Bledisloe Cup: l’Australia può rompere la maledizione e battere gli All Blacks?
I Wallabies non battono i neozelandesi dal 2020 e non vincono a Eden Park dal 1986, dove i padroni di casa non perdono dal 1994. Sembra impossibile, ma la squadra di Les Kiss qualche carta da giocarsi ce l'ha
Bledisloe Cup: l'Australia può rompere la maledizione e battere gli All Blacks? (ph. AFP)
Sabato 10 ottobre sarà di nuovo tempo di Bledisloe Cup: l’Australia non la vince dal 2002, e da 24 anni la Coppa è stabilmente nella bacheca degli All Blacks. Anche perché ribaltare le gerarchie è particolarmente complicato: se la serie finisce in parità il trofeo rimane a chi lo detiene, quindi chi è “sotto” deve fare davvero il colpaccio. Considerando che quest’anno la serie è di sole due partite (seconda a Sydney il 17 ottobre) appare particolarmente complicato pensare che l’Australia possa vincerle entrambe, anche perché c’è una prima maledizione da spezzare: i Wallabies non battono i neozelandesi dal 2020. Poi solo sconfitte. Inoltre, l’Australia non vince a Eden Park dal 1986, e gli All Blacks non perdono lì dal 1994. Più maledizione di così non si può, praticamente.
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Eppure, l’Australia arriva a questa partita nelle migliori condizioni possibili: ha battuto il Sudafrica, umiliandolo per un’ora prima di tentare un harakiri sportivo senza precedenti prendendo 4 gialli e finendo in 11, e viene da 5 vittorie consecutive. Dall’altra parte invece c’è una Nuova Zelanda che deve leccarsi le ferite dopo la sconfitta nella serie col Sudafrica, e che soprattutto deve ritrovare le energie: abbiamo già visto come la serie abbia portato gli Springboks a Perth in pieno debito d’ossigeno, e nonostante i tanti cambi Erasmus non è riuscito a trovare la quadra. Anzi, è stato “tradito” proprio dai titolari, che quando sono entrati non hanno mai fatto la differenza in parità numerica. Ci sono poi riusciti dopo, ma con 2, 3 e addirittura 4 uomini in più è una valutazione che lascia il tempo che trova.
Il momento dell’Australia
Dopo anni di ricostruzioni, illusioni e ricadute, prima Joe Schmidt e poi Les Kiss sono riusciti a rimettere insieme un’Australia competitiva. Kiss è un allenatore particolare: viene dal rugby league, ha iniziato nell’union come specialista della difesa con il Sudafrica, poi ha girato parecchio tra Australia, Irlanda, Ulster, London Irish e Reds. E questa doppia anima che unisce il League e lo Union ha portato una ventata di novità nell’ambiente australiano.
E poi il tecnico sta valorizzando i propri talenti migliori, mettendoli nelle condizioni di performare al meglio e soprattutto facendo in modo di averli tutti in campo contemporaneamente: la scelta di schierare Suaalii all’ala è stata una delle chiavi tattiche della vittoria con gli Springboks, e in quel modo il trequarti australiano (anche lui catapultato dal League al XV) ha fatto la differenza anche nel gioco aereo, fondamentale in cui i Wallabies sono andati spesso a contendere. E poi l’Australia ha azzeccato tantissimi lanci di gioco, attaccando spesso dal lato chiuso e sorprendendo un Sudafrica meno tonico del solito. Kiss sta provando a operare trasformare l’Australia bella ma pasticciona degli ultimi 2 anni in una squadra quanto più solida possibile, che mette pressione sui palloni alti, che sa attaccare da ogni posizione del campo e sa sfruttare tutte le opportunità. Contro il Sudafrica ci è riuscita per 60 minuti, giocando un rugby stellare e umiliando i campioni del mondo, poi nel finale sono venuti fuori tutti i difetti ancora irrisolti dei Wallabies.
Non è un caso che Kiss abbia confermato Aukuso Suaalii all’ala anche contro gli All Blacks. Avrebbe potuto riportarlo ai centri, soprattutto vista la squalifica di Hunter Paisami. Invece ha scelto di tenerlo largo, con Isaac Henry a numero 13 e Len Ikitau spostato a 12. La spiegazione è abbastanza chiara: contro il Sudafrica Suaalii ha funzionato proprio perché ha avuto più spazio e meno pressione in mezzo al campo, più possibilità di attaccare i palloni alti e più campo per usare il suo fisico fuori dal traffico. Questa può essere una chiave enorme anche a Eden Park. Gli All Blacks hanno sofferto parecchio il gioco aereo nella serie contro gli Springboks, e l’Australia potrebbe andare a nozze contro queste difficoltà nel gestire i palloni di recupero, soprattutto con una volpe come Max Jorgensen, che se vede un metro di campo libero diventa imprendibile, e con un giocatore intelligentissimo come Tom Wright.
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Le certezze degli All Blacks… con qualche dubbio
La chiave del match sarà proprio questa. Gli All Blacks si ancoreranno alle loro certezze: palloni quanto più puliti possibile in uscita dalle ruck per poi accelerare e imporre un ritmo che i Wallabies potrebbero non reggere, tanto affidamento sulle iniziative di Will Jordan e sui contrattacchi di McKenzie (che però stavolta farà l’apertura), con regia affidata in mezzo al solito Jordie Barrett che tutto vede e tutto può. L’Australia deve abbassare la qualità dei possessi neozelandesi e – sembra un paradosso – deve rendere la partita quanto più “brutta” possibile in mezzo al campo, soprattutto nel primo tempo quando gli All Blacks saranno più freschi. Anche perché nonostante le croniche difficoltà nel breakdown e nel gioco aereo, gli All Blacks hanno comunque segnato 17 mete in 4 partite al Sudafrica: difficile trovare un’altra squadra al mondo che potrebbe portare a casa un bottino di marcature simile, forse la Francia, ma non altre.
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Nonostante il 3-1 finale gli All Blacks hanno dimostrato una crescita costante e Dave Rennie ha dato l’impressione di avere le idee molto chiare per riportare la Nuova Zelanda nell’olimpo del rugby mondiale. Quello che ancora manca è la costanza. Da sempre gli All Blacks sono rinomati per la loro incredibile capacità di accumulare momenti positivi uno dietro l’altro, quel “momentum” che alla fine ti porta a logorare l’avversario e a demolirlo fisicamente e mentalmente: disciplina, palloni puliti dalle fasi statiche, breakdown furioso, passaggi sempre ben calibrati e giocata individuale al momento giusto. Ecco, troppe volte gli All Blacks hanno fatto tante cose buone nella stessa azione per poi rovinare tutto con un errore, un fallo, una scelta sbagliata.
La chiave del match sarà proprio queste: se gli All Blacks andranno avanti nel punteggio e riusciranno a mettere insieme tre o quattro sequenze pulite, per l’Australia sarà praticamente impossibile inseguirli. Se invece la partita dovesse rimanere sporca, spezzata, nervosa, col punteggio che non si smuove, allora la pressione sarà tutta sui ragazzi di Dave Rennie, che dopo il Sudafrica non possono permettersi di perdere (o non vincere) un’altra serie. Inoltre, la Nuova Zelanda non perde quattro test di fila dal 1998: dopo tre sconfitte consecutive contro il Sudafrica, anche questo dato potrebbe avere un peso.
A livello di gioco, tutto girerà intorno alla capacità di Cam Roigard di cambiare ritmo, spostare il pallone quando necessario e anche attaccare in prima persona, con le difese che non possono mai sapere quale sarà la scelta del 9 neozelandese. Rispetto alle partite contro il Sudafrica Rennie ha cambiato le carte in tavola, spostando McKenzie all’apertura e dando un’opportunità ad estremo a Beauden Barrett, il grande escluso della serie. E poi c’è il ritorno di Scott Barrett davanti, uno che può davvero fare la differenza contro un pacchetto australiano dinamico ma che a livello fisico qualcosa può concedere. Certo, mancano tanti giocatori importanti: Ruben Love era diventato il 10 titolare e si è fatto male, e subito dopo si è rotto pure Mo’Unga. Manca un leader come Ardie Savea, e la lista di assenze è infinita: Lienert-Brown, Proctor, Clarke, Tuipulotu, e soprattutto non si potrà vedere quella che poteva essere la grande novità della Nuova Zelanda, Fehi Fineanganofo. L’ala neozelandese ha rinunciato a trasferirsi già quest’anno a Newcastle per giocarsi le proprie carte in Nazionale, ma è stato fermato da una concussion e non sarà della partita.
Attenzione però. C’è sempre il fattore Eden Park, dove gli All Blacks si trasformano e ritornano invincibili, anche nei momenti di crisi, dove in qualche modi neozelandesi vengono sempre fuori da ogni situazione. Per spezzare una maledizione del genere, l’Australia dovrà fare ancor più di quanto fatto contro il Sudafrica. Sarà possibile?
Francesco Palma