Russia e USA, se i giganti della guerra fredda si affrontano su un campo di rugby

Sono tra le nazioni più in crescita dell’intera Ovalia. E hanno alle loro spalle soldi, uomini e strutture. Ce ne parla Antonio Raimondi

ph. Jason O’Brien/Action Images

C’è un mondo che s’incontra, lontano dai nostri riflettori, durante novembre. Due super potenze, ma non per il mondo ovale, due paesi in veloce evoluzione rugbistica, che ambiscono a interpretare il ruolo di super potenze anche nel rugby. Venerdì, nel nord del Galles, a Colwyn Bay, si ritrovano Stati Uniti e Russia. Il match è inserito nell’IRB International Series, che sempre venerdì mette a confronto nello stesso campo Samoa e Canada. Tra Stati Uniti e Russia è un confronto di emergenti, anche se nel ranking mondiale rappresentano il diciassettesimo e il diciannovesimo posto e una vittoria della Russia non cambierebbe comunque le posizioni nella graduatoria mondiale.
Indipendentemente dal livello del gioco che ci sarà venerdì a Colwyn Bay, sarà una giornata da veri appassionati di rugby, dove respirare l’aria della tradizione gallese e la fresca curiosità di queste nazioni tanto grandi, quanto piccole nel rugby. Una giornata da giacca a vento, birra e magari un punch (in questo caso alla livornese) per darci quella “scaldata” necessaria, dopo aver passato quattro ore in tribuna. La partita è la rivincita di quella giocata nell’ultima Coppa del Mondo e vinta dagli Stati Uniti per tredici a sei, per noi è lo spunto per conoscere le due realtà mondiali che potrebbero avere il maggior impulso, dall’inclusione del rugby a sette ai giochi olimpici da Rio 2016.
Per Stati Uniti e Russia tutto gira attorno all’ambizione olimpica e se le due federazioni della palla ovale riusciranno a intercettare un po’ dei talenti sportivi nazionali, non sarà in discussione arrivare al livello più alto, ma solo quando: rapidamente, promettono e programmano le due federazioni. I russi organizzeranno nel 2013 la World Cup di rugby a sette e per l’occasione stanno costruendo uno stadio, il primo nel paese, interamente dedicato al rugby. Certo i numeri dei giocatori non sono ancora straordinari, meno di ventiduemila giocatori, ma ci sono risorse per una crescita molto rapida e soprattutto c’è già una struttura pronta a esaltare una crescita rapida. Ad esempio la Russia è l’unica con il Giappone, tra le nazioni classificate dall’International Board tier 2 e tier 3, ad avere un campionato nazionale professionistico. Un torneo a otto squadre con budget che oggi come oggi i nostri club di Eccellenza possono invidiare. Il livello tecnico del torneo è paragonato al Pro D2 francese e a dimostrarlo i risultati di qualche amichevole, che non avranno un valore assoluto, ma restano comunque indicativi. Nel 2011 ad esempio l’Enisey STM ha giocato in Italia, vincendo, contro L’Aquila e Lazio, il VVA Podmoskovye ha sconfitto Grenoble e in passato ha portato il nome di Yuri Gagarin, il primo uomo lanciato nello spazio, che era un appassionato giocatore di rugby.
Il club siberiano Krasnoyarsk ha invece la consulenza dei Crusaders, con scambio continuo di giocatori e la possibilità per i migliori russi, di effettuare stage all’accademy di Christhchurch. Qualcosa si muove e si capisce dall’interesse che hanno i club del campionato inglese per i giocatori russi: Artemiev gioca con Northampton, Kulemin con London Welsh, mentre è durata una mezza stagione l’avventura di Gresev e Korshunov a Wasps. Tuttavia, considerando i budget a disposizione dei club professionistici, non sarà una sorpresa se in futuro il campionato russo possa diventare l’alternativa al Giappone, come tappa remunerativa nella carriera di giocatori di alto livello.

 

Il rugby a sette giocherà un ruolo fondamentale nello sviluppo del rugby a quindici, perché permetterà il reclutamento di nuovi giocatori, che avranno comunque uno sbocco professionale nazionale anche nel gioco a quindici. L’altro atout in mano alla federazione russa è l’appoggio del governo, che potrebbe propiziare nuovi investimenti. Barack Obama non ha invece dato il suo appoggio al rugby statunitense, ma qui la chiave del possibile successo è il rapporto tra la federazione e il comitato olimpico statunitense. Con l’ingresso ai Giochi Olimpici, il rugby ha fatto i passi formali necessari a entrare nella grande famiglia olimpica statunitense. Ora è a pieno titolo nell’USOC e la conseguenza diretta è quella di avere piani di High Performance condivisi e finanziati dal comitato olimpico, dedicati a un gruppo di élite.
E’ nato il primo gruppo di giocatori professionisti che hanno l’obiettivo olimpico: ventitré contratti, quindici uomini e otto donne, che si allenano in California, avendo a disposizione il massimo della scienza e della tecnologia per l’allenamento, oltre che le fantastiche strutture del comitato olimpico. La possibilità di partecipare ai giochi olimpici, potrebbe diventare un polo di attrazione per molti atleti. Per comprendere meglio, basta fare l’esempio di Carlin Isles, che una volta fallita la qualificazione nei cento metri per l’Olimpiade di Londra, ha iniziato a interessarsi al rugby, finendo rapidamente in nazionale, debuttando nelle Sevens World Series lo scorso mese in Australia. Isles nel 2012 ha un personale sui 100 metri di 10.13, ventoso. Il suo 10.24 senza vento è solo il trentacinquesimo tempo stagionale negli Stati Uniti, ma sufficiente per dire che oggi è il più veloce rugbista in attività ed ha i prossimi tre anni a disposizione per affinare le sue qualità rugbistiche. Quanti Isles potrebbe trovare la Federazione statunitense, guidata dall’inglese Nigel Melville?

 

Come per il rugby russo, anche per quello statunitense, il seven è fondamentale strumento di promozione, per incrementare il numero di praticanti e i fondi a disposizione. Nel 2010 gli Stati Uniti sono entrati nella top ten mondiale per numero di giocatori, oltre ottantamila, estrapolando solo il dato delle donne, ventimila, sono addirittura al primo posto. La tappa americana delle Rugby Sevens World Series, dopo lo spostamento da San Diego a Las Vegas, ha un impatto economico sulla città ospitante di diciassette milioni di dollari. Un contributo importante alla crescita è arrivato dalle televisioni e ora anche i telespettatori USA possono vedere i principali tornei internazionali e anche di rugby nazionale. Gli appassionati sono ancora soltanto l’uno per cento della popolazione e l’obiettivo è proprio la crescita degli appassionati, pur in un mercato in cui la concorrenza sportiva si chiama NBA, NFL e MLB. Uno dei punti del piano strategico è l’organizzazione di eventi internazionali e proprio per questo noi rugbisti italiani potremmo trovarci la concorrenza della candidatura americana per l’organizzazione della Coppa del Mondo del 2023 o del 2027. Concorrenza scomoda, poiché Lapasset ha manifestato pubblicamente l’interesse dell’International Board per il mercato a stelle e strisce.

 

di Antonio Raimondi

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