Sotto ogni aspettativa: il Giappone mette a nudo l’Italia

Gli azzurri non potevano più nascondersi dopo il Sei Nazioni. E O’Shea e lo staff dovranno rivedere alcune priorità in campo

italia 2018

ph. Sebastiano Pessina

L’Italia ha scoperto le sue carte in Giappone, ma ha svelato un bluff al momento davvero preoccupante. Con un Test Match ancora da giocare, sarebbe inopportuno tirare già il bilancio definitivo della spedizione in terra nipponica, ma la pesante sconfitta a Oita di sabato ha almeno posto dei paletti ben chiari nella narrativa generale: questa nazionale italiana non è una squadra migliore delle aspettative createsi da ciascuno di noi (‘noi’ inteso come appassionati/conoscitori/addetti ai lavori) in queste settimane, probabilmente anche di quelle peggiori, almeno per il momento. A prescindere da come si concluderà la seconda sfida a Kobe.

Il tempo di recitare il De Profundis alla gestione di Conor O’Shea non è ancora arrivato, ma la continuità di alcune tendenze già evidenti da mesi deve far legittimamente riflettere sull’operato dell’intero staff tecnico. Anche perché il Giappone, squadra pur sempre di seconda fascia, in teoria non avrebbe dovuto esporre le mancanze azzurre in maniera tanto conclamata. Era in qualche modo giustificabile durante il Sei Nazioni, con squadre ben al di sopra per potenziale dell’Italia, ma non contro i nipponici.

– Gli highlights della partita

La nazionale del Sol Levante ha invece squarciato – più o meno definitivamente – il velo di Maya sul posto occupato dagli azzurri all’interno delle gerarchie mondiali e su quanto siano profonde e radicate le debolezze di questa squadra, che vanno oltre lo strapotere fisico, tattico e tecnico dell’avversario.

In termini generali, l’Italia ha confermato di essere una squadra composta di buone/modeste individualità per il livello di questi match, alcune delle quali un po’ discontinue (anche all’interno degli stessi ottanta minuti) e di straordinarie eccellenze come Minozzi, Campagnaro e Polledri, che messe insieme dimostrano poca adattabilità ai cambiamenti dell’incontro e talvolta ancor meno comprensione del flusso di gioco, e ha confermato di non essere allenata e seguita al meglio dai membri dello staff tecnico, vista la puntuale ricorrenza di determinati errori.

Scendendo nei particolari, la prestazione fornita a Oita ha invece ricalcato in parte quella vista all’Olimpico contro la Scozia (buone strutture offensive e il ritmo tenuto per un’ora di gioco, per esempio, o i punti d’incontro deficitari), ma alcuni eventi negativi si sono amplificati a dismisura: la difesa sempre in balìa dell’intensità e della maggiore velocità avversaria, una panchina di scarso aiuto e la scarsa reattività e lucidità negli ultimi venti minuti finali, in cui ai tanti errori tecnici si è aggiunto un calo atletico decisivo. La solita Italia, purtroppo.

Il Giappone ha fatto i compiti

I demeriti azzurri nel non aver posto rimedio alla difesa si incrociano con l’ottima preparazione del piano gara di Jamie Joseph, che ha sfruttato al massimo le caratteristiche della sua squadra per bucare in quasi ogni azione manovrata la retroguardia azzurra, sempre piuttosto passiva e mai capace di togliere spazio all’attacco.

I numeri dei clean break (8 a 8) e dei metri percorsi palla in mano (514 a 513), del resto, sono identici a quelli dell’Italia sebbene gli azzurri abbiano avuto il 58% di possesso palla, a testimonianza della diversa efficacia offensiva dei Cherry Blossoms e della loro capacità di punire con cinismo ogni singolo errore altrui.

Che l’Italia sia lenta negli scivolamenti laterali e nel riposizionarsi, del resto, è cosa nota, per cui i nipponici hanno spesso fissato gli avanti al centro per poi liberare tutte le abilità tecniche e atletiche con i propri uomini migliori al largo, dove creavano sempre superiorità grazie ad una struttura offensiva che prevedeva il classico scaglionamento degli avanti sfruttando tutta l’ampiezza del campo.

È stato evidente per esempio sulla prima meta, confezionata splendidamente grazie ad una serie di passaggi rapidi e capaci di tagliare fuori tutti i difensori azzurri, inermi di fronte alla bellezza dell’azione.

Il rapidissimo sottomano di Horie per la seconda linea d’attacco è il momento forse decisivo dell’intera azione: Budd e Zanni vengono tagliati fuori e non riusciranno a rientrare, poi Matsushima, Maki e Leitch faranno il resto. Castello intuisce il possibile svolgimento dell’azione e “scappa” in copertura, ma non sarà sufficiente.

Il Giappone ha individuato anche nel grubber alle spalle della linea difensiva azzurra un’altra arma utile alla causa, per sfruttare la maggiore (e di gran lunga) esplosività nel breve dei propri trequarti rispetto agli italiani (eccezion fatta per Minozzi) e finalizzare. È successo nel primo tempo (ma poi Lemeki non ha schiacciato) e nel secondo in occasione della meta di Matsushima, oltre che in momenti del match meno legati alla rifinitura dell’azione.

In touche, poi, Michael Leitch e soci hanno rubato due rimesse laterali ma soprattutto ne hanno sporcate molte altre, dimostrando due cose: la prima è che, con un po’ di applicazione, studiare i meccanismi della touche azzurra non sembra essere il più difficile dei mestieri per il video analyst di turno; la seconda è che gli azzurri difettano nella fase intera nel suo complesso e nel tempismo di chi lancia, chi alza e chi riceve, a prescindere dal tallonatore di turno o dalla presenza/assenza di esperti ricevitori.

Marcare Dean Budd, ovvero il miglior giocatore in rimessa laterale dell’Italia, doveva essere il comandamento principale per il Giappone. Il timing dei giapponesi è perfetto, Leitch scippa la palla a Budd e per gli azzurri è solo il primo di una lunga serie di segnali poco incoraggianti.

Rivedere le priorità

Gli azzurri, dal canto loro, hanno dato continuità ai princìpi di gioco visti ed applicati con fortune alterne durante il Sei Nazioni, con qualche visibile aggiustamento dovuto alla presenza di un’arma come Michele Campagnaro in campo. Al centro di Exeter inevitabilmente sono state affibbiate maggiori responsabilità rispetto a Boni e Bisegni, e il miranese ha risposto con il solito mix di potenza ed esplosività di cui l’Italia necessitava.

Lo spartito generale non prevedeva cambi di direzione nel corso dei multifase, il che rendeva piuttosto inefficaci e leggibili le azioni dei ball carrier azzurri, a cui veniva concesso ben poco avanzamento sia per la difesa aggressiva dei giapponesi sia per la loro abilità nel rallentare il pallone sui punti d’incontro.

Gli azzurri hanno trovato i migliori sbocchi offensivi quando sono riusciti ad eludere le difese rovesciate del Giappone, servendo la seconda linea d’attacco e l’uomo schierato sull’asse, e in generale quando aumentavano i giri del motore anche con iniziative individuali.

Gli azzurri, tuttavia, hanno vanificato alcune chance potenzialmente interessanti per delle scelte davvero discutibili. Qui è Budd a non vedere la linea di sostegno interna di Benvenuti, tentando invece un sottomano complicato all’esterno, mentre in quest’altra situazione Steyn non ha compagni in posizioni utile e spreca tutto con un offload impossibile.

Imporre la propria fisicità, insomma, non ha funzionato, se non quando sul campo si è scatenata per un lasso di tempo la furia di Jake Polledri, capace di dare abbrivio all’intera manovra e di offrire palloni veloci a Violi. La partita, tuttavia, ci ha detto altro sulle qualità offensive dell’Italia: meglio puntare su un rugby dinamico, quindi più adatto ai migliori giocatori della rosa, fatto di sfuriate brevi ma intense, piuttosto che su lunghe fasi di possesso conservativo senza avanzamento. La seconda meta segnata da Steyn è un prezioso indizio per tutto lo staff tecnico.

Gli azzurri vorrebbero avanzare con una maul, ma come in tutto il resto della partita il Giappone impedirà all’Italia di usare il tanto amato carrettino come piattaforma di partenza per debordare. L’azione viene allargata e Campagnaro, forse per schema pre-ordinato o forse per il placcaggio ricevuto, gira dietro per Minozzi che si ritrova davanti una prateria; l’Italia entra nei 22 e con due fasi rapide e ben eseguite arriva in meta.

Per Conor O’Shea, direttore tecnico più che head coach, la partita di sabato nasconde dunque diverse lezioni da cui attingere. Intanto, l’irlandese ha abbandonato per la prima volta il consueto ottimismo post partita: nelle dichiarazioni rilasciate al sito FIR non c’è stata traccia di riferimenti a lungo termine, “buona strada” e luci in fondo ai tunnel, come successo in occasione di altre sconfitte. Il suo disegno comprenderà anche (se non soprattutto) la costruzione di un’Italia competitiva in futuro, ma nel presente – qui e ora – è difficile non riconoscere una situazione piuttosto seria. E che rischia di diventare grave.

Daniele Pansardi

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