Questa Italia è solo una (super) franchigia

Rispetto agli altri colleghi del Sei Nazioni, gli Azzurri non riescono ancora ad evolversi dalle prestazioni del Pro14

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ph. Sebastiano Pessina

Per valutare la prestazione di un giocatore, si ricorre generalmente a quattro parametri: fisicità, tecnica, tenuta mentale e comprensione di quanto accade nel corso degli ottanta minuti. Da fuori l’aspetto psicologico diventa difficile da pesare il più delle volte, ma per un’analisi completa di una performance non si può prescindere comunque dall’utilizzo di un approccio olistico. Le varie componenti di un insieme, dunque, non possono essere spiegate singolarmente ma sempre nel suo complesso, poiché l’una influenza l’altra nella somma totale.

Nel sistema piramidale del rugby italiano, per definire il livello prestazionale di un giocatore si può ricorrere ad una classificazione che segua le gerarchie delle competizioni nazionali e internazionali: sul gradino più basso c’è un livello da Eccellenza, a seguire uno da Pro14, da Test Match e infine da Sei Nazioni. Ogni step richiede un aumento più o meno considerevole delle proprie competenze per adeguarsi al contesto successivo, un po’ come nei picchiaduro ad incontri dove gli avversari diventano sempre più insidiosi e ricchi di contromosse nel corso della storia, fino al fatidico round con il mostro finale.

Quel mostro finale, per l’Italia di Conor O’Shea, è al momento rappresentato proprio dal Sei Nazioni. Non è certamente una novità, ma dall’ultimo torneo è emerso ancora una volta come gli Azzurri facciano fatica ad evolvere ulteriormente per reggere meglio l’urto contro squadre di ben altra caratura. Considerando quanto fatto vedere nel corso delle cinque giornate, oggi l’Italrugby si attesta ad un livello quasi da Test Match, con punte negative da Pro14 e solo alcuni intermezzi più convincenti e confacenti al campionato (i primi 50′ contro la Scozia, gli sprazzi contro Inghilterra e Galles).

La mistica del Sei Nazioni, infatti, fa sì che i giocatori delle altre squadre acquisiscano quel quid in più per gettare il cuore oltre l’ostacolo, favoriti anche da ambienti infuocati (il Millennium Stadium con il tetto chiuso, per dirne uno) e in generale dalla voglia di esprimersi al massimo delle proprie potenzialità sui palcoscenici più nobili.

Così si spiegano, per fare alcuni esempi, le improvvise impennate nel rendimento di atleti che nel Pro14 sono ottimi giocatori per la propria franchigia, ma le cui prospettive sembravano limitate al torneo celtico. Il più calzante forse è relativo a Josh Navidi, titolare a causa dell’infortunio a Warburton dopo aver vestito la maglia dei Dragoni soltanto nei Test Match di novembre e nelle finestre internazionali in cui i British & Irish Lions svuotavano la nazionale dei migliori talenti; l’impatto del terza linea dei Cardiff Blues sul Sei Nazioni è stato impressionante per intensità e qualità del proprio gioco, nonostante fosse l’esordio in una realtà nuova.

Anche il modo in cui Owen Farrell ha provato a trascinare l’Inghilterra nelle ultime tre giornate è un sintomo dell’aura che può conferire il Sei Nazioni, sebbene l’inglese fosse già un fuoriclasse acclamato. In Francia hanno potuto ammirare al loro massimo i vari Paul Gabrillagues, Marco Tauleigne, Jefferson Poirot, Maxime Machenaud e Remi Grosso perché tutti hanno saputo alzare i propri standard; la Scozia ha vinto la Calcutta Cup grazie alle gigantesche prestazioni di Watson, Barclay, Gilchrist e Gray, giocatori di classe assoluta ma capaci di spingersi a livelli inesplorati nel Pro14 quando indossano la maglia della Nazionale, sia fisicamente, sia tecnicamente che nella mentalità.

Ad eccezione di Matteo Minozzi, Sebastian Negri e in parte Tommaso Allan (Jake Polledri, pur brillando, ha comunque giocato una sola partita), invece, gran parte degli Azzurri di Benetton o Zebre non sono riusciti a prendere le misure ad un torneo ben differente dai Test Match giocati a novembre e giugno. L’esordio nel torneo può essere considerata un’attenuante per tanti dei 14 debuttanti, ma allo stesso tempo bisogna sottolineare come non ci sia stata nessuna sostanziale differenza tra le prestazioni offerte con le franchigie e nelle uscite autunnali con Fiji, Argentina e Sudafrica e quelle con la maglia azzurra nel Sei Nazioni.

Alcuni si sono rivelati più efficaci pur non strafacendo (Castello, Violi, Hayward), altri hanno sofferto per la maggior parte del tempo ma senza crollare (Ferrari, Budd); molti altri hanno palesato notevoli difficoltà nel complesso (Bigi, Quaglio, Giammarioli, Boni), così come diversi Azzurri che comunque avevano già avuto esperienze pregresse nel torneo come Steyn, Mbandà e Benvenuti. Considerando che non si tratta soltanto di una questione tecnica e fisica, come detto in precedenza, il tempo potrebbe non essere l’unica medicina possibile per crescere, perlomeno non per tutti i singoli.

Per il movimento italiano, ora, la sfida più difficile non è il trasferimento delle competenze acquisite dalle franchigie alla Nazionale (forse già avvenuto nel frattempo), bensì l’approdo ad una nuova fase del processo impostato da Conor O’Shea: portare l’Italia dallo status attuale di ‘super franchigia’ (ma pur sempre franchigia, appunto) a quello di creatura più evoluta.

Daniele Pansardi

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