L’Italia Under 18 vista dal suo allenatore: intervista a Mattia Dolcetto

Il CT degli Azzurrini ci parla dell’ultimo torneo in Galles, ma anche del coraggio di osare e della fretta di ottenere risultati

dolcetto italia under 18

Negli scorsi anni, l’Under 18 ha spesso regalato risultati di prestigio al movimento italiano. Anche l’ultimo impegno internazionale, il Six Nations Festival tra fine marzo e inizio aprile, ha confermato questa tendenza con la vittoria contro l’Inghilterra, a cui vanno aggiunte le due sconfitte di misura contro Irlanda e Galles. Quando si parla di nazionali giovanili, tuttavia, il risultato non è necessariamente l’aspetto più rilevante, come ha confermato il CT degli Azzurrini, Mattia Dolcetto, nell’intervista rilasciata a On Rugby: “L’obiettivo della stagione non era tanto la vittoria, quanto essere competitivi, quindi essere all’altezza delle altre nazioni”.

Un obiettivo ampiamente raggiunto: “Abbiamo fatto vedere delle buone cose. Una partita è stata persa di 9 punti, ma prendendo una meta all’ultimo secondo dopo aver provato a contrattaccare, visto che eravamo sotto di due. Tutte le partite sono finite punto a punto, sia nelle vittorie sia nelle sconfitte”.

L’allenatore gallese ha detto che quella italiana era una delle migliori, se non la più forte squadra del torneo. Magari era solo una frase di circostanza, ma lei che idea si è fatto?

Nella prima partita contro l’Irlanda, persa di tre punti, abbiamo sprecato tantissimo, anche sui 5 metri, un po’ per poca abitudine o per frenesia e abbiamo sbagliato dei piazzati che di solito non sbagliamo. Si è vista la differenza tra noi e l’Irlanda, ma a favore nostro. Con l’Inghilterra è stato il contrario: fisicamente erano il doppio di noi ed erano molto preparati perché erano alla loro quinta o sesta partita insieme, noi alla terza. I ragazzi hanno giocato bene nel primo tempo sia in attacco sia in difesa, poi sono un po’ scesi nella prima parte del secondo mantenendo però l’organizzazione di gioco. Contro il Galles è stata una partita un po’ strana, mentalmente forse eravamo un po’ appagati. Loro non avevano individualità superiori alle nostre, assolutamente, siam stati poco precisi altrimenti si poteva portare a casa anche quella. Quindi la nostra squadra era sicuramente di buon livello.

Che tipo di strategia avete adottato in campo? 

Non avendo avuto grandi opportunità di allenarci insieme, siam dovuti rimanere molto sui principi di questo sport. Abbiamo lavorato su una difesa molto aggressiva, proprio per togliere agli avversari il tempo di mettersi in moto. A livello offensivo siamo stati molto basilari e semplici, abbiamo ricercato una buona conquista e un gioco sui punti deboli dell’avversario, cercando sempre di osare e non rimanendo mai chiusi e conservativi. Che poi è il lavoro che si segue nelle Accademie, quindi era giusto provarlo a livello internazionale. Tutte le partite sono state costruite sull’idea di dare continuità al gioco.

Giocare in maniera propositiva e con ritmo incalzante a quest’età è soltanto una scelta facile o è addirittura necessario?

È l’unica maniera per rimanere nell’alto livello. Dobbiamo fare in modo che i nostri giocatori siano preparati ad osare. Devono farlo, non bisogna aver paura di sbagliare. L’importante è capire che se si vuole fare questo tipo di gioco, bisogna avere anche le competenze. Durante gli allenamenti vanno allenate in maniera efficace, per cui è tutto un concatenarsi. È necessario che si sviluppi questo tipo di gioco già prima dell’Under 18.

I giocatori sono riusciti quindi ad innalzare il proprio livello rispetto alle partite abituali con il loro club?

I nostri giocatori dei Centri di Formazione sono sicuramente i più bravi in giro per l’Italia, ma quando giocano tra di loro c’è sempre una gerarchia. Quando invece devi confrontarti con altre squadre che non conosci, viene davvero fuori il giocatore che ha queste capacità e che sa metterle in pratica nei momenti di pressione. La cosa positiva di questo torneo è che i ragazzi hanno evidenziato le loro qualità a questo livello, anche giocando tre partite in dodici giorni e quindi dovendosi ricaricare mentalmente e fisicamente preparando una partita dopo l’altra.

I giocatori possono sentire la pressione psicologica di rappresentare un movimento abituato a tante sconfitte? I risultati a livello seniores possono riflettersi anche tra gli Under 18?

È stato proprio il contrario. Vogliono dimostrare che fanno parte del cambiamento e far partire da loro i successi dell’Italia. È uno stimolo, uno degli obiettivi che si sono dati come gruppo. Si sentivano anche trainati dai risultati degli Under 20 di questa stagione e non volevano essere da meno.

Più in generale, come hanno vissuto quest’esperienza del tour in Galles? 

Avevano grande desiderio di partire, perché lavori due anni per quest’appuntamento. L’hanno vissuta in maniera molto serena. Siamo stati molto bene, ci siamo allenati in strutture di primissimo livello come l’Arms Park. Eravamo in centro di Cardiff, dove si respira rugby in ogni momento. Son tornati elettrizzati. Non pensavano neanche loro di vivere dei momenti così importanti.

Non pensavano di battere l’Inghilterra soprattutto.

Noi andiamo sempre in campo per vincere, poi è arrivato questo successo contro una squadra più forte. È stata una vittoria dei ragazzi, ma di tutto il movimento italiano: dei club che li anno reclutati e formati, degli allenatori dei Comitati, delle Under 18 dei club e dei Centri di Formazione.

A livello giovanile c’è sempre un acceso dibattito su quanto sia realmente importante vincere, soprattutto se messo in confronto alla necessità di sviluppare in maniera corretta un giocatore. Come si conciliano le due cose?

A tutti piace vincere, ma i ragazzi lo devono fare attraverso un processo di formazione. Come dicevamo prima, devono osare e sentirsi a proprio agio nel giocare un certo tipo di rugby. Se noi non diamo la possibilità ai ragazzi di osare a 14/15/16 anni, a 18 diventa complicato, altrimenti li formiamo in un gioco che non c’è più: conservativo, chiuso… O hai solo ragazzi di 2 metri per 135kg, e allora distruggi il tuo avversario fisicamente, o hai una squadra normale e devi saper scegliere tra le varie opzioni, devi saper giocare a rugby in tutte le sue forme. È una cosa che va spinta. I ragazzi devono essere formati affinché siano pronti dai 20 anni in su. Non dobbiamo avere la fretta di avere risultati nell’immediato. Ciò non vuol dire che non bisogna lavorare tanto, anzi, ma bisogna farlo per costruire abilità legate al gioco attuale.

Proprio dai 20 anni in su, in genere, il gap rispetto alle altre nazionali si allarga sempre di più. È imputabile soltanto ai campionati in cui giocano i ragazzi oppure c’è altro?

Credo che i nostri ragazzi abbiano le qualità per ambire ad un buon livello, ma bisogna avere la possibilità di farlo. A noi manca la continuità del lavoro dopo l’Accademia nazionale, perché per me il ragazzo deve proseguire nel suo processo di formazione. Non è che a 19 anni è già pronto: alcuni possono esserlo, altri hanno bisogno di un po’ più di tempo.

Quante persone sono coinvolte nel processo di selezione di un’Under 18 nazionale? 

Innanzitutto, abbiamo Stephen Aboud e Andrea Di Giandomenico che sono i collegamenti tra le Accademie. Ci riuniamo quasi mensilmente. In più, c’è un rapporto con i responsabili tecnici dei Centri di Formazione e gli assistenti allenatori continuo. Anche la domenica, quando si va a vedere la partita di campionato, ci si scambiano due parole su come abbia giocato un giocatore. Insomma, ci si sente spesso, ogni dieci giorni almeno. C’è sempre un lavoro di coordinamento e tanta condivisione, sia sul lavoro sia sui giocatori.

Molto interessante è sempre la questione della comprensione del gioco, soprattutto per ragazzi di 17/18 anni. Come viene impostato il lavoro?

Lavoriamo su ogni situazione che implichi prendere una decisione, anche solo un passaggio o un conetto messo davanti a 3 o 5 metri. Modifichiamo sempre l’opposizione in base al comportamento che vogliamo si verifichi e lavoriamo molto col questioning: non diamo la soluzione al giocatore, ma lo guidiamo. Utilizziamo molto il video, facciamo riflettere molto i ragazzi sul loro operato e, se c’è qualcosa di sbagliato, su cosa potevano fare di diverso per essere più efficaci. Lavoriamo anche sulle immagini dell’alto livello, in modo da avere anche un riferimento a quello che proponiamo. Sono i nostri metodi sia negli allenamenti collettivi sia a ranghi ridotti. C’è sempre tanta ripetizione con situazioni differenti, cercando di avere intensità e di fare in modo che ci sia un adattamento continuo.

La comprensione del gioco, secondo lei, è sempre la base del bagaglio personale di un giocatore o va sempre considerata allo stesso livello di tecnica, fisico e aspetto mentale? C’è qualcosa che ha più valore dell’altro o sono tutte allo stesso piano?

Credo che abbia più valore l’aspetto mentale, quindi dove vuole arrivare il giocatore. Ci vuole grande disponibilità da parte sua ma anche nostra, per far sì che i ragazzi crescano motivati e sempre stimolati e che arrivino pronti mentalmente all’allenamento. Poi arrivano le crescite fisiche e tecniche, ma anche la tecnica specifica di ruolo. Di conseguenza poi ci sono anche le scelte tattiche, che comunque lego molto alla situazione tecnica.

Sempre in merito alla contrapposizione tra breve e lungo termine, alcune volte le capita di dover prendere delle scelte, per un singolo giocatore, che magari sul breve termine non rendono, ma che possono dare benefici sul lungo periodo? Un cambio di ruolo, per esempio.

A volte è così. Magari un giocatore si sente forte in un determinato ruolo, però secondo noi potrebbe essere interessante vederlo in un’altra situazione in futuro, oppure in alcuni allenamenti il mediano di mischia va fare l’apertura, o viceversa. I ragazzi devono provare situazioni differenti, perché riguarda la loro formazione. Può anche capitare che un giocatore che in Under 16 gioca in un determinato ruolo, per noi ha più possibilità di emergere in un altro. Tutto però deve essere condiviso con il ragazzo.

Daniele Pansardi

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