Il Progetto Emergenti e lo sviluppo dei giovani arbitri: il racconto del coordinatore CNA Riccardo Bonaccorsi

Dalla crescita dei prospetti più promettenti all’utilizzo del TMO, passando per il settore femminile: tutte le risposte della Commissione Nazionale Arbitri

Il Progetto Emergenti e lo sviluppo dei giovani arbitri: il racconto del coordinatore CNA Riccardo Bonaccorsi

Il Progetto Emergenti e lo sviluppo dei giovani arbitri: il racconto del coordinatore CNA Riccardo Bonaccorsi

Nasce un nuovo progetto per lo sviluppo dei giovani arbitri: è il Progetto Emergenti, che vede la partecipazione di 18 prospetti provenienti da tutta Italia, guidati da uno staff tecnico di esperti sotto l’egida della Commissione Nazionale Arbitri. E proprio il coordinatore CNA Riccardo Bonaccorsi ha spiegato a OnRugby come funziona questo nuovo progetto, che riprende un po’ l’idea della vecchia Accademia di Tirrenia, e in generale quali sono i piani per lo sviluppo dei giovani arbitri in futuro: “Il percorso è simile a quello fatto dalla Nazionale. Quando si dà un’immagine vincente si accende un maggiore interesse, è successo con la Nazionale di rugby e sta succedendo anche con la figura dell’arbitro. Il fatto che Andrea sia riuscito a raggiungere traguardi che finora non avevamo mai raggiunto è chiaramente l’espressione di tutto il lavoro fatto negli ultimi decenni. Penso a come siamo partiti, al discorso dell’Accademia di Tirrenia, che ha formato una categoria di grande qualità: un progetto che, come tutti, ha richiesto tempo. È un percorso che si è sviluppato negli anni e che oggi ha portato a figure come Andrea Piardi, Gianluca Gnecchi, Federico Vedovelli e Clara Munarini che a livello internazionale stanno rispondendo presente. Questo significa che il lavoro che dobbiamo fare è individuare le persone, i talenti, e riuscire poi a fare in modo che abbiano un percorso di crescita, per poter aspirare a livelli sempre più alti. In questo senso avere arbitri di livello internazionale, e di livello così alto, crea dei modelli. Chi inizia sa di poter sognare di arrivare lì, e qualcuno ci arriverà. Magari non tutti, ma alcuni sì, e questo genera emulazione, come il bambino che guarda il suo idolo e pensa di poter diventare come lui”.

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Ha citato la vecchia Accademia di Tirrenia: oggi invece come è organizzata la crescita dei giovani arbitri?

“Abbiamo avviato un progetto che si chiama Progetto Emergenti, in cui abbiamo individuato 18 profili segnalati dai coordinatori regionali, con l’obiettivo di lavorare in profondità con loro. Il progetto è stato inserito all’interno della struttura sotto la responsabilità del Responsabile dello Sviluppo Italiano Carlo Damasco, che nel frattempo ha acquisito per le sue competenze anche la il ruolo di Referee Manager delle Rugby Europe che accompagnerà con i tecnici Gabriel Chirnoaga e Christian Covati i ragazzi verso uno step ulteriore. Nel passato abbiamo avuto nell’Accademia il contributo di più figure sia del mondo arbitrale che non e riteniamo che un profilo come quello di Carlo possa dare un contributo di alta qualità al percorso formativo. Questo fa sì che i ragazzi siano seguiti in maniera specifica”.

Come funziona il percorso?

“Nel Progetto Emergenti abbiamo diviso i 18 arbitri tra due tecnici, con 9 ragazzi a testa. I 18 ragazzi hanno tra i 19 e i 27 anni e sono stati scelti tramite dei colloqui nei quali abbiamo cercato di capire anche le loro motivazioni, oltre alla loro qualità tecnica: perché una persona decide di fare l’arbitro? Perché sceglie di investire il proprio tempo – che è la cosa più preziosa – in questo ruolo? Dai colloqui è emersa una forte motivazione, e quindi abbiamo strutturato un percorso che prevede incontri con gli istruttori, basati anche su quanto accade nel weekend e sui feedback ricevuti a livello regionale. A questi si aggiungono incontri online, che permettono continuità e rapidità. Ci sono poi momenti di confronto collettivo. L’obiettivo è creare un gruppo. È vero che l’arbitro è una figura individuale, ma fa parte di un contesto: condividere il percorso con altri che hanno la stessa passione aumenta la motivazione. Tutto questo rientra in una serie successiva di passaggi graduali, entrando a far parte del gruppo Serie B e poi di Serie A, e infine il gruppo Elite, non tralasciando un importante momento di verifica che è la direzione delle gare del campionato u18 elite. Nel gruppo Elite abbiamo figure altamente professionali come Marius Mitrea (High Performance Referee Manager), Matteo Liperini (coach degli arbitri di Elite e TMO di livello internazionale) e Alain Rolland, consulente esterno della federazione, che segue in particolare gli arbitri internazionali attraverso review e indicazioni specifiche. In questi anni il contributo di Alain ha rappresentato un valore aggiunto. Ora però è fondamentale lavorare anche sulla base, su chi sta dietro, per continuare ad alimentare il sistema”.

Com’è strutturato il movimento dietro questi 18 arbitri? Come funziona la base per costruire il futuro?

“Sono convinto che il primo lavoro debba essere fatto a livello regionale, soprattutto nelle sezioni. Stiamo cercando – anche se non siamo ancora arrivati dove vorremmo – di valorizzare maggiormente le sezioni, perché sono loro che portano avanti il lavoro sul territorio. All’interno della regione abbiamo poi un tecnico-formatore che si relaziona con i capi sezione, distribuisce materiale tecnico, organizza le linee didattiche. C’è poi il designatore, che è una figura autonoma che deve mantenere una sua indipendenza. E infine il coordinatore regionale, che tiene insieme tutte queste figure. È chiaro che anche il contesto del movimento aiuta molto. Come dicevo, siamo all’inizio di questo progetto: un progetto che punta a una maggiore responsabilizzazione e attenzione su tutto il lavoro regionale. Poi abbiamo la struttura tecnica delle serie nazionali, con coach e referenti tecnici che seguono gli arbitri nelle rispettive categorie, valutando le partite. Un lavoro che si integra con quello degli osservatori, che analizzano le prestazioni e producono report. È un sistema complesso, che richiede collaborazione continua da tutte le parti. Allargando il discorso, uno dei temi su cui stiamo riflettendo molto come CNA è quello del reclutamento. È una criticità trasversale a tutto il sistema sportivo, insieme al problema dell’abbandono. È qualcosa che riscontriamo anche a livello educativo. Per questo abbiamo avviato un tavolo con altre federazioni – calcio, basket, pallavolo, pallamano – perché, pur con sport diversi, le problematiche sono comuni. C’è il tema del reclutamento, ma anche quello dell’atteggiamento verso gli arbitri. Nel calcio, lo scorso anno, ci sono state 561 aggressioni. Nel nostro sport la situazione è diversa, ma la violenza verbale è in crescita. E lo sport, in fondo, riflette la società”.

Si parla sempre di più degli arbitri. Quando uno come Rassie Erasmus, che allena la squadra campione del mondo, si espone così spesso sugli arbitraggi, questo può condizionare tutto il contesto arbitrale anche alla base?

“Quando persone carismatiche esprimono opinioni forti, spesso si crea un effetto emulazione. Penso a Mourinho: quando parla certe espressioni poi vengono riprese anche da altri. Lo stesso vale per Erasmus. Oggi, con la tecnologia, le situazioni possono essere analizzate da prospettive diverse, e questo genera opinioni contrastanti. Però bisogna anche ricordare che parliamo di un contesto professionistico, dove certe decisioni diventano talvolta giustificazioni. Vogliamo lavorare insieme alle altre federazioni per far passare un messaggio: l’arbitro non è solo una figura sanzionatoria, ma parte integrante del gioco. Nel rugby, in particolare, è colui che facilita il gioco, non che lo impedisce. Deve contribuire a rendere la partita bella. E questo, a sua volta, aiuta la promozione dello sport”.

A proposito di tecnologia. Ha detto che l’obiettivo è portare questi arbitri fino alla Serie A Elite, dove troveranno quindi il TMO, la cui presenza modifica radicalmente il modo di arbitrare. Come vengono preparati i giovani arbitri in questo senso?

“Il TMO è stato una vera rivoluzione. A livello internazionale era già presente, ma nel campionato italiano è stato introdotto più recentemente e oggi è uno strumento fondamentale. Cerchiamo di lavorare molto sul linguaggio: come si formulano le richieste, come si comunicano le informazioni. Serve uno schema mentale chiaro. Quando accade un episodio da rivedere si segue un percorso: da dove si parte, quali aspetti si analizzano – pericolosità, posizione dei giocatori, dinamica dell’azione – e questo schema deve essere condiviso tra arbitro e TMO”.

Per quanto riguarda il movimento arbitrale femminile ci sono margini di sviluppo? Clara Munarini ha ottenuto risultati importanti, e prima di lei Maria Beatrice Benvenuti, e poi Beatrice Smussi che arbitra da tempo le finali scudetto femminili.

“Sì. È un tema, quello del settore arbitrale femminile, che forse affrontiamo ancora troppo poco. È un ambito sul quale dobbiamo investire di più, anche in termini di promozione e reclutamento. Le difficoltà sono maggiori, ma ci sono figure importanti come Clara Munarini che rappresentano modelli di riferimento e dobbiamo valorizzarle di più. Nell’immaginario la figura dell’arbitro è ancora percepita come un ruolo prettamente maschile, ma non deve esserlo, e quando c’è talento il nostro compito è farlo emergere. Munarini ha fatto un percorso importante ed è oggi una figura riconosciuta anche a livello internazionale. Può essere un esempio concreto e un modello per tante ragazze: dimostra che questa strada è possibile. Infatti Beatrice Smussi è già da qualche anno che dirige gare in un contesto internazionale. E prima di lei Benvenuti, anche entrando nel mondo televisivo, è riuscita a dare una mano al movimento anche a livello di immagine”.

Francesco Palma

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