Rugby’s Greatest Rivalry: Sudafrica, come si ribalta la serie con gli All Blacks?

Un secondo tempo sottotono e un disastro nel breakdown: queste le cause del sorprendente 1-0 di questo inizio serie. Ecco come gli Springboks possono ribaltare tutto

Rugby's Greatest Rivarly: Sudafrica, come si ribalta la serie con gli All Blacks? (ph. AFP)

Rugby's Greatest Rivarly: Sudafrica, come si ribalta la serie con gli All Blacks? (Ph. PHILL MAGAKOE / AFP)

Per qualcuno era un 4-0 annunciato, per tanti alla fine il Sudafrica l’avrebbe spuntata in qualche modo, e invece la serie della Rugby’s Greatest Rivalry è iniziata nel modo più inatteso, con gli All Blacks non solo vincitori (16-33) ma totalmente dominanti nel secondo tempo in casa dei campioni del mondo. E adesso cambia tutto. Il Sudafrica è sotto 1-0 e deve ribaltare una serie che non può permettersi di perdere, non proprio quando sta cercando di riaffermare definitivamente il suo dominio a un anno dalla Coppa del Mondo, non contro i rivali di sempre, non contro una squadra che per quanto forte è comunque ancora lontana parente dei grandi All Blacks di un tempo.

Perché il Sudafrica ha perso la prima partita con gli All Blacks

Rassie Erasmus ha impostato la partita “da Sudafrica” (forse anche troppo), l’ha giocata “da Sudafrica” e l’ha persa fondamentalmente non perché l’approccio fosse sbagliato, ma perché ha fatto di tutto per perderla, con una serie di regali che solitamente gli Springboks non fanno: dagli errori non forzati in zona rossa all’intercetto preso da Grant Williams nel momento più importante. La statistica apparsa sullo schermo al 64′ parlava da sola: 9 ingressi nei 22, media di 1,1 punti per ingresso. Troppo poco per chiunque, figuriamoci per i campioni del mondo.

Gli Springboks hanno dominato dal punto di vista prettamente fisico – soprattutto in mischia – ma senza mai imporsi realmente nel breakdown e senza mai far uscire dalla partita gli All Blacks, che hanno preso fiducia col passare dei minuti, fino a capire che il colpaccio si poteva fare eccome. Gli All Blacks hanno avuto solo il 39% di territorio, ma il 56% di possesso e soprattutto hanno vinto 14 turnover contro 5. Il problema principale è stato proprio il punto d’incontro. Gli All Blacks hanno messo tantissima pressione nel breakdown, togliendo tempo a un mediano elettrico ma non sempre lucidissimo come Grant Williams, che in alcuni frangenti è apparso totalmente nel pallone sotto la pressione neozelandese.

Anche in attacco il Sudafrica non è riuscito a giocare come prefissato alla vigilia. Gli avanti sudafricani sono rimasti spesso centrali, mentre il piano d’attacco di Tony Brown avrebbe dovuto – in teoria – portarli ad allargarsi per togliere punti di riferimento e avere un mismatch fisico a favore in ogni zona del campo. E poi c’è la gestione della panchina, totalmente sbagliata come ammesso dallo stesso Erasmus: la concussion di Arendse dopo pochi minuti gli ha complicato i piani, ma il tecnico ha ammesso che la scelta di far entrare “l’ibrido” Esterhuizen e non un trequarti di ruolo non ha pagato e che la riorganizzazione del reparto trequarti non è stata ottimale.

Come si ribalta la serie?

Come dopo ogni prestazione non soddisfacente, Rassie Erasmus spariglia le carte e cambia assetto. Anche se in questo caso alcuni cambi sono obbligati, come quelli di Kolbe (dentro Hooker) e Williams (dentro Reinach). La chiave, però, è la scelta dell’apertura: quando le cose si mettono male il buon Rassie tira fuori dal congelatore il solito Handré Pollard, chiamato a mettere ordine in un attacco poco lucido e concreto nella prima partita.

Con Mngomezulu (molto criticato, forse anche oltre le sue reali responsabilità) il Sudafrica aveva cercato maggiore varietà e più capacità di allargare il gioco, con Pollard invece gli Springboks vorranno ridurre il più possibile il numero di errori non forzati, una delle chiavi del primo match. Anche perché non si può dire che il Sudafrica non abbia avuto occasioni né spazi per andare a colpire: non li ha sfruttati, ma c’erano. E poi con Kolbe fuori e Mngomezulu impossibilitato a calciare (viene da un infortunio, per questo non ha piazzato) era necessario avere un piazzatore affidabile, anche perché Erasmus ha fatto chiaramente capire che non vuole più avventure (“abbiamo sbagliato a non piazzare sul 13-16” aveva detto dopo la prima partita).

In assenza di Williams, poi, Eramsus punta sulla calma e l’esperienza di Reinach, per una mediana di certo non arzilla (78 anni in due) ma che in momenti di difficoltà garantisce più tranquillità. Inoltre, la presenza di Kolisi (rientro un po’ forzato e in dubbio fino all’ultimo, ma necessario) potrebbe migliorare soprattutto la competitività del breakdown, dopo il disastro combinato a Johannesburg. Il capitano sudafricano non dovrà solo metterci la testa in prima persona, ma anche garantire maggiore ordine a un reparto apparso stranamente disorganizzato, con sostegni meno puntuali del solito al portatore, secondo uomo non sempre vicino al punto d’incontro, ballcarrier troppo isolati: cose non da Sudafrica, insomma.

Infine, l’idea dell’allenatore dell’attacco Tony Brown di cercare di più la larghezza del campo rispetto alle vecchie versioni del Sudafrica (quelle del 2019 e del 2023) rimane, ma per applicarla gli Springboks hanno spesso forzato delle giocate che solitamente non forzano. Anzi, il Sudafrica fondamentalmente non forza mai nulla: gioca la battaglia in mezzo al campo e aspetta il momento buono, o altrimenti calcia per andare a contendere il pallone o mettere pressione al triangolo allargato. E probabilmente è ciò che si vedrà sabato a Città del Capo.

Francesco Palma

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