In Galles il rugby dal vivo ha pochi spettatori

Se si esclude la nazionale, le franchigie dello URC hanno poco pubblico. E i motivi potrebbero esserci familiari…

Dragons

Dragons, una delle franchigie del Galles in URC – ph. Ettore Griffoni

Bisogna fare le dovute proporzioni, ma i 5767 spettatori sugli spalti del Liberty Stadium di Swansea per il derby fra Ospreys e Cardiff dello scorso fine settimana di United Rugby Championship sono una cifra piuttosto deludente per gli standard del rugby gallese.

Se il Galles, inteso come squadra nazionale, riesce praticamente sempre ad ottenere il sold out nelle proprie uscite, le quattro franchigie hanno difficoltà a coinvolgere il pubblico dal vivo, anche al netto della difficile situazione sanitaria in cui ancora ci troviamo.

In un articolo uscito su WalesOnline si analizzano le cause di questo fenomeno, con alcune osservazioni che possono essere trasversali da un movimento all’altro, fatte, come si diceva in apertura, le giuste proporzioni.

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Il successo della squadra, l’orario in cui vengono giocate le partite e la differenza nell’appeal del prodotto fanno tutte la differenza.

Ovviamente, avere una squadra vincente aiuta a riempire i posti a sedere sugli spalti. Prendete ad esempio il Leinster, scrive WalesOnline, che alla fine degli anni Novanta faticava ad avere duemila spettatori e oggi ha oltre diecimila tifosi che lo seguono.

Da queste parti, possiamo pensare al recente miglioramento dei risultati del Benetton che ha spinto alla costruzione di una seconda tribuna a Monigo.

Nonostante questo, il tema dei risultati è legato a filo doppio con quello delle possibilità economiche, in una sorta di circolo vizioso che si autoalimenta ma che infine lascia nella grandezza del portafoglio la risorsa principale attraverso la quale poter migliorare i propri risultati e ottenere, quindi, di avere un pubblico più fedele, appassionato, numeroso.

Certo, già per come stanno adesso le cose, non è facile riuscire a riempire gli spalti in orari pensati perché le partite siano viste davanti alla TV, come certi sabati autunnali alle 20:35, ma anche qui le ragioni economiche l’hanno vinta rispetto al godere del rugby dal vivo.

Infine, la discrepanza tra gli eventi del campionato e quelli internazionali, che vediamo ben valido anche in Italia, dove nonostante i risultati negativi la nazionale ha continuato a lungo a riempire gli stadi e anche oggi ha certamente numeri migliori e superiori a quelli delle due franchigie.

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Un successo figlio di un evento che oltre agli ottanta minuti in campo ha un contorno e un’organizzazione che permettono anche all’appassionato episodico di godere della giornata, un po’ come andare ad un concerto importante o a qualche altro tipo di occasione sociale su larga scala: la differenza di pubblico che c’è tra l’affezionatissima e ristretta platea del cantautore di nicchia e la rockstar che riempe, per l’appunto, gli stadi.

Per chiudere, alcuni dati di contesto: nel 2019/2020 in Pro14 Ulster, Leinster e Munster sono state le tre squadre ad ottenere più pubblico dal vivo alle proprie partite, con una media superiore ai diecimila spettatori. Benetton, Dragons, Southern Kings e Zebre, in quest’ordine, sono state le 4 franchigie che hanno portano meno spettatori allo stadio, con le prime due poco sopra 4000 spettatori di media e le altre due che faticano a stare sopra i 2000.

Lorenzo Calamai

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