Luca Morisi: “Smettere non è stata una decisione facile, vorrei che la mia nuova vita restasse legata al campo”

50 presenze in nazionale, una lunga carriera tra Benetton e Zebre e tante ripartenze dopo gli infortuni: Morisi guarda avanti e ne parla a OnRugby in una lunga intervista

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Luca Morisi: "Smettere non è stata una decisione facile, vorrei che la mia nuova vita restasse legata al campo" - ph. OnRugby

Luca Morisi ha salutato il rugby giocato da poche settimane, lo ha fatto con lo stesso stile con cui ha attraversato tutta la sua carriera: senza alzare troppo la voce, onorando i colori di ogni squadra in cui ha giocato.

Una lunga esperienza con il Benetton Rugby, gli ultimi anni alle Zebre, nel mezzo 50 caps in azzurro, una storica doppietta a Twickenham, infortuni durissimi e ripartenze continue; a 36 anni il trequarti centro di origine milanese anni chiude un cammino importante, forse non perfettamente lineare, ma che lo ha sempre visto rialzarsi e tornare in campo con ferrea determinazione.

Adesso, nel momento del ritiro, Morisi si racconta a Onrugby a 360°, parlando della sua nuova vita, degli avversari più duri, dello sviluppo delle franchigie italiane e anche della gratitudine verso chi gli è stato accanto nei passaggi più difficili.

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Luca Morisi: «Sento di dover restituire qualcosa anche alla mia famiglia per tutto quello che mi ha dato finora»

La prima parte dell’intervista è dedicata al presente, con un focus sui momenti più difficili che hanno rallentato il percorso di Luca Morisi, senza però impedirgli di togliersi importanti soddisfazioni.

Dopo 15 anni di rugby professionistico al massimo livello: come sarà la vita di Luca Morisi fuori dal campo?

«Spero che la mia nuova vita resti il più possibile legata al campo. Soprattutto negli ultimi anni mi sono reso conto che, nel post carriera, vorrei darmi una possibilità rimanendo dentro questo ambiente. Ho studiato Scienze Motorie e poi mi sono specializzato con un diploma in strength & conditioning, quindi mi piacerebbe continuare su questa strada. Da una parte c’è il lavoro legato alla preparazione atletica, che mi appassiona molto; dall’altra mi piacerebbe iniziare a fare esperienza anche come allenatore. È una cosa che ho già cominciato a fare quest’anno. Ho collaborato con l’Accademia “Ivan Francescato”, insieme a Michele Rizzo e Andrea Di Giandomenico. Non direi che ho fatto l’assistente, perché era più un’attività che incastravo nel tempo libero, tra allenamenti e partite, però ho iniziato a muovere i primi passi: dare qualche consiglio ai ragazzi, seguire qualche allenamento, provare a trasmettere qualcosa. Ecco, oggi mi vedo soprattutto lì, almeno nel futuro più vicino».

Se dovessi pensare a un futuro da coach, quale area preferiresti tra quella tecnica e quella fisica?

«In realtà vanno abbastanza di pari passo. Io sono ancora totalmente innamorato del campo: mi piace ancora allenarmi e giocare, quindi rivedermi in quel ruolo, dare consigli e osservare quello che succede con occhi diversi mi ha preso molto. Allo stesso tempo, per la mia storia personale, per tutti gli infortuni che ho avuto e per il percorso di studi che ho fatto, il tema del conditioning mi è rimasto accanto per tutta la carriera. Ho dovuto metterci un focus molto importante per riuscire a giocare fino a oggi. Ho avuto tante sventure, e quella parte lì mi ha salvato la vita, devo essere onesto. Anche all’università materie come traumatologia e riabilitazione mi hanno appassionato molto. Non c’è una parte che prevale nettamente sull’altra. Forse oggi mi sento un po’ più formato sul lato strength & conditioning, perché l’ho vissuto più da vicino. Come allenatore, invece, ho appena iniziato a fare qualche esperienza».

Perché hai deciso di chiudere con l’attività agonistica?

«Non è stata una decisione facile. Avevo la possibilità di restare a giocare un altro anno, ma tra esigenze familiari e la necessità di riavvicinarci ai nonni, alla fine abbiamo scelto di tornare verso Treviso. A Parma si chiude un capitolo meraviglioso per la mia famiglia, siamo stati benissimo, ma la gestione della vita quotidiana stava diventando più complicata e allora la decisione è stata quella di spostarci. Diciamo che un altro anno me lo sarei anche fatto, ma sento di dover restituire qualcosa anche ai miei cari per tutto quello che mi ha dato finora».

Gli infortuni hanno avuto un peso non indifferente, ma tu sei sempre riuscito a uscirne più forte: che effetto ti fa aver giocato la prima Coppa del Mondo a 28 anni?

«Se ci ripenso, ci sto ancora male per il Mondiale del 2015 sfumato. Però alla fine il mio obiettivo l’ho raggiunto lo stesso, quindi non credo che farlo a 28 anni invece che a 24 cambi davvero il significato di quella esperienza. Purtroppo ho avuto davvero una cattiva sorte con gli infortuni».

A proposito di momenti durissimi, molti tifosi ricordano l’infortunio con le Fiji, quando sei stato costretto a un intervento chirurgico per asportare la milza. Come ci si rialza da una situazione così?

«Per fortuna ho avuto mio padre accanto, che mi ha seguito molto da vicino. Sono rimasto per parecchi mesi a Milano e abbiamo fatto una cosa alla volta, piano piano. Andavo ancora ad allenarmi al Leone XIII con Daniele Porrino e, appena ho avuto il via libera per uscire di casa e riprendere davvero, non ho mollato un colpo. È stata un po’ la caratteristica della mia carriera: magari non ne ho mai parlato troppo, ma mi sono fatto un gran mazzo».

Luca Morisi, “Italia-Inghilterra: ho avuto la fortuna di segnare quelle due mete “

Probabilmente le immagini più famose di Luca Morisi sono quelle che lo ritraggono in meta a Twickenham con la maglia dell’Italia. Il legame con la Nazionale è profondo, così come quello con il rugby inglese.

Nel tuo curriculum figura anche un anno in Inghilterra: che cosa ti porti dietro dall’esperienza con i London Irish, culminata con il fallimento del club?

«È stata un’esperienza fantastica. Era da sempre un mio sogno uscire dalla mia zona di comfort, perché Treviso per me è casa, però dopo tanti anni ammetto che forse mi ero un po’ seduto. Poi è arrivata la competizione di un giovane e bravissimo Tommaso Menoncello, che mi ha dato la spinta giusta per muovermi, e fortunatamente si è presentata l’occasione. In Inghilterra ho scoperto un rugby bellissimo, dal punto di vista tecnico uno dei più belli che si giochi in Europa, e un sistema di formazione fantastico. La scuola di rugby dei London Irish era, e credo sia ancora, una delle migliori d’Inghilterra, perché aveva un bacino davvero molto interessante. Mi resta il rammarico per quel secondo anno che non c’è stato. Nel primo avevamo sfiorato i playoff buttando via partite clamorose, ma nel secondo sono convinto che avremmo potuto fare molto bene. C’erano tanti giovani che stavano esplodendo, un gruppo di leader consolidato, sarebbe stato davvero interessante. Però, come spesso è successo, è andata diversamente».

14 febbraio 2015: realizzi due mete a Twickenham contro l’Inghilterra e sei il primo italiano a farlo. Ci racconti le emozioni di quella giornata?

«Di quella partita ho ricordi bellissimi. Io sono sempre stato un ragazzo abbastanza ansioso, soprattutto nel prepartita, ma quel giorno mi ricordo di essere stato stranamente rilassato, quasi spensierato. Ricordo l’atmosfera del riscaldamento, l’immensità di Twickenham, le chiacchiere con i compagni. Poi la partita è iniziata e abbiamo semplicemente pensato a giocare, senza farci schiacciare da tutto il resto. Ho avuto la fortuna di segnare quelle due mete e ancora oggi non so bene come spiegarlo: forse è stato un colpo di fortuna, forse doveva semplicemente andare così, forse era destino.
L’Inghilterra, l’ho detto tante volte, era la mia squadra preferita da bambino. Andavo al pub con mio padre a vederla giocare, avevo tutte le maglie, quelle vecchie in cotone a maniche lunghe con lo sponsor O2. Evidentemente doveva andare così».

Cinquanta caps in nazionale e tante sfide contro grandi campioni alle spalle. Qual è stata la squadra più forte che ti sei trovato di fronte?

«Ti direi il Sudafrica del 2019. Magari contro la Nuova Zelanda al Mondiale in Francia, nel 2023, abbiamo preso più punti, ma quel Sudafrica lì era ingiocabile. Mi ricordo ancora quelle touche veloci da cui partivano Du Toit, Kolisi, poi la fase dopo e arrivava Etzebeth: erano un incubo. Ho proprio l’immagine nitida di queste ondate continue, con quei pod lanciati a una velocità assurda. Terribile. A livello individuale non ti direi un solo nome, era tutto il loro quindici a essere soffocante. E poi il rosso preso in quella partita non ci aiutò di certo. Io arrivavo anche da giorni complicatissimi, avevo un dolore al collo tremendo, non riuscivo neanche a dormire. Sono rimasto in dubbio fino all’ultimo. È stata una delle partite più dure della mia carriera».

Luca Morisi: “Alle Zebre ho ritrovato un gruppo di giocatori incredibile, molto unito e molto professionale”

Nel palmares sportivo di Luca Morisi spiccano due esperienze di club più significative di altre: quelle con Benetton e Zebre. Quindici anni di rugby ai massimi livelli e uno sguardo al futuro che trasmette ottimismo.

Hai vissuto entrambi gli ambienti delle franchigie italiane in URC, vestendo la maglia del Benetton per la prima volta nel 2011, nei primi anni dell’avventura celtica. Che cosa è cambiato a Treviso in tutto questo tempo?

«Treviso ormai non la vivo più da cinque anni, quindi so che è cresciuta ancora, ma già quando ero lì si vedeva chiaramente il cambiamento. Nei primi anni abbiamo vissuto un periodo di assestamento in un campionato molto difficile. Poi, poco alla volta, soprattutto dopo il 2015-2016, è cambiata la mentalità. Hanno iniziato a investire, ad allargare gli spazi, a usare la Ghirada in modo diverso, ad avere una palestra, una sala meeting e un’organizzazione sempre più da squadra professionistica. Il salto vero, però, secondo me è arrivato quando hanno deciso di investire seriamente sul lato performance. L’arrivo di Pete Atkins ha portato un approccio molto scientifico, sia sul prehab che sul rehab, e per uno come me quella parte ha fatto la differenza. Poi il lavoro è stato portato avanti anche da Crowley e da O’Shea. È stato un percorso di crescita continuo».

Tornando invece all’ultima esperienza, pensi che le Zebre siano pronte a spiccare definitivamente il volo ?

«Alle Zebre ho ritrovato, soprattutto nel primo anno, quello che mi aspettavo sentendo parlare i ragazzi della nazionale: un gruppo di giocatori incredibile, molto unito e molto professionale, immerso in una situazione particolare da gestire. Una società sotto controllo federale, con potenzialità ma anche con alcuni vincoli comprensibili. Oggi, però, mi sembra che qualcosa stia cambiando. Il nuovo consiglio di amministrazione sta lavorando bene, hanno idee chiare. Dal punto di vista sportivo, quest’anno è stato un po’ sfortunato. Abbiamo fatto delle buone partite, alcune sfumate per colpa nostra, altre per episodi. Però vedo un bel progetto, un bel gruppo e uno staff valido. Per questo sono convinto che in futuro le Zebre possano progredire ancora».

Il ruolo di trequarti centro, come ogni posizione del rugby contemporaneo, si sta evolvendo: bisogna saper fare molte cose, perlopiù a ritmi frenetici. Se tu dovessi affiancare un giovane, su cosa gli consiglieresti di lavorare per farsi strada nel rugby d’élite?

«Sembra brutto da dire, ma oggi partirei dal motore. Se fossi un allenatore del settore giovanile, la prima cosa che cercherei sarebbe il ragazzo con qualcosa in più dal punto di vista fisico. Penso che sia evidente la differenza che può fare un giocatore come Tommaso Menoncello, è qualcosa di incredibile, e credo che il rugby andrà sempre di più in quella direzione. Poi, una volta trovato il motore, per costruire le skills c’è sempre tempo. Nacho Brex è un esempio bellissimo di come si possa costruire il proprio gioco e la propria visione. Se devo dare un consiglio secco» — ride — «direi: nasci con gambe importanti, perché poi la vita diventa più facile. Io dopo gli infortuni non ho più avuto quelle gambe e l’ho sofferta parecchio. Con le gambe è tutto più semplice. In un rugby con difese sempre più aggressive e strutturate, la capacità di vincere l’uno contro uno è fondamentale. Detto questo, il centro resta un ruolo polivalente perché devi saper fare tutto. E oggi secondo me conta sempre di più anche la capacità tattica, compreso il gioco al piede, per andare a colpire alle spalle di difese sempre più asfissianti».

C’è qualcosa che senti di voler dire adesso che si chiude questa fase della tua carriera? E che cosa ti porti dietro della tua esperienza in azzurro?

«Mi porto dietro soprattutto tutti i momenti belli, anche quelli fuori dal campo, con i compagni e con gli amici che ho trovato lungo il percorso. Sono stati anni importanti e ho fatto di tutto per vivermeli al massimo. Il piccolo rammarico, se devo dirne uno, è non aver vissuto da dentro questo nuovo gruppo negli ultimi anni: è un gruppo fantastico, fortissimo, e mi spiace non esserci arrivato con due o tre anni in meno e con qualche infortunio in meno. Voglio davvero ringraziare tutti: i tifosi, la mia famiglia e Gabriele Rossi, che c’è sempre stato. In questi giorni ho ricevuto tanti messaggi di stima che non mi aspettavo e mi hanno fatto molto bene. Sono sempre stato abbastanza lontano dalle luci della ribalta, quindi ricevere questo affetto mi ha fatto davvero piacere».

Valerio Bardi

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