Italia, parla Pacini: “Il nuovo ciclo è orientato al Mondiale 2029. È una fase di transizione, guardiamo alle prestazioni”
Dall’allargamento della base al progetto Exiles, il direttore tecnico FIR ha spiegato a OnRugby il nuovo progetto del rugby femminile italiano
Italia, parla Pacini: “Il ciclo azzurro orientato al Mondiale 2029. È una fase di transizione, guardiamo alle prestazioni”
Dopo l’uscita nella fase a gironi nella Rugby World Cup inglese dello scorso autunno l’Italia femminile ha iniziato un nuovo ciclo, che parte non solo dalla scelta di Fabio Roselli di lanciare nuove giocatrici al Sei Nazioni femminile Seniores, ma anche dal nuovo Sei Nazioni under 21, il primo sottoforma di vero e proprio torneo con una classifica (seppur in 3 giornate e non in 5) e soprattutto il primo con il nuovo limite di età, deciso da Six Nations, come ha spiegato a OnRugby il direttore tecnico della FIR Daniele Pacini, intervistato in merito al nuovo ciclo del movimento femminile italiano.
Da chi è partita l’idea di questo nuovo Sei Nazioni under 21?
“Questo cambiamento parte da Six Nations, che è l’unica organizzazione continentale che svolge regolarmente attività giovanile a livello femminile da quattro anni a questa parte. Noi abbiamo abbracciato un cambiamento che parte da Inghilterra, Francia e Irlanda. Le giocatrici solitamente rispetto ai ragazzi hanno un percorso anticipato di maturazione sotto il profilo fisico ma un percorso rugbistico che richiede un po’ più di tempo per adattarsi ai contesti internazionali. Il Sei Nazioni under 21 (con la possibilità di inserire 5 fuoriquota under 23) rappresenta per noi l’opportunità di allargare la nostra base di selezione e garantire minutaggio anche a quelle giocatrici che fanno parte del gruppo della Nazionale ma che hanno meno spazio. Ci sono giocatrici come Sara Mannini e Alia Bitonci che nonostante siano ancora U21 sono da un anno parte integrante del gruppo Seniores, ma anche ragazze che hanno bisogno invece di un percorso un po’ più lungo o che hanno tanta concorrenza nel ruolo e quindi meno spazio. Questo Sei Nazioni under 21 ci permette di accelerare l’allargamento e l’eventuale fase di transizione verso l’alto livello”.
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Per contro, nell’Italia under 21 sono presenti anche giocatrici che hanno giocato anche il Festival under 18. È un modo per avvicinarle al “grande salto”?
“Questo torneo ci permette di allargare ulteriormente anche il gruppo delle ragazze che tra Festival e Sei Nazioni U21 avranno 6 settimane di attività internazionale, che possono essere di grande aiuto per colmare il gap che c’è con il rugby internazionale, considerando che molte ragazze giocano in Serie A e non in Serie A Elite. Quindi è facilmente immaginabile il “delta” da coprire sotto tutti gli aspetti della prestazione. Ovviamente, come vale anche per la Nazionale Maggiore, ci gli obiettivi sono principalmente di prestazione: il risultato sarà una conseguenza della nostra capacità di portare al massimo la performance in tutto ciò che può essere controllato. Questo vale per l’under 21 e anche per la Nazionale Seniores, che ha chiuso un ciclo con il Mondiale e ne sta avviando uno nuovo. L’under 21 affronterà squadre come l’Irlanda che ha molto accelerato – insieme alla Scozia – sul sistema femminile di alta prestazione grazie alla Celtic Challenge (una Celtic League femminile con franchigie irlandesi, scozzesi e gallesi, ndr) che quindi permette alle giovani di fare delle partite di un livello superiore a quello domestico, avvicinandosi al contesto internazionale. Affrontare queste squadre ci permetterà di alzare il livello delle nostre giocatrici partita dopo partita”.
Ha fatto riferimento alla Celtic Challenge. Dopo l’esperimento delle sfide tra franchigie italiane e spagnole c’è la possibilità, in futuro, di entrare a far parte del torneo?
“Questa domanda permette di chiarire prima di tutto perché quella competizione con la Spagna è terminata. Si trattava di un progetto presentato e sostenuto finanziariamente da World Rugby, dal quale però non abbiamo tratto grandi benefici dal punto di vista rugbistico, e la stessa World Rugby ha condiviso le nostre perplessità. Questo, unito alla nostra volontà di focalizzarci sul rugby nazionale, ha portato a chiudere consensualmente l’esperimento senza nessuna criticità. Per quanto riguarda la Celtic Challenge sta effettivamente seguendo un po’ il percorso del torneo maschile, che era nato proprio con le sole Irlanda, Scozia e Galles. È ovvio che i tempi sul femminile sono sicuramente più lunghi, anche per questioni commerciali: in questo momento la prima nazione che riesce a vedere dei primi ricavi è l’Inghilterra, che inizia a riempire grandi stadi come Twickenham. A livello commerciale tutte le altre nazioni, anche quelle ben sopra di noi, stanno investendo verso il futuro ma con ritorni che non riescono ancora a coprire le spese. La nascita di competizioni internazionali di questo tipo è sempre legata anche a una spinta commerciale. Non ho la capacità di prevedere se e in quanto tempo questo può avvenire da parte nostra. In questo senso il tour dei Lions del 2027 ci dà molta fiducia perché sta portando grandi soddisfazioni commerciali, ma in un contesto di Elite come i Lions o come il Mondiale è più facile, così come nel rugby inglese che ha un volume e un movimento femminile sicuramente più grande del resto. Già il rugby francese, che ha un sistema femminile molto forte e ha un forte sostegno statale sull’Elite femminile, lavora sui margini. Come dico sempre la cosa più intelligente è fare le cose già fatte, quelle che funzionano, adeguandole ai contesti: sul quando al momento non ho la capacità di valutarlo”.
Passando alla Nazionale Maggiore, dal punto di vista tecnico si è già vista una scelta chiara da parte di Roselli di proporre un primo ricambio generazionale e un gioco più orientato al futuro che al risultato immediato. Andando in profondità, qual è l’idea di progetto della Federazione sul nuovo ciclo dell’Italia femminile?
“La prima chiave del progetto riguarda l’aumento del supporto al campionato domestico, sia dal punto di vista tecnico sia da quello gestionale e organizzativo. Se nel momento in cui qualche atleta già affermata sceglie di andare all’estero noi riusciamo contemporaneamente ad accelerare lo sviluppo delle ragazze più giovani, come già facciamo attraverso il lavoro delle nazionali, questo può diventare anche un’opportunità per avere più spazio. Da una parte è vero che c’è una ‘via d’uscita’ verso campionati più competitivi, dall’altra però possiamo aiutare i club a dare spazio e a formare nuove giocatrici e quindi a dare valore al campionato italiano. Il secondo aspetto strategico è l’aumento della base, che è un lavoro a lungo termine per i ragazzi e ancora di più per le ragazze. Sappiamo che il nostro Paese, anche nel calcio, ha impiegato tanti anni per superare bias culturali, limitazioni e convinzioni. Inoltre, nella geografia del rugby femminile italiano ci sono ancora poche aree davvero strutturate, come per esempio il Veneto, e sappiamo che lo sviluppo è legato anche alla densità: se una squadra deve fare 300 chilometri per giocare una partita di under 14 è evidente che diventa difficile espandere il movimento. Per questo il lavoro sulla base è un lavoro che va almeno dai 7 ai 10 anni, ma le esigenze dell’alta prestazione corrono molto più velocemente e non possiamo permetterci di aspettare”.
La Nazionale maschile da anni ha un progetto Exiles, è possibile portare questa idea anche a livello femminile?
“Sì, e stiamo lavorando per implementare nel rugby femminile un sistema simile, allargando la base guardando anche alle giocatrici italiane o di origine italiana che si trovano all’estero, soprattutto in quei Paesi in cui – per motivi migratori – esiste una presenza italiana più significativa. La differenza rispetto al maschile è che lì spesso sono gli stessi giocatori, o addirittura i loro agenti, a proporsi, nel femminile questo ancora non succede perché non esiste ancora una cultura di questo tipo, quindi dobbiamo essere noi ad assumere un ruolo più attivo di scouting. ’obiettivo, per esempio, è approfondire il lavoro in Inghilterra, dove vivono circa 700.000 italiani di recente migrazione. Ad esempio in under 21 è stata convocata Moioli, che vive in Inghilterra con la famiglia e gioca in Francia al Montpellier, e c’è un’altra ragazza inglese che ci ha contattati tramite il progetto Exiles e che dopo aver superato un infortunio recente vedremo probabilmente in under 21. Questo è un aspetto strategico importante perché abbiamo bisogno di allargare la nostra base in tempi più rapidi rispetto a quelli che il lavoro interno in Italia, da solo, può garantire. Soprattutto in alcuni ruoli abbiamo bisogno di accelerare, e su questo stiamo già ricevendo i primi segnali positivi dal mondo esterno”.
Qual è il progetto per allargare la base e le possibilità di attività a livello giovanile?
“Abbiamo modificato l’organizzazione sui territori e vogliamo renderla più efficace, concentrando volumi di lavoro più alti e creando maggiori opportunità per le giocatrici. L’idea non è alternarci ai club, ma inserirci negli spazi che i club lasciano liberi, per esempio nel periodo estivo, così da offrire alle ragazze più occasioni di confronto e soprattutto più occasioni di giocare a quindici, che già oggi rappresenta una sfida in alcune fasce d’età. L’obiettivo è colmare tutti quei vuoti che un movimento ancora non abbastanza denso e continuo inevitabilmente presenta, e alzare così il livello medio e la qualità delle nostre giocatrici. E questo assume ancora più valore se si pensa che, in proporzione ai numeri, quello che stiamo facendo è già quasi un mezzo miracolo: se riusciamo a competere con un’Irlanda che ha il triplo delle nostre giocatrici juniores, e se riusciamo a fare buone prestazioni contro Francia e Galles, allora significa che il nostro movimento, pur non avendo grandi numeri, esprime una qualità superiore”.
A livello Seniores l’Italia femminile è ormai da anni “abituata” a vincere. Un Sei Nazioni come questo, che potrebbe essere di transizione e con meno gioie, non rischia di creare tensione nel gruppo?
“Intanto bisogna partire da una premessa: nei contesti Elite e di alta prestazione la pressione c’è sempre. Una delle caratteristiche che devono avere allenatori, giocatrici e staff è proprio la capacità di gestirla. A volte, anzi, siamo noi ad autoprodurre questa pressione perché le aspettative che ci creiamo alzano inevitabilmente il livello di tensione. Quello che stiamo facendo è focalizzarci sui nostri punti di forza, su quella che Fabio Roselli – insieme alle ragazze definisce – “la nostra identità” e provare a svilupparla ulteriormente partendo da ciò in cui già oggi riusciamo a esprimere dei picchi di prestazione. Allo stesso tempo dobbiamo però colmare anche degli aspetti più complessi, che richiedono più tempo e che sono orientati al Mondiale 2029, il picco di questo nuovo ciclo. Un esempio chiaro è quello delle transizioni in prima linea: quando c’è un gap importante in termini di età, minutaggio e caps, è ovvio che il ricambio non può avvenire nel giro di una o due stagioni, perché la prima linea è un ruolo in cui l’esperienza resta il principale fattore di rendimento. Siamo quindi consapevoli che in alcuni aspetti del gioco possiamo pagare qualcosa nel momento in cui decidiamo di dare spazio a giocatrici più giovani. Contro la Francia, ad esempio, abbiamo avuto due esordi importanti proprio tra le prime cinque (Cheli e Costantini, ndr) quindi in posizioni e fasi di gioco complesse, dove l’esperienza rappresenta un tratto rilevante: le ragazze che sono entrate, entrambe alla loro prima apparizione internazionale, hanno avuto un impatto positivo. Naturalmente dobbiamo anche restare ambiziosi: anche contro squadre che storicamente ci sono state superiori non ci accontentiamo di fare una buona prestazione, vogliamo comunque andare a vincere. Però dobbiamo essere consapevoli che in questa fase il percorso ha bisogno di allungarsi almeno su due o tre stagioni sportive. Poi è chiaro che tutti noi siamo ipercompetitivi, vogliamo vincere anche a carte, figuriamoci in campo (ride, ndr) ma la pressione va gestita in modo che un risultato negativo non diventi qualcosa di pregiudizievole. Siamo tutti agonisti, a nessuno piace perdere, figuriamoci in un campo da rugby, ma giorno dopo giorno e settimana dopo settimana, attraverso un confronto sempre più profondo e l’assunzione di rischi calcolati, usciremo anche da questa fase che oggi può sembrare più complessa. Io personalmente ne sono convinto e spingeremo sempre in questa direzione”.
Francesco Palma