Dal Rugby’s Greatest Rivalry ai Lions: i tour sono il futuro del calendario internazionale?
Una sfida sportiva affascinante che non nasconde profitti importanti
Dal Rugby’s Greatest Rivalry ai Lions: i tour sono il futuro del calendario internazionale?
Il 2026 è un anno di cambiamenti per il rugby e il suo calendario mondiale: a luglio è iniziato il Nations Championship, nuovo torneo con cadenza biennale che mira a dare maggiore appetibilità ai test match estivi e autunnali, e ora la Rugby’s Greatest Rivalry, il tour della Nuova Zelanda in Sudafrica sulla scia dei più prestigiosi British and Irish Lions.
Sudafrica e Nuova Zelanda, due delle squadre mediaticamente più rilevanti nel panorama ovale internazionale, si affronteranno in tre test match più un quarto a Baltimora (partita non valida ai fini della serie) in un tour che ricorda molto quello dei Leoni Britannici in Australia svolto durante l’estate del 2025.
La Rugby’s Greatest Rivalry ha preso il posto, almeno per quest’anno (si ripeterà nel 2030 a campi invertiti) del Rugby Championship lasciando ad Australia e Argentina l’onere e l’onore di organizzare due test match il 29 agosto e il 5 settembre (a Jujuy e Mendoza).
Ma cosa c’è dietro l’organizzazione di un tour?
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Rugby’s Greatest Rivalry: un modello da seguire per il futuro?
E’ facilmente presumibile che Sudafrica e Nuova Zelanda vogliano mantenere uno standard elevato di test match un pò come successo – e come è sempre stato – con il tour dei British and Iris Lions.
L’anno scorso la Rugby Australia (RA) ha sanato i suoi debiti, “grazie” ai Tourists, incassando qualcosa come 35 milioni di dollari; se a questa somma aggiungiamo i futuri introiti del Mondiale 2027 che RA guadagnerà la cifra potrà solo che crescere.
In questo contesto la Nuova Zelanda intende lavorare. Un rapporto di Deloitte in possesso della testata giornalistica Stuff (secondo quanto riporta BBC) sostiene che il Super Rugby Pacific non produce interesse dal punto di vista sportivo, economico e commerciale.
La separazione delle franchigie sudafricane (inserite nello URC), l’isolamento geografico e sportivo (partite con avversarie australiane e isolane) ha portato il documento a registrare delle perdite significative da parte delle squadre neozelandesi.
Gli Hurricanes, campioni in carica, hanno chiuso il 2023 con una perdita di 1,4 milioni di dollari e ne prevedono una di quasi 2 milioni per il 2025. Inoltre la regola ferrea della Federazione neozelandese di convocare con gli All Black solo giocatori che militano in casa ha spinto alcune delle grandi stelle come Rieko Ioane, Jordie Barrett e Richie Mounga a prendersi un anno (o più) sabbatico per andare in Europa o Giappone e firmare contratti più lucrativi.
Il problema dei calendari dell’Emisfero Nord e dell’Emisfero Sud
I calendari dei due Emisferi sono saturi e per di più non allineati: il Sei Nazioni si svolge fra febbraio-marzo quando è in corso il Super Rugby Pacific e le Nazioni australi riposano. A giungo terminano i principali campionati nazionali europei mentre inizia la stagione ufficiale di Sudafrica, Nuova Zelanda, Australia e Argentina che termina a novembre quando invece da circa due mesi sono ripresi i campionati dell’Emisfero Nord.
Rassie Erasmus ha più volte sottolineato la possibilità di allineare i calendari dei due Emisferi in modo da agevolare i periodi di lavoro e di recupero di tutti i giocatori, equiparando dove possibile anche la competitività delle partite.
E proprio di competitività ha bisogno la Nuova Zelanda: il Super Rugby Pacific è carente da questo punto di vista e un tour impegnativo in Sudafrica come la Rugby’s Greatest Rivalry può rispondere, economicamente e sportivamente, alle sue esigenze. Anche in funzione della prossima Rugby World Cup del 2027 e di quella del 2031 negli Stati Uniti.
Guarda caso l’ultimo test match fra Springboks e All Blacks si giocherà a Baltimora per quella che sarà la prima gara delle due squadre sul suono americano.
Francesco Giannelli Savastano