Sapere cosa volere e sapere come ottenerlo, le ricette smarrite di Casa Italia

A Leeds una vittoria davvero sofferta contro una squadra che ha pochi professionisti veri. E ora ci attendono Irlanda e Romania

ph. Sebastiano Pessina

ph. Sebastiano Pessina

Facciamo un gioco, dimentichiamo il risultato di Leeds e prendiamo in considerazione solo la qualità delle prestazioni viste in campo. Se l’Italia avesse giocato come il Canada cosa diremmo? Una prova positiva, incoraggiante dopo la performance con la Francia. Diremmo che rispetto alla mole di gioco prodotta si è concretizzato poco, ma che la prestazione è stata buona, a tratti convincente e con l’avversario che quasi mai ha avuto davvero il pallino e l’inerzia della partita in mano. Bicchiere decisamente mezzo pieno.
E se fosse stato il Canada a giocare come ha fatto l’Italia quale sarebbe la nostra opinione? Che c’è stata molta confusione, poca lucidità, grande difficoltà a costruire gioco e che quel poco che si è fatto è stato spesso “figlio” di reazioni nervose, di pancia (cosa che era già successo nella partita di Twickenham con la Francia). Che sono stati sbagliati e/o mancati troppi placcaggi ma che la disciplina è stata buona.
Questi i punti principali, poi la sensibilità singola metterebbe l’accento più su un aspetto che sull’altro, ma insomma siamo lì.

 

Però sul prato dell’Elland Road è il Canada che ha fatto l’Italia e viceversa, e questo non è un dettaglio. Perché da una parte c’era una squadra che da 15 anni gioca nel Sei Nazioni e che fa parte in pianta stabile dell’Ovalia che conta, con una rosa che milita nella sua quasi totalità nei principali tornei dell’emisfero nord, ovvero Top 14, Premiership e Guinness Pro12. E dall’altra parte? Abbiamo un “francese” (Cudmore, che gioca nel Clermont), due celtici (Ardron e van der Merwe) e un paio di atleti che giocano nel massimo campionato d’Inghilterra (Sinclair e Phil Mackenzie). I restanti giocatori prendono parte a seconda divisione inglese, tornei nordamericani e in 5 non hanno attualmente un contratto. Stiamo parlando dei 23 a referto. Però a controllare la partita sono stati loro, a far vedere attacchi anche con 15-16 fasi sono stati gli uomini in maglia rossa, a giocare con buona freddezza, determinazione e lucidità.
Si dirà che il Canada è molto migliorato negli ultimi anni, ed è vero, ma noi rimaniamo di un altro livello. O dovremmo esserlo.

 

L’Italia ha giocato male, su questo non può esserci discussione. Molto male. La cosa peggiore è che per lunghi tratti è sembrata smarrita, persa nelle sue mancanze, nelle sue ormai annose debolezze e titubanze, senza avere idee sul come uscirne. Perché se – è solo un esempio –  decidi di giocare le touche per fare partire le driving maul e la difesa avversaria rifiuta il contatto per metterti in difficoltà e farti finire in fuorigioco e lo fa una-due-tre volte forse alla quarta occasione conviene cambiare giocata, ma questo non è successo. E chiunque si interessa di rugby sa che la nazionale italiana cerca il carrettino in maniera sistematica. Una squadra con le idee ben chiare in testa – è solo un altro esempio – non avrebbe avuto il minimo dubbio sul da farsi con l’ultimo pallone della partita, se giocarlo, calciarlo tra i pali o in touche.
La differenza è che il Canada sapeva esattamente cosa doveva fare, noi no, ma per nostra fortuna ai nordamericani manca ancora quella manualità e quella malizia che avrebbe consentito loro di portare a casa una partita che sembrava pendere dalla loro parte mentre noi siamo in uno stato confusionale. La voglia e la grinta non mancano ai nostri giocatori, che non si tirano certo indietro, ma non riescono a incanalare questa voglia attraverso binari efficaci e fruttuosi. E iniziano ad essere anche in crisi di personalità. Non un bel quadro a una settimana dalla partita che deciderà il nostro Mondiale. Senza dimenticare che l’ultima gara, quella di Exeter contro la Romania sarà tutt’altro che una formalità. Anzi.

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