Come si vive il rugby in Giappone: la Top League e le sue stelle (seconda parte)

Dan Carter, Matt Giteau, Duane Vermeulen, Adam Ashley-Cooper… Sono solo alcuni dei grandi nomi che affollano il torneo nipponico

dan carter

ph. Andrew Boyers/Action Images

Quello che leggerete tra poco è il secondo di tre articoli dedicati al Giappone (qui la prima parte), al suo massimo campionato nazionale e alla sua cultura così lontana e per certi versi impenetrabile agli occhi degli occidentali. È il nostro modo di accompagnarvi passo dopo passo alla Coppa del Mondo 2019, la prima oltre i classici confini di Ovalia. Il nostro trittico prosegue tenendo al centro del discorso il massimo campionato nazionale, la sua struttura e le tante stelle di livello mondiale che sono sbarcate negli ultimi anni nel Sol Levante.

Come dicevamo, quest’anno la Top League è stato suddiviso in due conference: rossa e bianca. 
I campioni in carica della Suntory Sungoliath (Fuchu, Tokyo) si sono uniti alla Red Conference assieme a Toyota Verblitz (Tokai, Aichi), Kobelco Steelers (Kobe), NEC Green Rockets (Abiko, Chiba), NTT Communications Shining Arcs (Chiba), Toyota Shuttles Industries (Mizuho, Aichi), Munakata Sanix Blues (Munakata, Fukuoka) e Hino Red Dolphins (Hino) appena promossi.

Panasonic Wild knights (Ota, Gunma) che è l’altra finalista dello scorso anno, giocherà con Yamaha Jubilo (Iwata, Shizuoka), Toshiba Brave Lupus (Fuchu, Tokyo), Ricoh Black Rams (Setagaya, Tokyo), Cannon Eagles (Machida, Tokyo), Kubota Spears (Abiko, Chiba), Coca-Cola Red Sparks (Fukuoka) e i nuovi arrivati della Honda Heat (Suzuka, Mie) nella White Conference.

Ogni squadra giocherà nella prima fase soltanto con le squadre della propria conference e solo la partita di andata, quindi appena 7 partite.
 Tutte e sedici le squadre disputeranno poi, alla fine della fase di conference, una fase di spareggi, che prevede incontri tra le prime quattro squadre di ciascuna conference, le quali disputeranno i play off per il titolo. Le quattro squadre che termineranno nella parte bassa della classifica di conference giocheranno per decretare i piazzamenti dal 9° posto in giù.

Le ultime classificate di questi ultimi spareggi disputeranno i playout per evitare la retrocessione con le prime quattro squadre della seconda divisione nazionale, la Top Challenge League, creata nel 2017 e suddivisa in tre leghe regionali: Top East League, Top West League e Top Kyushu League.
 Il sistema è praticamente lo stesso usato per la Coppa del Mondo Under 20, con una finale disputata per determinare ognuna delle posizioni finali.

Così sarà anche per la “parte alta” del tabellone, con la fase ad eliminazione diretta che parte dai quarti di finale e assegnerà con gare di semifinali e finali tutti i piazzamenti dal 1° posto (chi diventerà campione del mondo) all’ottavo.

Per quanto riguarda invece i playout, le quattro vincitrici del quarto di finale si qualificheranno per le semifinali che assegnano dal 9 ° posto in giù, e saranno già al riparo da ogni rischio retrocessione, mentre i perdenti si qualificheranno per le semifinali dal 13 ° posto e gli spareggi per la retrocessione.

Solitamente l’ultima qualificata retrocede automaticamente, ma quest’anno, visto il numero ridotto di partite, non vi sarà alcuna retrocessione diretta. Tutto passerà da scontri da dentro o fuori che andranno a comporre la prossima Top League che inizierà nel gennaio 2020, dopo la Coppa del mondo. Ciò significa che in tutto il 2019 non verrà giocato un singolo match di Top League.
La finale per il titolo di quest’anno si svolgerà il 15 dicembre 2018

Nomi eccellenti, presenti e passati

Le squadre che prendono parte alla Top League, come dicevamo, sono tutte di proprietà delle grandi compagnie giapponesi.
 La maggior parte dei giocatori che compongono le rose di queste squadre sono prima di tutto dipendenti della loro azienda, i quali, soltanto dopo aver svolto il loro lavoro d’ufficio, vanno a raggiungere sul campo i pochi veri professionisti che compongono il team, in maggioranza si tratta di stranieri.

La competizione è nota per il pagamento di alti stipendi, ma solo i giocatori stranieri di livello mondiale e un piccolo numero di giocatori giapponesi sono professionisti full time. La maggior parte dei giocatori gioca ancora a livello amatoriale, percependo il normale stipendio da impiegato d’azienda, che comunque non è niente male se paragonato alle retribuzioni percepite per fare lo stesso lavoro in molti paesi anche d’Europa.

Molte grandi stelle del mondo ovale hanno in questi ultimi 10 anni visto nel rugby giapponese una nuova El Dorado ed hanno deciso di giocare la carta Top League, contribuendo sensibilmente alla grande crescita tecnica del rugby in Giappone.

Per dare un’idea dei nomi che hanno calcato i campi giapponesi in queste ultime stagioni (principalmente dall’Australia e dalla Nuova Zelanda) basta citare gente del calibro di George Gregan, Stephen Larkham, George Smith e più recentemente Bernard Foley per l’Australia; il compianto Jerry Collins, Rico Gear, Jerome Kaino, Ma’a Nonu e Sonny Bill Williams per la Nuova Zelanda; Jacque Fourie, Dannie Rossouw, Fourie du Preez e Schalk Burger per il Sudafrica, senza dimenticare giocatori come James Haskell, Nemani Nadolo, Alesana Tuilagi, Todd Clever, Shane Williams e molti altri.

È a partire dal 2010 che la Top League è diventata conosciuta in tutto il mondo rugbistico per via dei suoi salari, che sono aumentati fino a diventare tra i più alti nel mondo ovale, tranquillamente in grado di fare la concorrenza agli stipendi da favola del Top 14 francese se proporzionati al numero delle partite, che sono molte meno rispetto a quelle delle competizioni europee, e all’intensità di gioco, che per giocatori di questo calibro non è certo proibitiva.

Quando nel 2012 Jaque Fourie approdò per la prima volta in Giappone, lo stipendio offertogli lo fece diventare il giocatore più pagato al mondo sino a quel momento.

 Alla luce di tutto ciò, e aggiungendo che la Top League si inserisce molto furbescamente proprio nel periodo della stagione in cui non si gioca il Super Rugby, appare evidente il perché la terra del Sol Levante stia piano piano diventando anche la terra delle stelle della palla ovale.

Se si analizzano le rose delle squadre che compongono il torneo in corso c’è da perdere la testa. Citiamo anche qui solo i nomi più altisonanti.
 I campioni in carica dei Suntory, per esempio, possono vantare tra le loro fila un campionissimo del calibro di Matt Giteau.

La squadra della Panasonic ha ingaggiato Berrick Barnes, Digby Ioane, David pocock e Robbie Deans come coach. Kwagga Smith presta le sue doti di agilità e tenacia alla squadra della Yamaha. Lionel Cronjé e Gio Aplon si sono uniti ai Toyota Verblitz, che possono vantare anche un signor allenatore come Jake White.

Per la squadra di Kobe sono a disposizione nomi davvero pesanti come Dan Carter, Andrew Ellis e Adam Ashley-Cooper e nello staff, tra gli altri, uno che qualcosa di rugby ne sa, Wayne Smith. Il giovane e promettente Ross Haylett-Petty, Mike Harris e il campione del mondo del 2011 Richard Kahui sono tra le fila dei Toshiba Brave Lupus.

Scott Higginbotham e l’indimenticabile eroe del mondiale 2011 Stephen Donald sono arruolati tra le fila dei NEC Green Rockets. Israel Dagg è tra i molti stranieri presenti nella squadra della Canon, allenata dall’ex allenatore del Sudafrica Allister Coetzee.

Duane Vermeullen è sicuramente la punta di diamante dei Kubota Spears. I Toyota Shuttles Industries schierano tra i loro Christian Lealifano. L’ex Lions Geoff Parling, i Maori All Blacks Dan Pryor e Andre Taylor ed il sudafricano Andre Esterhuizen prestano i loro servigi per i Sanix Blues.

La vecchia conoscenza italiana (una stagione negli Aironi) James Marshall ora gioca con i Coca-Cola Red Sparks. RG Snyman e Deon Stegmann dal Sudafrica e Chris Kuridrani fanno parte degli Honda Heat.
 A questi giocatori ne vanno poi aggiunti moltissimi altri con importanti esperienze nel Super Rugby.

Roberto Neri

onrugby.it © riproduzione riservata
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