Benetton, Pavanello: “Non chiedo la perfezione nelle prime settimane, ma dobbiamo essere vogliosi di risultato fin da subito”
Il presidente biancoverde a OnRugby: "I permit? Deve essere un sistema equilibrato. Vorrei vedere giovani che durante l'anno diventano veri giocatori da URC, e i cambiamenti non devono essere un alibi"
Benetton, Pavanello: "Non mi aspetto la perfezione, ma non voglio una stagione negativa già a gennaio" (ph. Benetton Rugby)
Comincia il nuovo ciclo del Benetton, con Wayne Pivac in panchina e una rosa con diversi cambiamenti importanti. Dopo tante soddisfazioni e un’ultima stagione più sottotono rispetto alle precedenti i biancoverdi ripartono con un nuovo progetto a lungo termine, come ha spiegato a OnRugby il presidente Benetton Antonio Pavanello, che ha toccato diversi punti della prossima stagione dei Leoni: dalle idee di gioco del nuovo tecnico ai permit player, dallo sviluppo e la ricerca dei giovani talenti alla “concorrenza” del Top 14, passando ovviamente da ciò che si aspetta da questa annata di URC e Challenge Cup.
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Benetton: l’intervista al Presidente Antonio Pavanello
Qual è la sua prima impressione sul lavoro di Pivac in questi mesi di preparazione? Cosa si aspetta che porti di diverso in biancoverde rispetto alle ultime stagioni, a livello di gioco e di approccio?
“La prima impressione è molto positiva. Wayne ha portato grande esperienza, ma soprattutto grande chiarezza su quello che vuole costruire. Ho visto fin dall’inizio un lavoro molto preciso sul campo, ma anche sulla cultura della squadra, sulle responsabilità individuali, sulla volontà di far crescere il gruppo leader e sul modo in cui vogliamo stare insieme. Dal punto di vista del gioco mi aspetto un Benetton propositivo, che abbia il coraggio di giocare, di muovere il pallone e di mettere sotto pressione gli avversari non soltanto attraverso la fisicità, ma anche attraverso la qualità delle proprie scelte. Mi piacerebbe vedere una squadra divertente da guardare e, soprattutto, una squadra che si diverta a giocare. L’altro aspetto fondamentale è l’identità. Non vogliamo che ciò che siamo dipenda dal singolo giocatore, da una partita o da una stagione. Dobbiamo costruire un’identità forte e riconoscibile, che rimanga nel tempo anche quando cambiano gli interpreti: un modo di essere, di giocare e di rappresentare il Benetton Rugby che sia sempre riconoscibile.
Negli ultimi anni il Benetton ha sempre posto degli obiettivi chiari a inizio stagione, che fossero i playoff o la Challenge. Coach Pivac invece ha parlato di un progetto a lungo termine di almeno 3 anni: come cambierà l’approccio rispetto alle ultime stagioni?
“Non credo che le due cose siano in contraddizione. Avere una visione di tre anni non significa rinunciare ad essere competitivi oggi. Quello che è sicuro è che siamo all’inizio di un nuovo ciclo che ha avuto una forte discontinuità in parecchi ambiti rispetto alla passata stagione. Non sarebbe funzionale fare proclami che metterebbero inutile pressione all’ambiente. Vogliamo provare a giudicare il nostro lavoro non soltanto sulla posizione finale in classifica, ma anche sulla crescita della squadra. Dobbiamo costruire qualcosa che possa essere sostenibile nel tempo: sviluppare i tanti giovani che abbiamo inserito in rosa in maniera fissa o come permit, migliorare i giocatori che abbiamo, creare profondità nella rosa e dare un’identità forte al nostro rugby. Naturalmente giochiamo ogni partita per vincere e vogliamo fare il meglio già da questa stagione. Ma non vogliamo che un singolo risultato positivo o negativo cambi continuamente la direzione del progetto. In questo io e Wayne siamo perfettamente allineati”.
Per questa stagione ci saranno comunque degli obiettivi di risultato? Quali saranno?
“Come dicevo prima non abbiamo messo obiettivi di risultato, perché non sarebbero funzionali al primo anno di questo ciclo, ma ne abbiamo messi altri internamente tra noi e squadra che siamo sicuri possano essere positivi per la nostra crescita. Ad ogni modo in Europa vogliamo dire la nostra come nelle ultime stagioni. Anche se non siamo stati molto fortunati nel sorteggio del girone, la Challenge Cup è una competizione nella quale pensiamo di poter fare un percorso importante e uno degli obiettivi è riuscire a conquistare la possibilità di giocare le fasi a eliminazione diretta, possibilmente a Monigo. Questo perché ci consente di creare ancora più entusiasmo all’ambiente e avere più chance per continuare il cammino europeo. In URC sappiamo quanto il campionato sia competitivo e quanto sia difficile entrare nelle prime otto. Vogliamo restare in corsa il più a lungo possibile e avvicinarci a quel livello di continuità che permette di competere per i playoff. Sicuro non mi piacerebbe che a gennaio il nostro cammino sia già scritto in maniera negativa. Accanto ai risultati, però, ci sono altri indicatori per noi fondamentali: lo sviluppo dei giovani, la capacità di allargare il numero di giocatori realmente competitivi e la qualità del rugby espresso”.
Ci sono stati diversi cambiamenti nella rosa, primo tra tutti l’addio di Menoncello ma anche l’arrivo di giovani prospetti come Mey e il ritorno a titolo definitivo di Werchon. Cosa si aspetta da questa squadra? Si aspetta un inizio subito competitivo o servirà un periodo di adattamento?
“Quando cambi allenatore, inserisci nuovi giocatori e modifichi alcuni principi di gioco è normale che ci sia bisogno di tempo per trovare tutti gli automatismi. Questo, però, non deve diventare un alibi. Dobbiamo essere vogliosi di risultato fin da subito. Abbiamo perso giocatori importanti, ma ne sono arrivati altri con grandi motivazioni e abbiamo diversi giovani sui quali crediamo molto. Una delle cose che mi interessa maggiormente è vedere quanto velocemente riusciremo a trasformare questo gruppo in una squadra vera. Non chiedo perfezione nelle prime settimane. Mi aspetto però di vedere immediatamente atteggiamento, intensità e disponibilità a lavorare per il compagno e per finalizzare il più possibile le nostre occasioni. Gli aspetti tecnici possono richiedere tempo; l’atteggiamento no”.
In questi anni tanti giocatori del Benetton sono volati in Francia a fronte di offerte importanti. Al momento il divario economico tra il Top 14 e tutti gli altri campionati è così ampio? Si può fare qualcosa per ridurlo o, se un giocatore vuole partire, non c’è modo di trattenerlo?
“Il Top 14 oggi ha una capacità economica molto importante e negarlo sarebbe poco realistico. Ci sono club che possono presentare offerte che per noi, e non soltanto per noi, sono molto difficili da pareggiare. Abbiamo visto come nelle ultime stagioni anche grossi Club Inglesi o di URC abbiano perso pedine importanti a discapito del campionato francese. Il nostro obiettivo non può essere quello di entrare ogni volta in un’asta economica. Dobbiamo essere competitivi attraverso un progetto diverso: offrire ai giocatori un ambiente di alto livello, possibilità di crescita, rugby internazionale, strutture, qualità dello staff e un percorso sportivo credibile. Poi ci sono dei momenti nella carriera in cui un giocatore può ricevere un’offerta che cambia significativamente la sua situazione economica. È legittimo che la valuti. Per noi la sfida è duplice: cercare di trattenere il più possibile i giocatori sui quali vogliamo costruire il nostro futuro e, contemporaneamente, essere sempre capaci di svilupparne altri. Un club come Benetton deve diventare molto forte anche nella capacità di rigenerare continuamente talento”.
In estate si è parlato tanto del nuovo sistema dei Permit Players e di questo “asse Petrarca-Benetton”. Secondo lei è una soluzione che aiuta sia le franchigie che i club di Elite? Non c’è il rischio di “falsare” il campionato di Serie A Elite con alcune squadre che si trovano comunque “vincolate” alle franchigie?
“Prima di tutto parlerei più di un sistema di collaborazione che di un “asse” con una singola società. Il nostro rapporto con i club del territorio e della Serie A Elite è più ampio: con Mogliano esiste una collaborazione storica ed è proprio da quel rapporto che questo tipo di progetto ha iniziato a svilupparsi; oggi lavoriamo anche con Petrarca e Vicenza, con modalità che possono naturalmente essere diverse a seconda delle esigenze dei club e dei giocatori. Ma siamo sempre aperti ad altri Club. Il principio di fondo, per noi, è semplice: i giovani di talento devono giocare. Tenerli all’interno di una rosa URC senza avere minuti sufficienti non aiuta né il loro percorso né, in prospettiva, il movimento italiano. La possibilità di muoversi tra Serie A Elite e franchigia consente invece di trovare il livello di competizione più adatto al momento di crescita del singolo giocatore. Detto questo, il sistema deve essere regolato con equilibrio. Non deve trasformarsi in un rapporto nel quale un club viene percepito come una seconda squadra della franchigia, né deve alterare la credibilità del campionato. L’obiettivo deve essere creare una collaborazione in cui tutti abbiano un beneficio: il giocatore, che può crescere e trovare minuti; il club di Elite, che può valorizzare talento di qualità; e la franchigia, che può accompagnare meglio lo sviluppo dei propri prospetti. Per noi questo è soprattutto un progetto di sistema, non un rapporto esclusivo con una singola società. E il lavoro finale che deve esserci per noi e i Club che collaborano con noi è di portare nel più breve tempo possibile e con la miglior qualità un giovane a giocare per la Nazionale. In questi 10 anni abbiamo lavorato con circa 150 ragazzi, 110 circa italiani e circa 40 stranieri. 15 di questi stranieri sono diventati eleggibili per la nazionale italiana, degli italiani circa 70 hanno vestito la maglia della Nazionale”.
Andrea Marcato è passato da un ruolo “di campo” a Head of Recruitment del club. Quale sarà il suo compito, sia per quanto riguarda i giovani italiani, sia per quanto riguarda eventuali rinforzi esteri?
“È un passaggio che per me ha anche un significato particolare, perché l’area recruitment è quella che ho seguito direttamente per undici anni e che mi ha dato moltissime soddisfazioni. Con il mio nuovo ruolo era naturale arrivare a un passaggio di consegne e credo che Andrea sia la persona giusta per dare continuità al lavoro fatto, portando allo stesso tempo una propria visione e una propria sensibilità. Andrea avrà il compito di guidare l’area recruitment, ruolo importantissimo. Perché nel rugby moderno non puoi iniziare a cercare un giocatore soltanto quando emerge una necessità. Devi avere una conoscenza continua del mercato e una programmazione di medio-lungo periodo. Andrea avrà quindi il compito di coordinare un processo costante di scouting e valutazione. Questo significa conoscere sempre meglio i giovani italiani, seguirne l’evoluzione nel tempo e avere una visione chiara di quelli che possono diventare giocatori da Benetton nei prossimi anni. Allo stesso tempo dovrà monitorare il mercato internazionale. Non significa necessariamente andare alla ricerca di grandi nomi, ma individuare il giocatore giusto per le nostre esigenze tecniche, economiche e anche di spogliatoio. Andrea conosce molto bene il rugby italiano, conosce il nostro ambiente e ha una grande sensibilità tecnica”.
Cosa la farebbe sentire soddisfatto di questa stagione? A livello di risultati, di prestazioni, di atteggiamento. Cosa vuole vedere da questo Benetton?
“Vorrei arrivare alla fine della stagione avendo la sensazione che sia stato costruito qualcosa. Naturalmente voglio vedere Benetton giocare partite importanti e fare più risultati possibili. Siamo uno sport professionistico e la vittoria conta. Ma vorrei anche vedere una squadra riconoscibile: coraggiosa, propositiva, difficile da affrontare e capace di mantenere standard elevati indipendentemente dall’avversario. Vorrei vedere giovani che durante l’anno diventano veri giocatori da URC, una rosa nella quale non ci siano soltanto una trentina giocatori affidabili ma una profondità sempre maggiore, e un gruppo nel quale tutti percepiscano di avere un’opportunità se dimostrano di meritarla. Se alla fine della stagione avremo ottenuto dei risultati, sviluppato nuovi giocatori e creato una squadra con un’identità ancora più forte, allora potremo dire di aver fatto un passo importante nella direzione giusta”.
Francesco Palma