Il futuro ovale e la vita fuori dal campo: intervista a Michele Lamaro

Il capitano degli Azzurrini parla da leader e ci dice la sua sul paragone con i pari età anglosassoni e francesi

italia under 20

ph. Federugby

Tono sicuro nella voce, pensieri decisi per il futuro: capitan Michele Lamaro è pronto. Le sfide che lo attendono, da subito e poi nei prossimi anni, non sono poche eppure il terza linea dell’Itali Under 20 non sembra essere indeciso sul da farsi. Galles e Scozia sono due avversari da provare a battere in qualsiasi modo, poi l’Eccellenza e un trampolino verso il Pro14, mentre la vita extracampo lo vede impegnato a studiare ingegneria gestionale. All’orizzonte infine si staglia il grande obiettivo: la maglia azzurra della nazionale maggiore.

Come ci aveva spiegato coach Roselli, la U20 è una nazionale sempre in rinnovamento, ma tu fai parte del gruppo già dall’anno scorso, e sei stato nella spedizione del Mondiale U20 2017 di cui – per alcuni elementi – c’è già una traccia tangibile tra le franchigie e la nazionale: cosa si è conservato e cosa è cambiato secondo te nel gruppo?
Rispetto all’anno scorso trovo una differenza sostanziale nella visione d’insieme. Siamo più focalizzati, sul concetto di gruppo o “famiglia”: c’è molta unione. Nel gruppo che ha concluso la sua avventura con i Mondiali 2017 invece emergevano più le individualità e c’erano caratteri diversi. In campo invece le prestazioni mi sembrano complessivamente sullo stesso livello dell’anno scorso.

L’Italia nelle prime tre prove del Sei Nazioni 2018 ha fornito tre prestazioni diversissime fra loro che sono coincise alla fine con tre sconfitte: con l’Inghilterra, pur essendo inferiore ha messo in campo le proprie armi non rendendo la vita facile ai rivali, con l’Irlanda nonostante l’espulsione che ci ha ridotto in quattordici si è avuta la netta sensazione di una superiorità lampante, mentre con la Francia la differenza è stata negativamente enorme. Tu che idea ti sei fatto?
Sono d’accordo sulla disamina dell’Irlanda, contro di loro eravamo preparati e abbiamo fatto tutto a dovere: li avevamo studiati, considerando anche i precedenti dell’anno scorso, e per poco non siamo andati vicini al colpaccio. Dopo l’espulsione, non siamo stati immediatamente capaci di gestire l’imprevisto e pur risalendo nel match e nel punteggio siamo usciti dal campo sconfitti di misura.
Contro l’Inghilterra invece posso dirti che è venuta fuori una partita strana: prima di iniziare sapevamo e pensavamo di essere inferiori, poi però in campo non si è visto questo gap. Gli abbiamo dato del filo da torcere, grazie alla nostra forza difensiva. Sono state incassate delle mete per errori, che alla fine ci sono costate almeno un punto, ed è stato un peccato.
Nella sfida alla Francia, infine, abbiamo mancato da subito i placcaggi prestando loro il fianco: i transalpini appena vedono un punto debole lo martellano, in modo arrogante. Non ci aspettavamo questo pensando anche al buon test che avevano sostenuto contro di loro prima dell’inizio del torneo. Non siamo riusciti a metterli sotto fisicamente sin da subito, poi siamo calati e ci hanno trafitto. Se in difesa avessimo retto nei primi minuti, la partita sarebbe potuta anche cambiare.

Voi avanti sembrate l’anima, nel bene e nel male, della squadra: questo a volte può diventare per voi un peso? E nel gioco quanto sono pesate le assenze di Manni e Bianchi?
Sicuramente noi avanti abbiamo fatto un grosso lavoro e questo si è visto, ma ciò non deve togliere meriti ai trequarti, soprattutto nella sfida contro l’Irlanda.
Rispondendo alla seconda domanda posso dirti che le assenze di Manni e Bianchi hanno cambiato qualcosa, ma solo dal punto di vista delle caratteristiche individuali. Sono ragazzi che sono con me personalmente e con noi in azzurro dall’anno scorso, e inevitabilmente si è creato anche un certo affiatamento. In ogni caso, la prestazione di chi li ha sostituiti è stata comunque di qualità.

Le ultime due partite del torneo presentano la trasferta in terra gallese e l’impegno casalingo contro la Scozia: sulla carta è lecito attendersi almeno una vittoria, anche perchè nel Sei Nazioni Under 20 non ci affermiamo dal 2014?
Non è lecito: è doveroso. E non sono le classiche frasi fatte. Sia Galles sia Scozia le abbiamo già viste giocare e sembrano essere formazioni alla portata. Il livello sembra più o meno il nostro, come dimostrano i loro risultati: è vero che gli scozzesi hanno battuto l’Inghilterra, ma gli inglesi erano in formazione rimaneggiata.Andare a far visita al Galles può essere difficile, ma se arriviamo a contatto con loro negli ultimi dieci minuti possiamo giocarcela. Contro la Scozia invece, pensiamo di essere più forti e vogliamo dimostrarlo.

Stringiamo il focus su di te invece: 19 anni, l’inizio con la Lazio e ora una stagione con il Petrarca. A che punto ti senti?
Mi sento in crescita. So di essere ad un punto decisivo della mia carriera. Cerco il salto di qualità per andare a collocarmi poi in una franchigia. L’Eccellenza mi ha già fatto vivere due stagioni diverse: con la Lazio lottavo per la salvezza, col Petrarca invece il traguardo finale è lo Scudetto e questo per un ragazzo della mia età è un grande stimolo. Deve essere un trampolino da sfruttare per arrivare al Pro14.

Quanta differenza percepisci quando giochi le partite con la nazionale fra te e un pari età che magari ha già avuto la possibilità di esordire nei campionati di alto livello o nelle coppe europee? Secondo te è una forbice che si allargherà ancora di più?
L’unica differenza sostanziale che secondo me c’è fra i ragazzi anglosassoni o francesi e noi è il fatto di crescere nella settore giovanile della squadra dove poi si andrà a giocare una volta diventati professionisti. Purtroppo le Zebre, ad esempio, non hanno un’Academy; mentre all’estero ci sono giovani che hanno residenza nelle Accademie delle franchigie o dei club.
Prendiamo il campionato Espoirs in Francia: lì hanno la possibilità di stare a contatto con i migliori e se sei bravo puoi fare il salto in Top 14. Noi invece cresciamo in tanti piccoli club per poi doverci spostare quando diventiamo grandi. È chiaro che si creano le condizioni per una maggiore conoscenza del profilo rugbistico.

Fuori dal campo qual è la tua vita?
Ho finito le superiori a Roma, essendo allievo in una scuola tedesca, e adesso studio ingegneria gestionale in università a Vicenza: è impegnativo conciliare le cose fra vita studentesca e carriera da rugbista. Non abbiamo agevolazioni e diventa molto difficile.

Nel 2023 la Rugby World Cup sarà in Francia e Michele Lamaro dove si vede?
Il mio sogno è quello di giocarla. Cercherò di mettercela tutta sfruttando, con le mie capacità e un pizzico di fortuna, le occasioni che mi saranno date per arrivare a indossare la maglia azzurra.

Michele Cassano

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