Non solo Ma’a Nonu: i 5 (+1) rugbisti che hanno sfidato il tempo giocando oltre i 40 anni da professionisti
Dai due volte campioni del mondo ai protagonisti di Premiership e Top 14: la longevità nel rugby professionistico resta un’impresa per pochissimi eletti
Non solo Ma’a Nonu: i 5 (+1) rugbisti che hanno sfidato il tempo giocando oltre i 40 anni - ph. Sebastiano Pessina
Il ritorno di Ma’a Nonu in Sudafrica con la maglia degli Sharks ha riportato sotto i riflettori uno dei temi più affascinanti del rugby moderno: la longevità. A 44 anni il centro neozelandese continua infatti a competere nel rugby professionistico, un traguardo eccezionale in uno sport caratterizzato da un livello di fisicità sempre più elevato.
Nonu, però, non è l’unico ad aver sfidato il tempo. Nella storia del rugby internazionale professionistico sono stati pochissimi i giocatori capaci di rimanere competitivi oltre i quarant’anni, e quasi tutti rappresentano autentiche leggende della disciplina.
Rugby over 40: na lista dominata da campioni del mondo e centurioni
A colpire è soprattutto il livello dei protagonisti. Tra i cinque nomi spiccano infatti tre campioni del mondo: Ma’a Nonu e Brad Thorn con la Nuova Zelanda, oltre a Matt Giteau, protagonista per oltre un decennio con i Wallabies e due volte finalista mondiale.
Non si tratta semplicemente di atleti che hanno prolungato la carriera in campionati minori, ma di giocatori che hanno continuato a esibirsi in competizioni professionistiche di alto livello, tra Top 14, Premiership, United Rugby Championship, Major League Rugby e Currie Cup.
Un dato che racconta come la longevità, nel rugby moderno, sia quasi sempre il risultato di qualità tecniche straordinarie, una preparazione fisica maniacale e una gestione estremamente attenta del proprio corpo.
Perché oggi è ancora più difficile arrivare a 40 anni
Se un tempo vedere giocatori quarantenni era già raro, oggi l’impresa è diventata ancora più complicata. L’aumento dell’intensità delle partite, della velocità del gioco e del numero di collisioni rende sempre più difficile mantenere gli standard richiesti dal rugby professionistico.
Non sorprende quindi che quasi tutti i protagonisti di questa speciale classifica abbiano ricoperto ruoli in cui esperienza, letture di gioco e qualità tecniche hanno compensato almeno in parte il naturale calo atletico. Fa eccezione Brad Thorn, capace di giocare in seconda linea fino ai 40 anni in uno dei ruoli più usuranti dell’intero sport.
I cinque “Highlander” del rugby professionistico
Ma’a Nonu (Nuova Zelanda, 44 anni)
Il più longevo del gruppo. Due volte campione del mondo con gli All Blacks, ha stabilito i record di giocatore e marcatore più anziano nella storia del Top 14 prima di rimettersi in gioco con gli Sharks.
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Matt Giteau (Australia, 41 anni)
Oltre 100 presenze con i Wallabies, protagonista tra Australia, Francia, Giappone e Major League Rugby. La sua importanza è stata tale da dare il nome alla celebre “Giteau Law”, che ha modificato i criteri di selezione della nazionale australiana.
Jimmy Gopperth (Nuova Zelanda, 41 anni)
Mai All Black, ma protagonista assoluto del rugby europeo. Premiership Player of the Season nel 2017 con Wasps, è stato uno dei calciatori più prolifici tra Premiership, URC e Pro D2, superando le 500 presenze da professionista.
Diego Ormaechea (Uruguay, 41 anni)
Un pioniere del rugby uruguaiano. Rimane il giocatore più anziano ad aver disputato e segnato una meta in una Coppa del Mondo, guidando i Teros fino al Mondiale del 1999.
Brad Thorn (Nuova Zelanda, 40 anni)
Caso praticamente unico nella storia. Campione nel rugby league e nel rugby union, ha conquistato titoli in entrambi i codici, vincendo anche il Mondiale 2011 con gli All Blacks prima di chiudere la carriera ai Leicester Tigers oltre i quarant’anni.
Menzione d’onore: Sergio Parisse (Italia, 39 anni e 258 giorni)
Si è ritirato dal rugby professionistico con l’RC Toulon all’età di 39 anni e 258 giorni, sfiorando per pochi mesi l’ingresso nell’esclusivo “club dei 40”. Ancora oggi è il giocatore con più presenze nella storia della nazionale italiana, con 142 caps, di cui ben 94 da capitano degli Azzurri. Il primo giocatore italiano nella storia a essere nominato per il premio di World Rugby Player of the Year, ottenendo il riconoscimento nel 2008 e nel 2013. Uno dei pochissimi giocatori ad aver preso parte a cinque edizioni della Rugby World Cup (2003-2019), a testimonianza della sua straordinaria longevità e della sua costanza ai massimi livelli. Oggi Parisse fa parte dello staff tecnico della Nazionale maschile, occupandosi della preparazione di mischia e touche.
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Un club destinato a rimanere esclusivo
Con il progressivo aumento dell’intensità del rugby internazionale, vedere nuovi quarantenni protagonisti ai massimi livelli appare sempre più difficile. Ecco perché il ritorno in campo di Ma’a Nonu rappresenta qualcosa di speciale: non soltanto il proseguimento di una carriera straordinaria, ma l’ennesima conferma che alcuni campioni riescono a sfidare anche il tempo, entrando in un club esclusivo riservato a pochissimi eletti.
Il video di benvenuto per Ma’a Nonu degli Sharks
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