Standard alti e comprensione del gioco. Nel sistema Benetton con Marco Bortolami

Abbiamo intervistato l’assistant coach dei Leoni. Che ha iniziato anche il lavoro in Accademia

marco bortolami benetton treviso rugby

ph. Ettore Griffoni

Tre vittorie, tre sconfitte, un saldo differenza punti quasi vicino allo zero (-13) e un avvio di stagione più che positivo. Dopo il primo anno di coach Crowley e nuovo staff tecnico, Treviso ha iniziato bene il campionato come testimoniano risultati e prestazioni dei Leoni. Ne abbiamo parlato con Marco Bortolami, assistant coach dei veneti.

 

 

Marco, qual è l’aspetto più positivo di questo avvio di stagione?

L’innalzamento dello standard di allenamento dei giocatori soprattutto per quanto riguarda attitudine e applicazione in modo costante, che si traduce in risultati positivi. Poi certo c’è ancora tantissimo da lavorare, a livello tecnico, fisico e di comprensione del gioco: queste tre vittorie non hanno certo accorciato il nostro percorso di crescita. Però sono conferme che permettono di avere fiducia nel lavoro che stiamo facendo e accelerare il coinvolgimento dei giocatori nella metodologia di lavoro. Stiamo cercando di migliorare tutta la nostra performance, dentro e fuori dal campo: per diventare una squadra migliore bisogna avere standard di allenamento all’altezza.

 

 

Siete partiti da un punto diverso rispetto allo scorso anno?

Il lavoro fatto lo scorso anno ci portava a pensare che saremmo partiti bene, o comunque da un punto più avanzato rispetto alla scorsa stagione. Ed effettivamente, al di là dei risultati, le prime sei partite lo hanno confermato.

 

 

Ora inizia la Champions Cup, poi a novembre perderete molti giocatori. Preoccupati?

Arrivano due partite durissime, seguite da due trasferte in campionato. Bath e Tolone non faranno sconti, ma il nostro percorso di crescita passa dalla prestazione massima che riusciremo fare in queste due partite.

 

 

Hai parlato di coinvolgimento dei giocatori. Sono entrati in sintonia con il metodo Crowley?

Parlerei più di educare i giocatori a una metodologia diversa, che per Kieran Corwley e per noi dello staff ha un valore altissimo. Sappiamo che non può avvenire in poco tempo e che il cambiamento è consistente: ma crediamo molto nella filosofia di approccio al lavoro e al rugby che stiamo trasmettendo alla squadra. Poi a livello individuale i giocatori hanno la responsabilità di migliorare: c’è chi avrà le qualità fisiche, tecniche e umane per farlo e chi no, ma questo fa parte del gioco e va di pari passo con la direzione di miglioramento che il club sta percorrendo.

 

 

Fino a qui mischia ordinata e touche sono andate benissimo. Mettete molta attenzione in questo settore del gioco?

Sorprenderà sapere che il tempo dedicato alle fasi di conquista non supera l’ora settimanale. Nella settimana tipo ci sono il martedì e il giovedì un quarto d’ora per mischia e un quarto d’ora per touche. Stiamo andando in una direzione diversa rispetto al passato, quando si facevano anche 2-3 sedute di 45 minuti per reparti. Vogliamo che i giocatori vedano la conquista come una fase strumentale al gioco e non sufficiente e fine a se stessa: ed è per questo che quando proviamo il movimento generale e l’attacco lo facciamo partendo da set pieces 100% reali. Anche per noi ex giocatori che alleniamo è una sfida: insegnare una metodologia diversa rispetto a quella che applicavamo noi stessi in campo e a cui eravamo abituati.

 

 

La squadra come reagisce agli input?

La capacità di recepire e messaggi e metterli in pratica è buona. Qualcuno ha ancora qualche problema nel farlo in modo veloce, ma miglioreremo.

 

 

Buona conquista significa più possesso, più possesso significa molta fase offensiva. Inizieremo a vedere una Benetton più spregiudicata, con Banks in regia?

Il gioco è un equilibrio tra attacco e difesa, e sono tantissime le cose che lo condizionano: il tempo, l’avversario, le qualità individuali in campo. Comunque stiamo lavorando sullo sviluppo del nostro attacco, vogliamo essere una squadra che sa tenere palla per molte fasi, come accaduto sabato in occasione dell’ultima azione contro i Kings che ci ha portato il bonus. Però attenzione, perché se contro Glasgow o Munster fai un tipo di gioco sbagliato puoi metterli nelle condizioni di punirti. Ai ragazzi non diamo mai messaggi monodirezionali e ogni settimana devono pensare, essere recettivi e adattarsi a cosa c’è davanti. Questa è la natura dello sport ad altissimo livello e qui sta andando il rugby in questo momento storico.

 

 

Il lavoro sulla difesa dello scorso anno è invece consolidato

La cosa più positiva per noi è che quando l’attacco è andato in difficoltà, la difesa ha fatto bene il suo lavoro. E se la difesa ha fiducia, ne risente il gioco: un gesto tecnico mal eseguito, una palla caduta o un errore di lettura generano meno dubbi se sai che puoi contare su una fase difensiva importante.

 

 

Contro squadre come Tolone il rischio sconfitta pesante è sempre presente. E’ un aspetto per il quale siete preparati?

La Champions Cup è una grande sfida. Nessuno si aspetta che battiamo certe squadre e questa è un’arma a doppio taglio: giochi senza pressione ma puoi anche avvertire un calo di motivazione, perché magari sai che non vincerai. Da parte nostra vogliamo mettere in campo delle prestazioni di livello assoluto, vogliamo che le altre squadre si ricredano. Ne abbiamo parlato molto coi ragazzi. Poi certo, accetteremo con serenità il risultato perché sarà una conseguenza, ma guardando sempre alla performance. E dal mio punto di vista, da allenatore sono più contento della sconfitta di Glasgow che della vittoria coi Kings, dove la performance doveva essere migliore.

 

 

Contro i Kings era una partita da vincere e così è stato, mentre in passato magari non sempre si vincevano le partite alla portata. Qual è la cosa più positiva di questa vittoria?

Abbiamo vinto gestendo il risultato in maniera buona, perché non è mai stato in discussione. Abbiamo attaccato quando dovevamo attaccare, difendere quando gli avversari hanno reagito, attaccato a tutto campo quando cercavamo il bonus come l’ultima azione. E’ una vittoria importante perché ha dimostrato la nostra solidità e la fiducia che abbiamo nei nostri mezzi.

 

 

Capitolo preparazione atletica. Notate miglioramenti rispetto allo scorso anno?

Dall’inizio della preparazione il nostro focus è stato la ricerca di maggiore intensità e di uno sforzo più esplosivo e intenso. Per avere una maggior densità nello sforzo abbiamo modificato il modo di allenarci. Però è importante che i giocatori capiscano che la performance deve essere considerata a 360°: ci sono tantissimi aspetti, ciascuno è necessario, ciascuno influenza gli altri ma nessuno è più importante. La capacità di vedere le cose ad ampio spettro è fondamentale.
Un altro aspetto da considerare è l’innalzamento della competitività media della squadra. Chi entra dalla panchina non abbassa la prestazione, anzi talvolta la alza come sabato contro i Kings.

 

 

Come si svolge il tuo compito nello staff tecnico dell’Accademia di Treviso e su cosa lavori?

Lavoriamo una volta a settimana, io sulle rimesse e Fabio Ongaro sulla mischia, e ci occupiamo soprattutto sulla tecnica di base: mettere i ragazzi nelle condizioni di apprezzare la particolarità dei singoli gesti, sviluppare l’attenzione al dettaglio. E’ un lavoro lungo, ma ci sono molti margini di crescita e i ragazzi migliorano in modo evidente. Siamo molto soddisfatti del loro impegno e della loro dedizione.

 

 

E’ un lavoro che pagherà?

Serve tantissimo. Già a questa età è importante sviluppare le competenze specifiche del gesto tecnico

 

 

Qual è l’aspetto più sottovalutato nell’esecuzione di una buona rimessa laterale?

Direi la competenza complessiva del gesto. Una touche ha molte sfaccettature, bisogna comprendere la complessità del gesto e anche il perché di una determinata chiamata: posso disegnare la miglior giocata ma se i giocatori non capiscono perché la si esegue e cosa fa la differenza nell’applicarla, allora saremo inefficaci nel metterla in campo.

 

 

Come sta evolvendo il rapporto tra allenatore e giocatore e verso dove sta andando il rugby?

L’allenatore deve insegnare le basi del gioco, ma bisogna arrivare ad un punto in cui si supera il rapporto di dipendenza giocatore/allenatore. L’atleta dentro di sé deve avere la percezione di ciò che gli può essere utile: la responsabilizzazione del giocatore è un passo fondamentale. L’allenatore deve mettere il giocatore nelle condizioni di auto allenarsi, di trovare dentro di sé le soluzioni senza chiederle, interpretando la partita e ciò che succede in campo. Chi sta segnando la direzione a livello giovanile è la Nuova Zelanda, dove tutti sono sulla stessa lunghezza d’onda.

 

di Roberto Avesani

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