trincea, e quella volta – ultima giornata – che si ritrovano alla stazione ferroviaria di Padova, Cus Genova e L’Aquila, “Che avete fatto?”, “Noi vinto, voi?”, L’Aquila ha giocato con le Fiamme Oro, il Cus Genova con il Petrarca, e l’ha battuto 3-0. Morale: Cus Genova salvo e L’Aquila retrocesso.

 

Era lui, il Nano. Era lui la luce per Tonino Massa, il guru del Cus Genova, un gomitolo di “belin” e “figieu”, che prima tortura i suoi ragazzi e poi li accompagna a casa. Era lui, il Nano, quello che buca la difesa avversaria e poi passa il pallone a chi lo segue in sostegno, “che generoso” commentano sugli spalti, ma la verità è che dopo quello scatto esaurisce il fiato e il passaggio diventa un liberazione. Era lui, il Nano, quello che sulla fede non ha la data del matrimonio, perché anche il matrimonio dipende dal calendario del rugby, prima le partite, poi il resto. Era lui che, come tutti tranne Bollesan, soldi zero, si gioca solo per il piacere di darle e prenderle. E ormai da ingegnere elettronico, il rugby è davvero soltanto un piacere.

 

Quella volta con il Cus Genova a Rovigo, senza maglie, dimenticate a casa, e allora in campo con le maglie di riserva del Rovigo e l’inno dei bersaglieri buono per tutti. Tutte quelle volte a Rovigo, e se cadi nella rete ai bordi del campo, gli spettatori ti prendono a calci. Quella volta con l’Amatori Catania a Frascati, vinto, aggrediti negli spogliatoi, accompagnati alla stazione dalla polizia, partiti in treno con due ore di ritardo. E quella volta a Catania contro il Frascati, cancelli chiusi, scortati da guardie del corpo. Quell’anno vissuto in Argentina, arrivato con una lettera di presentazione della Nazionale italiana, e giocato a Mar del Plata, anche contro il San Isidro. Quella volta che in campo si frattura un braccio e al lavoro si giustifica dicendo che ha avuto un incidente in macchina, per credergli non gli credono, ma almeno non perde il posto. Quella volta che si spacca il setto nasale, esce dal campo e se lo sistema da solo. Quella volta che, nella squadra dell’Esercito, al colonnello dice che “sarà estremamente difficile”, e il colonnello gli ordina “allora fate i pallonetti”. Quelle volte – diciassette – nell’Italia. Quelle volte – due – nelle Zebre. E quell’ultima volta, a 49 anni, nell’Old Rugby Milano, “scendo dal treno e non riesco più a piegare le gambe”.
Adesso Umberto Conforto, elegante come un golfista e aristocratico come un tennista, sembra un “lord”. Proprio vero: mai fidarsi di un mediano di mischia.

 

di Marco Pastonesi

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