All’Arena Civica con Francois Pienaar

Con lo storico capitano degli Springboks, in Italia per un evento, abbiamo parlato del momento ovale sudafricano

Ph. Sebastiano Pessina

MILANO – Dall’Ellis Park di Johannesburg nella finalissima della Coppa del Mondo 1995, all’Arena Civica di Milano in questi primi mesi del 2018, il salto non è poi così lungo se ti chiami Francois Pienaar. Il capitano del Sudafrica campione mondiale, che ricevette la Webb Ellis Cup direttamente dalle mani del presidente Nelson Mandela in un’immagine impressa nella memoria collettiva, ormai non gioca più da molto tempo, ma fuori dal campo ha saputo reinventarsi diventando un businessman. Arrivato nella città meneghina in occasione del Salone del Risparmio, l’ex terza linea Springboks è intervenuto ad un evento nato dalla collaborazione fra Rugby Parco Sempione e Investec Asset Management. On Rugby l’ha intervistato.

Mr. Pienaar, cosa pensa del momento delle franchigie sudafricane: quattro sono rimaste in Super Rugby, mentre due si sono trasferite nel Pro14.
È una bella scommessa quella di aver compiuto questo passo. I campionati d’altronde stanno sempre di più assumendo un profilo internazionale. È  chiaro che ci sono delle difficoltà legate ai viaggi fra il nostro Paese e l’Europa, e alla lunghezza dei tornei; ma la direzione intrapresa mi sembra quella giusta per alzare i livelli di competitività.

Che idea si è fatto dell’avvicendamento tecnico avvenuto alla guida della nazionale sudafricana?
Non ho idea di come Rassie Erasmus allenerà la nazionale. Guidare una selezione è qualcosa di diverso rispetto ad un club: per metodi, tempistiche e stile. Il suo passato, compresa l’avventura con Munster, lo rende conosciuto a livello internazionale. Spero possa riuscire a dare la svolta alla squadra.

Parliamo di Sudafrica e Italia: negli ultimi due anni si sono affrontate due volte e il bilancio parla di una vittoria a testa. Sappiamo che si dovranno affrontare anche nella Rugby World Cup 2019, che idea si è fatto della situazione?
La fiducia e la confidenza di gioco nel rugby di oggi sono fondamentali, perchè ti danno consapevolezza anche nei confronti delle altre squadre.
In generale posso anche dirvi però che fare il raffronto su tutte queste cose a volte porta a ragionamenti, troppo calibrati sul medio/lungo termine e non necessari: gli allenatori partono sempre, e li posso capire, con un progetto pianificato di quattro anni in quattro anni, ma spesso si trovano a rivederlo proprio in procinto dei Mondiali. Ci sono tante variabili di cui tenere conto: dallo stato di forma, alle possibili assenze, senza dimenticare l’ingresso di nuovi giocatori o le stagioni non felici di altri elementi del gruppo.
Verso una Rugby World Cup, comunque, diventa fondamentale non sbagliare più niente dagli ultimi sei mesi di avvicinamento in poi. Per vincerla, infine, serve che tu faccia delle cose nel modo giusto e che si riescano a trovare delle innovazioni nel corso del torneo.

Lei è stato giocatore e dirigente dei Saracens. Che idea si è fatto del loro momento?
I successi dei Saracens negli ultimi anni li hanno portati al vertice del rugby continentale sia con la loro maglia sia, per molti, con quella dell’Inghilterra e di conseguenza anche con la casacca dei British & Irish Lions nel tour dell’anno scorso in Nuova Zelanda. Hanno avuto un minutaggio troppo elevato giocando di continuo, senza un giusto riposo. I calendari stagionali devono essere riformati, specialmente nell’Emisfero Nord. I giocatori devono essere più tutelati e questo consentirebbe anche un maggior sviluppo di altri giocatori che avrebbero più minuti.

L’ultima domanda: lei si è ritirato con l’arrivo del nuovo millennio. C’è un giocatore in cui, a distanza di anni, si rivede?
Sarebbe un po’ “arrogante” da parte mia pensare che un giocatore di oggi possa avere i tratti di gioco che io avevo ormai molto tempo fa. Sono stato fortunato ad essere un rugbista e mi sono divertito in quello che ho fatto.
Oggi però, ci sono degli interpreti straordinari. Giocare in terza linea richiede una specializzazione incredibile: Richie McCaw è stato incredibile nella sua carriera, ma preferisco guardare al reparto nella sua interezza e devo dire che l’Australia e l’Irlanda hanno – allo stato attuale delle cose –  dei terzetti competitivi e molto complementari fra di loro. Nel Sudafrica invece, Kolisi è stato certamente autore di una stagione internazionale di alto livello ma per fare quello che ha fatto si è dovuto integrare al meglio con i suoi compagni.

Michele Cassano

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