Mondiali di rugby in Italia? Le lezioni e i numeri del 2007 e del 2011

Il presidente FIR vuole organizzare il torneo 2023. Un compito entusiasmante e improbo, ce ne parla Antonio Raimondi

ph. Paul Harding/Action Images

La Coppa del Mondo di rugby in Italia? Sarebbe il sogno che diventa realtà, il riconoscimento più
grande per la nostra palla ovale. Poi guardi fuori dalla finestra e vedi che hanno quasi completato la demolizione dell’albergo costruito, ma non finito, per i mondiali di calcio di Italia 90. Qualche dubbio allora viene, come era venuto sulla candidatura di Roma per organizzare i Giochi Olimpici del 2020. Il Governo Monti aveva negato il sostegno, perché l’impegno economico e i rischi erano troppo alti per un paese in crisi come l’Italia e ci si vedeva magari più vicini alla Grecia, che i Giochi li aveva organizzati nel 2004, piuttosto che a Londra, che invece successivamente ha trovato nell’Olimpiade la spinta positiva per la crescita economica.
Il Presidente della Federazione Italiana Rugby Alfredo Gavazzi ha confermato nel novembre scorso di voler presentare la candidatura per l’organizzazione della Rugby World Cup del 2023, trovando anche un iniziale sostegno da parte del Coni, che comunque non sarà sufficiente, per poter affrontare un impegno del genere, perché occorrerà anche il coinvolgimento del Governo. Quindi non se ne potrà neppure parlare prima del prossimo mese di marzo.

 

In Nuova Zelanda nel 2006, per gestire tutti i processi di organizzazione della RWC11 è stata costituita una società mista che ha unito sotto la bandiera della Rugby New Zeland Limited il governo e la federazione rugby. Era l’unico modo per garantire all’IRB tutti gli obblighi che pesano sulla federazione ospitante e che riguardano, stadi e campi di allenamento, ospitalità per le squadre, programmi VIP e quant’altro fa parte dell’organizzazione del terzo evento sportivo più importante del mondo. Un costo che alla fine è stato di poco superiore ai 111 milioni di euro. Lo scenario nel 2015 sarà già diverso, in Inghilterra promettono i risultati più grandi nella storia della Coppa del Mondo, ma anche lì guardano con interesse all’esperienza neozelandese, per questo motivo è importante vedere i risultati dell’edizione 2011.

 

Proprio questa settimana il Governo neozelandese ha pubblicato con soddisfazione i dati dell’impatto che ha avuto la manifestazione sull’economia del paese. La lettura del documento (se volete approfondire qui trovate il testo completo) potrebbe essere la chiave per
convincere il prossimo governo italiano, che speriamo debba occuparsi per davvero dello sviluppo economico, che i grandi eventi sportivi, in particolare la Coppa del Mondo di rugby, offrono consistenti possibilità di crescita.
Qual è stato l’impatto sull’economia neozelandese della RWC11? Secondo quanto riportato dal governo neozelandese è stato di poco superiore al miliardo di euro ed ha prodotto 29.000 posti di lavoro. Secondo la ricerca indipendente commissionata dal governo neozelandese a medio termine l’impatto economico sarà di 360 milioni di euro con influenza sul PIL neozelandese di 0,34. Un risultato che assume ancora maggior valore alla luce delle scenario di crisi che ci viene ricordato giorno per giorno.
La RWC11 ha attirato in Nuova Zelanda oltre 133.000 turisti da cento differenti paesi e anche
questo è un record, visto che le nazioni partecipanti erano ventiquattro. Il 42% dei visitatori è
arrivato dall’Australia, ma di questi soltanto il 63% era cittadino australiano. Dall’Europa sono
arrivati 38.000 turisti, superando abbondantemente la previsione di 30.000. Le spese per turismo sono aumentate dall’ultimo trimestre del 2010 all’ultimo del 2011 da 138, 2 milioni di euro a 213,7 milioni di euro e una crescita di 88,6 milioni delle spese effettuate da turisti stranieri.

 

In termini di successo delle partite, gli stadi sono stati occupati per il 94% dei posti disponibili per
un ricavo alla biglietteria di quasi 170 milioni di euro per un totale di quasi 1.500.000 spettatori. Il confronto con la Francia è perdente, il mondiale del 2007 aveva sommato 2,2 milioni di spettatori negli stadi, con un’occupazione dei posti disponibili del 95%, ma quattro anni prima in Australia il pubblico globalmente era stato di 1,8 milioni, ma con un’occupazione dei posti disponibili dell’89%. Soprattutto inferiore erano state le presenze dall’estero, soltanto 65.000. In Nuova Zelanda il 22% dei biglietti è stato venduto a livello internazionale con record per le parite Galles – Irlanda (39%) e Australia – Sudafrica (38%).

 

Lo scenario italiano è completamente diverso, ma con potenzialità molto maggiori a fronte di difficoltà organizzative ben più complesse. Orari, posizione geografica, attrattiva ci pongono nella stessa situazione di Francia 2007 (qui potete approfondire l’argomento) con alcuni indicatori decisamente interessanti: dai 245 ai 995 milioni di euro in spese diretta dei visitatori stranieri, dai 750 milioni ai 2,6 miliardi di impatto economico sulla nazione ospitante e 100 milioni di tasse per lo stato.
Immaginare il nostro paese nel 2023 è impresa quasi da visionari, ancora di più se pensiamo allo stato dell’arte dello sport italiano e degli stadi. Far convivere i cinquanta giorni della Coppa del Mondo di rugby con l’attività dei club di calcio è impresa quasi impossibile. Gli stadi italiani, salvo qualche eccezione, rimangono quelli di Italia 90, e la politica è ben lontana dal rigore e dalla trasparenza che dovrebbero caratterizzare l’investimento in una Coppa del Mondo. Sarebbe bello che il rugby potesse offrire un piccolo contributo al cambiamento del nostro paese, che l’indignazione non fosse amplificata soltanto dai social network, ma che trovasse applicazione nel quotidiano di ognuno di noi, secondo i principi della legalità.
Per il momento la vista la fuori, siamo a Milano, è ancora interrotta dallo scheletro dell’albergo che doveva servire per Italia 90 e che non è mai stato aperto, però sarebbe bello…

 

di Antonio Raimondi

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