Daniele Pacini: “Non esiste una Nazionale competitiva senza Club capaci di reclutare, formare e trattenere giocatori e giocatrici”
Il Direttore Tecnico della FIR illustra a OnRugby la direzione che la Federazione vuole dare al rugby italiano
Daniele Pacini:” Non esiste una Nazionale competitiva senza Club capaci di reclutare, formare e trattenere giocatori e giocatrici” (ph Sebastiano Pessina)
Ferragosto è l’unica settimana in cui il rugby italiano si ferma davvero. Il Paese si divide tra spiaggia e montagna e anche la palla ovale nostrana si concede una brevissima sosta in un calendario che, ormai, satura quasi tutte le cinquantadue settimane dell’anno.
Daniele Pacini, da cinque anni Direttore Tecnico della Federazione Italiana Rugby, lo sa bene: l’attività è un flusso ininterrotto. E anche nelle due settimane centrali di agosto, le uniche senza appuntamenti agonistici, l’attenzione è già tutta sulla stagione 2026/27, di fatto già iniziata.
“Le ultime settimane di luglio sono un momento importante per le nostre Società. Si finisce la programmazione societaria, sono definiti i calendari da parte di FIR, si programmano attività, staff e risorse. Il nostro compito come Federazione è creare le condizioni affinché i Club possano programmare, crescere e perseguire i propri obiettivi all’interno di un sistema sostenibile e coerente con la direzione tecnica del rugby italiano”, spiega Pacini.
Romano, tra i fondatori della Capitolina, club che festeggia il trentennale di attività a fine settembre, Pacini sottolinea: “Per la prima volta dalla pandemia siamo tornati, anche se in piccola misura, a crescere nel numero dei praticanti. Parliamo di circa l’uno per cento: non è un dato da celebrare, ma è un segnale importante in un Paese che vive un forte calo demografico ed un nuovo approccio generazionale all’agonismo e nel quale la competizione tra le diverse proposte sportive e di tempo libero è sempre più forte. La domanda che dobbiamo farci non è semplicemente quanti tesserati abbiamo, ma quante persone riusciamo ad avvicinare al rugby, quante rimangono e soprattutto quale esperienza trovano quando entrano in un Club”.
Touch, Tag, e il beach rugby che continua a crescere grazie a un Trofeo Italiano Beach Rugby sempre più partecipato: secondo Pacini le forme di gioco alternative sono quelle con il margine di crescita più ampio nel movimento di base.
“La nostra missione non è solo provare a vincere nel Sei Nazioni, la nostra missione è far giocare le persone a rugby. Non fraintendiamo (ride, ndr): l’attività internazionale è fondamentale per FIR, così come per l’intero ecosistema rugbistico. Ma dobbiamo interrogarci sul perché, oggi, la gente voglia giocare a rugby, e come voglia farlo. Sono stati portati decine di migliaia di bambine e bambine nei campi, se poi l’ambiente non è capace di accoglierli, formarli e farli sentire parte di una comunità, così come anche in passato hanno abbandonato così capiterà ancora, ma ne perderemo molti di più e molto prima. Per questo la qualità del Club è decisiva. La competenza degli educatori e delle educatrici, degli allenatori e delle allenatrici, la capacità di gestire le relazioni con le famiglie, la qualità dell’esperienza quotidiana e il senso di appartenenza sono elementi tecnici a tutti gli effetti. Un Club forte non è semplicemente un Club che vince. È un Club capace di attrarre persone, trattenerle, svilupparle e costruire intorno al rugby una comunità: tutti aspetti in cui, come FIR, siamo impegnati a garantire alle nostre Società strumenti concreti come il corso per Responsabili Sviluppo Club, il progetto formativo di comunità, il seminario per lo sviluppo delle skills di marketing”.
Il movimento è però legato alle proprie tradizioni, ai propri ritmi, ai propri campionati.
“Ed è sano che sia così: i nostri Club vogliono sfidarsi, competere tra loro, essere orgogliosi di partecipare alla vita del rugby italiano ogni giorno, ogni weekend. Il nostro compito è fare in modo che ciò avvenga in modo sostenibile economicamente per le Società e coerente con il progetto tecnico federale, a beneficio di tutto il rugby italiano. L’organizzazione dei campionati rispecchia, e rispecchierà sempre di più in futuro, questa visione: trasferte più brevi, meno spese, maggiori risorse da investire nello sviluppo del Club come polo di socialità. Non dobbiamo pensare che esista un solo modo di appartenere al rugby”.
Ma questo non significa rinunciare alla tradizione dei campionati e alla centralità dei Club?
“Al contrario. La competizione è parte dell’identità del nostro sport. I Club vogliono confrontarsi, costruire squadre, vincere partite, rappresentare il proprio territorio e sentirsi protagonisti del rugby italiano. Il punto è fare in modo che questa competizione sia sostenibile e che non diventi un ostacolo allo sviluppo delle Società. Ogni euro che un Club è costretto a spendere in trasferte o costi organizzativi è un euro che non può investire in allenatori, strutture, reclutamento, formazione o sviluppo ma il nostro Paese è lungo ed il rugby ha densità in pochi territori, ed i campionati Nazionali devono guardare a questo equilibrio tra competizione e costi. Da qui alcune delle scelte quali il blocco delle retrocessioni deciso all’inizio del 2025, l’aumento dei rimborsi chilometrici e una crescente attenzione alla dimensione territoriale dei campionati cercando di generare maggior densità.
La sostenibilità non è un tema secondario rispetto al progetto tecnico: ne è una condizione. Se vogliamo Club più forti dobbiamo consentire loro di investire maggiormente sulle proprie competenze e sulle proprie infrastrutture, non semplicemente sulla gestione della stagione agonistica. Il Club è sicuramente un luogo di sport, ma anche un polo educativo e sociale del proprio territorio”.
Ci spiega il recente dibattito sulla composizione dei campionati in particolare quello della Serie A Maschile?
“In queste settimane ci sono state interpretazioni sulla composizione dei campionati, in particolare sulla Serie A. È utile allora distinguere due aspetti. Questa estate non è stata cambiata la formula del campionato. L’allargamento a dodici squadre dei gironi della Serie A Maschile era già previsto ed era stato annunciato da due stagioni.
Da regolamento, inoltre, la Serie A Maschile è un campionato unico. Il cosiddetto girone meritocratico rappresenta un’articolazione dello stesso campionato basata sul merito sportivo. Le squadre che provengono dai gironi territoriali possono accedere alla fase finale e conquistare la promozione in Serie A Elite”.
Le rinunce di alcune Società aventi diritto hanno però prodotto un ripensamento.
“L’allargamento era stato richiesto anche da diversi Club per avere una stagione con più incontri. Quasi due anni dopo ci siamo trovati in una situazione in alcune Società aventi diritto hanno preferito rimanere nei gironi territoriali ed altre addirittura si sono sciolte in seguito a fallimenti o per ridimensionamenti sono partiti dalla serie C. Avremmo potuto modificare nuovamente l’impianto a pochi giorni dall’inizio della stagione, ma credo che uno dei problemi storici del nostro sistema sia stato proprio cambiare troppo frequentemente regole e programmazione.
Per una Società programmare significa assumere allenatori, costruire rose, prendere impegni economici, organizzare trasferte e attività. Cambiare continuamente le condizioni significa rendere tutto questo più difficile. La stabilità delle regole è quindi una forma di rispetto verso i Club”.
Da qui la scelta di procedere con dei ripescaggi.
“FIR applica i regolamenti, è pleonastico dirlo ma non potrebbe essere diversamente. I regolamenti esistono proprio per non essere interpretabili: se c’è necessità di un ripescaggio, si sondano le aventi diritto secondo il ranking della stagione precedente. Ogni altra interpretazione mi fa sorridere.”
Proprio le rinunce registrate nell’ultima estate rappresentano, secondo Pacini, un’indicazione importante.
“Ci stanno dicendo che oggi, per molti Club, la sostenibilità pesa quanto l’ambizione sportiva. Non dobbiamo leggerlo necessariamente come un arretramento. Dobbiamo quindi reagire per riequilibrare il sistema. Il compito della Federazione è costruire campionati che mantengano valore competitivo ma che siano compatibili con le reali capacità economiche, organizzative e tecniche delle Società. Per questo stiamo lavorando sugli scenari futuri dei campionati. Non per cambiare continuamente formule, ma per costruire un sistema più sostenibile, leggibile e coerente, che premi chi investe sulle proprie competenze, sui propri tecnici, sui giovani e sulle infrastrutture. Il principio deve essere semplice: prima definiamo dove vogliamo portare il sistema, poi costruiamo competizioni coerenti con quella direzione”.
È quindi in questa funzione che si colloca il ruolo affidato a Carlo Orlandi?
“Il sistema è diventato troppo complesso per essere seguito in modo episodico. Abbiamo bisogno di un presidio quotidiano e di una relazione continua con i Club. Carlo conosce profondamente il rugby italiano, sia per la sua lunga esperienza tecnica sia per quella istituzionale maturata come consigliere federale. Il suo compito sarà contribuire a rendere più efficiente il rapporto tra area tecnica, competizioni e Società”.
Se sul fronte maschile l’alto livello è delegato al Direttore Sportivo Ascione, lei si occupa invece dell’intero settore femminile. Come giudica la scomparsa di una realtà storica come Colorno?
“La perdita di Colorno è importante per tutto il rugby femminile italiano. Ma una Federazione non può entrare nelle decisioni gestionali e societarie di un Club.
Forum Iulii era la prima Società avente diritto dopo la finale persa contro Volvera e il suo ingresso rappresenta anche un’opportunità: porta il massimo campionato femminile in Friuli-Venezia Giulia, una Regione nella quale il rugby sta mostrando segnali interessanti di crescita”.
Qual è invece la valutazione sulle atlete che hanno scelto di andare a giocare in Francia e Inghilterra?
“Quando una giocatrice italiana sceglie di confrontarsi quotidianamente con contesti professionali o altamente competitivi, la FIR come per il sistema maschile non può intervenire in nessuna maniera. Il nostro obiettivo è sempre quello di far crescere le giocatrici italiane, indipendentemente dal luogo nel quale giocano. Allo stesso tempo dobbiamo continuare a supportare la Serie A Elite italiana, perché è lì che devono poter emergere nuove giocatrici, trovare spazio, assumersi responsabilità e costruire il futuro della Nazionale”.
Per Pacini il tema, ancora una volta, è quello dell’intero sistema.
“Non esiste l’alto livello senza una base forte. Non esiste una Nazionale competitiva senza Club capaci di reclutare, formare e trattenere giocatori e giocatrici. E non esistono Club forti senza allenatori competenti, dirigenti capaci e ambienti nei quali le persone abbiano voglia di rimanere. La direzione che vogliamo dare al rugby italiano parte da qui.
Più persone che giocano, Club più solidi, tecnici più competenti, competizioni sostenibili e percorsi di sviluppo chiari. Poi naturalmente vogliamo anche vincere. Ma vincere deve essere la conseguenza di un sistema che funziona, non l’unico criterio con cui giudicarlo”.