Marco Bortolami tra scarpini da mettere via e l’invidia di… O’Shea

Il seconda linea chiude sabato la sua carriera da giocatore. A OnRugby parla di giovani, ct che arrivano e di mentalità da cambiare

ph. Sebastiano Pessina

ph. Sebastiano Pessina

Ancora una manciata di minuti e di battaglia sul campo e poi basta con il rugby. Beh, basta con quello giocato, che siamo sicuri che di Marco Bortolami sentiremo parlare a lungo. Radio-Mercato lo dà in procinto di entrare nello staff tecnico del Benetton Treviso, se le indiscrezioni delle ultime settimane sono vere lo scopriremo a breve, intanto noi dobbiamo salutare un giocatore-simbolo del nostro movimento, che partito dal Petrarca Padova è arrivato a diventare capitano del Gloucester e a mettere assieme oltre 100 caps con la nazionale azzurra, diversi con il ruolo di capitano.
La partita contro i Dragons di Newport sarà la sua ultima con le Zebre e da giocatore (a proposito, un social-ringraziamento può arrivare attraverso l’hashtag #GrazieBorto) e a 48 ore dall’ultimo ingresso in campo abbiamo fatto una lunga chiacchierata.

 

Iniziamo dalla domanda più banale per chi sta per appendere gli scarpini al chiodo: il momento più bello e quello più brutto della tua carriera
Le risposte sono piuttosto facili e immediate: quello bello è la prima partita da capitano con la nazionale ad Hamilton, in Nuova Zelanda,  dove marcai anche la mia prima meta azzurra.
Quello brutto: l’infortunio al ginocchio nella semifinale con Gloucester nella stagione 2006-2007 che mi ha impedito di giocare la finale. Fu un momento per me difficilissimo.

 

Quanto è difficile capire che è arrivato il momento di dire basta?
Dipende dagli obiettivi che ti poni e che vuoi raggiungere, io per carattere penso sempre al domani e a nuovi step per migliorarmi, per superarmi. Avevo deciso di continuare perché volevo fare il Mondiale. Ci speravo, è stata una delusione, ma fa parte del gioco. Se è difficile capire quale è il momento? Non è difficile, sono sereno, è il momento giusto anche se quest’anno ho ritrovato una buona forma fisica.

 

Col senno del poi avresti smesso magari un anno fa oppure reputi quella di dire stop oggi la scelta migliore?
Ho fatto la scelta giusta, non avrei smesso dopo il no al Mondiale. Oltretutto ritrovare le Zebre con tanti giovani mi ha aiutato a superare la delusione. Gli ultimi due anni sono stati molto importanti, soprattutto l’ultimo, mi hanno aiutato a vedere le cose da una prospettiva migliore, più completa, quella di chi rimane fuori dalla rosa della prima squadra. Ho capito e vissuto le dinamiche all’infuori dai 15 o dei 23, una cosa che mi è servita e mi servirà moltissimo.

 

Capitolo Zebre: negli ultimi due anni l’andamento della stagione è stato simile, con una prima parte – diciamo fino a gennaio – positivo o comunque con ottime prospettive, poi un crollo di risultati ma anche nella qualità delle prestazioni. Sai darti una ragione?
E’ difficile fare paralleli tra stagioni diverse. Quest’anno all’inizio siamo stati forse avvantaggiati dal fatto che i nostri avversari non erano rodati al 100% e noi eravamo un po’ più in palla, quando il gioco si è fatto più duro abbiamo pagato dazio, complici anche gli infortuni. Però è vero, il calo è innegabile e su questo bisogna interrogarsi perché non succeda più. E’ un problema soprattutto mentale, di attitudine, di esigenze che ogni giocatore deve avere per passare a un livello superiore.

 

Tu hai partecipato a tutte le stagioni celtiche finora disputate da squadre italiane, dopo 6 anni che giudizio dai a questa avventura?
Un’avventura sicuramente positiva nel senso dell’esperienza, molto impegnativa e ce ne stiano rendendo conto tutti. Non passare attraverso la Celtic non è la scelta migliore, ne sono sicuro, confrontarsi con i migliori è sempre la cosa migliore. Bisogna trovare il modo di proseguire su questa strada anche nei prossimi anni ma rimodulando un po’ il tutto, tarando il sistema in maniera migliore. Non è una questione di tempo, bisogna fare un lavoro di qualità: tranne un anno Treviso le nostre squadre non si sono mai schiodate dagli ultimi posti. Bisogna trovare soluzioni diverse, lo dicono i risultati. I margini di crescita ci sono, abbiamo davanti a noi gli esempi di Glasgow e Connacht che due o tre anni fa battevamo regolarmente, almeno in casa, e oggi invece vincono o sono nella parte altissima della classifica. Serve una struttura societaria e uno staff tecnico di qualità. Servono anche giocatori ovviamente, ma Zebre e Treviso devono essere implementate e migliorate a 360°, messe al passo con i competitor. I nostri avversari non ci aspettano.

 

Se ti dicessero che con i soldi risparmiati dalla partecipazione al Pro12 nel giro di 3-4 anni torneremmo ad avere un campionato d’Eccellenza di livello, cambieresti idea?
I club devono essere al centro di tutto il nostro movimento, devono essere valorizzati. Questa cosa è fondamentale ma va a fatta mantenendo anche il Pro12, anche perché una Eccellenza di livello oggi non la avresti nemmeno se a giocare fossero solo 4 o 5 squadre. Senza contare che non basta liberare finanziamenti per migliorare immediatamente il livello del nostro massimo campionato nazionale, servirebbero comunque diversi anni.
Ma soprattutto serve competenza in ogni aspetto, dal magazziniere alla segretaria, fino al manager, al tecnico e al giocatore. Bisogna essere esigenti verso se stessi, il rugby sta correndo ed è impensabile rimanere fermi su modelli di alcuni anni fa.

 

Quanto servirebbe una lega di club?
Non conosco la realtà relazionale tra i nostri club oggi, i giocatori in questo senso hanno fatto importanti passo avanti. I club potrebbero e dovrebbero trovare un modo di unirsi e fare proposte. Dovrebbero imparare a esporsi di più.

 

Legare un’accademia alle franchigie è una cosa positiva?
Fondamentale, i ragazzi hanno bisogno di anticipare questo passaggio perché oggi si sta ritardando troppo il salto di qualità. Dobbiamo chiederci perché i nostro ventenni non sono come francesi e inglesi, a prescindere dal gap formativo dovuto alle condizioni in cui versa lo sport nel nostro paese. Io faccio parte di una generazione fortunata: quando sono arrivato sul palcoscenico c’è stato subito un cambio di generazione enorme, e gente come me, Mauro, Sergio, Andrea Masi e altri hanno avuto subito spazi. Oggi non solo non ci sono quegli spazi, però i ragazzi devono crescere anche da un punto di vista mentale e caratteriale: l’avversario in campo non fa sconti.

 

E cosa faresti con i giocatori che rimangono fermi: una struttura di dual contract sarebbe l’ideale oppure no?
E’ importantissimo, soprattutto con i più giovani. Non sono esperto di queste cose ma bisogna trovare una modalità per mettere in pratica questa cosa in maniera che tuteli un po’ tutti: franchigie, club di Eccellenza e giocatori. Ma basta volerlo e una soluzione la si trova.

 

Vedere un giovane di ottime prospettive come Ferrarini che va a giocare negli USA, che effetto ti fa? E’ un campionato con prospettive di crescita enormi, ma al momento è inevitabilmente un torneo minore…
Filippo purtroppo ha trovato pochissimo spazio alle Zebre, ha una opportunità professionale e di vita e ha fatto bene a prenderla al volo. Può crescere molto lì e poi tornare con un bagaglio di esperienze importanti. Vedo però diversi giocatori che arrivano all’alto livello e che poi si perdono. E si torna a parlare di quella necessaria crescita mentale e di carattere di cui parlavamo prima.

 

Con la maglia azzurra hai messo assieme 112 caps, molti anche da capitano. Tu, Masi, Mauro, Castro e un po’ di altri senatori avete chiuso quell’avventura. Come vedi la costruzione del nuovo gruppo nel breve-medio periodo? Secondo molti addetti ai lavori mancano giovani di carattere come nel caso dell’infornata che ti ha visto protagonista
Nei nostri primi anni avevi un’ampia scelta di leader con giocatori di personalità. Oggi in effetti è più delicata, ma gli atleti non mancano: ci sono giocatori di qualità come Morisi, Campagnaro o Sarto, con quest’ultimo che a Glasgow dovrà dimostrare di saper trovare nuove chiavi di gioco rispetto a quanto ha fatto a Parma. In prima e seconda linea siamo un po’ più risicati, in terza secondo me uno come Jacopo Sarto può letteralmente esplodere, se lo meriterebbe.

 

Quanto fa male l’esclusione dal Mondiale 2015?
Ho voltato pagina. Mi rimane il rammarico per il lato umano e relazionale, per come è arrivata l’esclusione. Sul lato sportivo ci sta: mi sono messo in gioco ed è andata così, capita. Mi spiace, ma non sempre nella vita vieni ricambiato con la stessa moneta con cui ti comporti.

 

Cosa è successo nel corso della gestione Brunel? Un 2012/2013 davvero buono e poi…
I primi due anni è arrivato qualche risultato positivo in più, poi siamo andati in sofferenza molto spesso. C’è da dire che poi anche il risultato di giornata può cambiare le cose: se quest’anno avessimo vinto a Parigi alla prima giornata del sei Nazioni probabilmente poi le cose sarebbero andate molto diversamente. Ci è capitato spesso di perdere partite per dei dettagli. Comunque se stai dentro è complicato ma chi giudica da fuori deve avere una visione più ampia.
Le cose sono andate come sono andate, penso che su questo ci sia poco da dire. I perché possono essere molteplici ma non dobbiamo dimenticare che i nostri avversari hanno preso a correre in maniera importante, anche la Scozia: a livello di nazionale, di franchigie, di costruzione di una struttura importante.
Noi abbiamo spesso guardato alla Francia ma credo che i bleus stiano oggi un po’ segnando il passo perché nel loro campionato ci sono troppi stranieri: prenderla come modello oggi come oggi è un errore. Anche nel 2006 e 2007 in Inghilterra era così, c’erano veramente troppi stranieri, poi la RFU è intervenuta e nel giro di qualche anno si sono iniziati a vedere i risultati.

 

Ora arriva O’Shea, con uno staff anglosassone che si occuperà anche di formazione. E’ oggettivamente un passo diverso rispetto al passato?
Non conosco O’Shea di persona ma credo che sia un’ottima scelta, i risultati del suo lavoro finora sono lì a dimostrarlo. Credo che un cambio di approccio e di metodologia sia fondamentale: la mentalità anglosassone è molto analitica, molto pratica e concreta, ne abbiamo bisogno. Devo dire che sono un po’ geloso per i giocatori che potranno lavorare con questo staff (Bortolami lo dice ridendo, ndr). Ho fiducia che ci sarà una svolta sia in campo che fuori: è fondamentale. Davvero un’ottima scelta.

 

Come giudichi il fatto che Goosen e Guidi seguiranno gli azzurri nel tour di giugno nelle Americhe?
Una decisione assolutamente da applaudire e sostenere: la collaborazione tra nazionale e franchigie è davvero imprescindibile.

 

Ti piace lavorare con i bambini. Quanto è da migliorare e cambiare il lavoro con i più piccoli in un paese che non ha la cultura sportiva, un sistema-scuola e le strutture del mondo anglosassone?
Bisogna cambiare qualcosa: abbiamo bisogno di più giocatori ma soprattutto di giocatori con più qualità. I club devono essere al centro, ma poi dobbiamo fare in modo che ci siano dei risultati, a partire dalla formazione degli atleti più giovani. Bisogna lavorare sulla tecnica individuale, fare molto lavoro con la palla: il pallone deve essere al centro dell’allenamento. Mi è capitato di vedere allenamenti con 20 ragazzini e un pallone: non va bene, devono esserci 20 ragazzini e almeno 10 palloni. Serve un salto di qualità e di metodologia. E poi dobbiamo far appassionare e innamorare i ragazzi a questo sport, altrimenti alla prima difficoltà li perdiamo. In questo senso è decisivo il lavoro dell’allenatore, che deve stimolare i giocatori.

 

Come prosegue il lavoro di GIRA? Mi pare che si possa dire che anche tra i giocatori ci sia una maggiore consapevolezza dei temi che li riguardano
I lavori vanno molto bene, stiamo operando un ricambio generazionale al nostro interno. C’è bisogno che i giovani prendano in mano il destino della categoria e di farla crescere. Mi pare che ci sia questa volontà: un giocatore più responsabile fuori dal campo lo è poi anche in campo. Cresce e matura prima, è in grado di avanzare proposte e di esporsi in prima persona.

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