Un’altra Italia era possibile?

Ripercorriamo il torneo degli Azzurri, tra cosa ha (quasi) funzionato e su cosa bisognerebbe intervenire con più urgenza

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ph. Luca Sighinolfi

La frase “Vogliamo vincere subito, ma dobbiamo guardare al futuro”, ripetuta grandemente da Conor O’Shea nel corso dei mesi e delle ultime settimane, sintetizza nella maniera più efficace la scomoda situazione in cui si ritrova l’Italia, soprattutto se viene legata ad un altro passaggio su cui il CT ritorna spesso nelle conferenze stampa. “È un processo non facile, per riuscirci però dobbiamo creare un sistema, forse non partendo dal niente, ma differente da quello di prima”.

In quel “dobbiamo guardare al futuro” però non c’è soltanto la convinzione di poter cambiare col tempo lo status quo, ma anche il riconoscimento dell’impotenza italica attuale nei confronti di un Sei Nazioni duro esattamente come da previsioni, perché numeri e valori nel rugby del resto non mentono mai. Portare avanti un progetto a lungo (forse lunghissimo) termine, sfidando nel frattempo cinque delle migliori squadre al mondo, mette l’Italia alle strette dopo ogni partita e rischia di minare quelle poche certezze coltivate in allenamento e all’interno del gruppo.

Le diciassette sconfitte consecutive e il terzo cucchiaio di legno consecutivo sono il prezzo da pagare dopo anni di gestioni federali e tecniche deficitarie, scarsamente adeguate alla progressione del resto di Ovalia. Non può essere un alibi per spiegare tutto l’insufficiente torneo azzurro, ma è senz’altro una componente principale della storia azzurra.

Cosa ha (quasi) funzionato 

Come si analizza, dunque, un torneo di chi non aveva né i mezzi né la qualità per competere alla pari con il resto delle concorrenti? Certamente non guardando soltanto ai lati negativi (ci arriveremo comunque dopo) perché sarebbe troppo facile, ma nemmeno esaltando lo spirito battagliero e l’orgoglio italico come fatto per diversi anni. Quelli si danno per scontati. Gli unici parametri oggettivi a disposizione sono le ormai famose “cose che si possono controllare”, ovvero tutti gli elementi il cui destino è soprattutto nelle mani dell’Italia: strutture offensive, esecuzioni accurate, movimenti corretti per timing, placcaggi ben portati, schieramento difensivo ordinato, touche su lanci a favore… Il cuore di una prestazione, insomma.

L’unico modo per avere successo in questo Sei Nazioni, d’altronde, sarebbe stato quello di fornire cinque partite di spessore internazionale, attraverso le quali si sarebbe potuto pensare anche di vincere una partita. Era uno scenario piuttosto inverosimile, ma se contro Inghilterra (che a Roma non era ancora in crisi) e Irlanda il divario quantomeno era di proporzioni bibliche, nelle altre partite sembravano esserci gli estremi per delle sfide maggiormente equilibrate. Su tre occasioni, gli Azzurri ne hanno sfruttata soltanto una, sabato contro la Scozia, in cui è arrivato anche l’iconico primo punto in classifica della gestione O’Shea nel torneo.

Nella sconfitta contro i Dark Blues si sono concentrati tutti i lati positivi messi in mostra nel corso del torneo. A livello offensivo, infatti, si è vista una buona organizzazione e spaziature quasi sempre ottimali in fase di gioco aperto, che permettevano ai mediani di avere sempre buone opzioni all’esterno. Più in generale, il movimento dell’ovale è stato spesso di buona fattura, ad eccezione della disastrosa partita in Francia e di alcuni intermezzi davvero dimenticabili contro Irlanda e Galles, a testimonianza di un’accresciuta consapevolezza e qualità nella gestione e nella conservazione del possesso.

È un peccato che, rispetto alla prima partita contro l’Inghilterra, non si sia insistito su un più spiccato gioco di passaggi tra gli avanti, sempre più utilizzato nel rugby di oggi per aprire spazi nelle difese avversarie. Anche per questo, l’attacco azzurro è stato ordinato e fin troppo lineare, ed è spesso mancata una variazione dello spartito che avrebbe potuto disordinare maggiormente la linea avversaria.

Non sorprende, infatti, che nonostante la buona fase di costruzione siano state diverse le mete segnate su spunti individuali. Delle dodici marcature nel torneo (record eguagliato), poche sono arrivate al termine di azioni manovrate in cui gli Azzurri hanno effettivamente manipolato a proprio vantaggio la difesa (contro l’Inghilterra, per esempio). Nelle altre, è stato necessario il guizzo del singolo: di Matteo Minozzi per intenderci, che al ritmo di quattro mete in cinque partite ha fatto strabuzzare gli occhi a tutta Europa, ma anche di Allan, Hayward partendo dalla panchina, o di un Jake Polledri già potenzialmente un titolare inamovibile. Continuare a lavorare per creare un contesto a loro ideale (senza dimenticare Negri) dovrà essere una delle priorità per Conor O’Shea e lo staff tecnico.

Cosa non ha funzionato

In casa Italia, tuttavia, bisognerà interrogarsi su tante altre cose. Ad esempio, sul passivo di 48 punti accumulato nel corso delle cinque partite nei primi venti minuti di gara, che mette in mostra un approccio difensivo davvero sconcertante, soprattutto perché ripetutosi in ogni incontro (solo la sfida contro il Galles sembra presentare qualche attenuante, perché le due mete iniziali sono nate da errori perlopiù individuali). L’inferiorità rispetto agli avversari non è in dubbio, ma sembra essere una questione più grande del differente livello fisico, tecnico e tattico, perché in tal caso difficilmente ci sarebbero rimedi a portata di mano. E anche perché altrimenti le buone reazioni arrivate a Marsiglia e a Cardiff e l’ottimo inizio contro la Scozia non avrebbero avuto luogo.

Dove il gap è tutto tecnico e tattico è nella fase difensiva nel suo complesso. Per il terzo anno di fila l’Italia ha fatto registrare più di 200 punti subiti, con una media di 34,8 per partita. Non era mai successo prima. Seppur con qualche lieve miglioramento, rimangono notevoli problemi in quasi tutte le aree di non possesso: riorganizzazione della linea, scelta del tipo di placcaggio da compiere, competenze nel capire quando e come comportarsi rispetto all’avversario e lettura in corsa delle situazioni. Criticità sia individuali sia collettive, che emergono prepotentemente all’aumentare del livello di gioco, per le quali si invoca il tempo per assimilare determinati come concetti come unica medicina. Comprensibile, ma chissà che non serva una figura diversa anche nell’attuale staff tecnico.

Lo stesso concetto può essere riportato anche per il reparto degli avanti, sia per la mischia sia per la touche. La prima ha avuto un sussulto degno di nota soltanto nell’ultimo match contro la Scozia, salvo poi essere messa in difficoltà più di quanto non dica l’89% globale di successo (già di per sé non un dato esaltante). Sulla bilancia pesano (in tutti i sensi) anche delle seconde linee dall’impatto forse inferiore rispetto a quelle avversarie, poiché adattate a giocare in quel ruolo.  Ma che la mischia italiana non sia più dominante come tempo addietro non è certamente una novità: ci si dovrebbe chiedere, piuttosto, come si è arrivati fino a questo punto.

Ancorare il gioco alle fasi statiche è risultato complicato non soltanto a causa della mischia, ma anche per le prestazioni tutt’altro che memorabili della rimessa laterale. La percentuale di successo su lancio a favore è la stessa della mischia (89%), ma in diverse partite – specie contro la Francia – è parso evidente come bastasse poco ai transalpini per mettere in crisi un sistema poco automatizzato e al quale mancano armonia ed esplosività tra lanciatore, alzatori e ricevitori.

 

Se per difesa e pack perlomeno le figure specialistiche sono presenti all’interno dello staff tecnico, continua a mancare invece un tecnico per i punti d’incontro, notoriamente una delle debolezze più accentuate dell’Italia. Pure in situazioni di evidente superiorità numerica, gli Azzurri hanno sofferto le maggiori competenze tecniche e la migliore predisposizione alla fase di gioco a terra degli avversari, sintomo di un male che diventa sempre più difficile da estirpare. Accumulare altro ritardo a livello di conoscenze in un’area chiave come il breakdown, dove Federazioni e allenatori sperimentano e innovano in continuazione per restare al passo con i tempi, allontanerebbe sempre di più quel bagliore di luce in fondo al tunnel.

Daniele Pansardi

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