Il “chosoku rugby”, un grande 9 e le idee di Eddie Jones: dove il Giappone può mettere in difficoltà l’Italia
I nipponici hanno uno stile di gioco ostico e particolare, ma anche delle falle che gli Azzurri possono e devono evidenziare per vincere la partita
Il "chosoku rugby", un grande 9 e le idee di Eddie Jones: dove il Giappone può mettere in difficoltà l'Italia (ph. AFP)
Mamma giapponese, papà australiano, Eddie Jones ha coniato un termine specifico per il modo in cui vuole far giocare il suo Giappone: chosoku rugby. Volendo – impropriamente – tradurre: una sorta di “rugby super veloce”, al quale nel 2026 il tecnico ha aggiunto la parola più importante, “insieme”. Insomma, un rugby super veloce, da giocare insieme, riassunto in quel meraviglioso alfabeto che hanno i giapponesi verrebbe così: 共に超速. Uno stile di gioco bello da vedere, funzionale e adatto alle caratteristiche dei nipponici, ma con qualche falla che l’Italia può e deve sfruttare per vincere una partita difficile ma fondamentale per iniziare bene il percorso nel Nations Championship.
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Come gioca il Giappone di Eddie Jones
Andando nel pratico, la velocità che Jones (squalificato, non sarà in panchina) vuole dai suoi non è una velocità “pura”, ma la capacità di accelerare quando c’è la possibilità di farlo e rallentare la partita quando necessario. Il tecnico vuole che i Brave Blossoms comprendano il ritmo del gioco, riducendo il più possibile i tempi morti tra un’azione e l’altra: giocatore placcato, sostegno immediato, pulizia rapida, numero 9 già in posizione, primo ricevitore già piatto, opzioni interne ed esterne già pronte. Il Giappone sa di pagare una certa inferiorità fisica e contro le più forti anche tecnica, motivo per cui ha bisogno di anticipare le giocate, capirle prima degli altri e sorprendere gli avversari. Quando la palla è disponibile il 9 non deve aspettare che gli altri 14 formino la struttura perfetta: se c’è la possibilità di attaccare un lato scoperto, se vede un errore degli avversari, se ha l’intuizione giusta deve muoversi subito, che sia alla mano, al piede o attaccando in prima persona. Certo, se poi il tuo numero 9 è Naoto Saito (vice-Dupont a Tolosa quest’anno) allora diventa tutto più facile.
Il Times ha definito il rugby del Giappone di Jones “Fast and Furious”, citando l’omonima serie: se non si può allargare, bisogna giocare con passaggi corti vicino alla linea e assicurare subito il primo sostegno al portatore di palla, attaccando vicino e obbligando la difesa avversaria a muoversi in fretta. Jones vuole sempre 3 giocatori pronti vicino al 9 per qualsiasi evenienza: caricare, passare il pallone o pulire la ruck in sostegno del compagno, e gli avversari non devono mai sapere cosa sta per accadere. La difesa deve prepararsi al contatto, ma il Giappone potrebbe anche continuare a giocare. Oppure calciare, provando ad andare a contendere il pallone e mettere in difficoltà un’Italia ancora altalenante nel gioco aereo. Da qui, infatti, la scelta di Quesada di schierare Malik Faissal dal primo minuto, proprio per contrastare i calci di Saito.
Se il primo avanti riceve piatto e gioca corto su un secondo avanti che taglia interno la difesa deve ricompattarsi. Se invece il primo avanti tiene palla e va a terra i sostegni devono essere rapidi per far uscire subito il pallone e rigiocarlo. Se il primo avanti invece gioca dietro sul 10 o sul 12, la difesa avversaria rischia di ritrovarsi a scivolare senza aver ancora completato la salita. A quel punto, se il numero 10 (che non sarà il titolarissimo Lee, infortunato, e questo può essere un problema serio. Al suo posto l’esordiente Ryunosuke Ito, 21enne che gioca in una squadra universitaria ma che ha già impressionato contro i Maori All Blacks) decide di allargare il pallone arriverà all’altro uomo chiave del Giappone: il centro Dylan Riley, esattamente il tipo di giocatore che piace a Eddie Jones, un Tuilagi (la sua fissazione ai tempi dell’Inghilterra) meno grosso ma con le stesse caratteristiche tecnico-tattiche.
E poi, se c’è da allargare il gioco, il Giappone ha tante frecce da usare: Ueda, Ishida e Matsunaga. In particolare Uenobo nell’ultima stagione in Giappone ha segnato 11 mete in 14 partite. Le ali, nel Giappone di Jones, non devono stare necessariamente larghe, ma possono accentrarsi sia per andare a prendersi il pallone in mezzo al campo se la difesa avversaria dovesse riuscire a disinnescare la prima fase del “chosoku”, sia per giocare in campo aperto sui palloni calciati dagli avversari.
Come può rispondere l’Italia?
Il gioco del Giappone è sicuramente ben costruito, difficile da decifrare e molto efficace quando ben eseguito, ma presenta delle criticità che l’Italia può e deve evidenziare. Prima di tutto non è detto che i Brave Blossoms riescano a giocare proprio come vogliono considerando l’assenza del numero 10 Lee Seungsin per infortunio, un elemento cardine. Al suo posto ci sarà Ryunosuke Ito, 21enne che gioca per la Meiji University e che ha esordito (seppur non ufficialmente) contro i Maori All Blacks, ma contro l’Italia sarà il suo primo cap. Chiaramente, la difesa italiana deve metterlo nel mirino e portare su di lui più pressione possibile. Inoltre per fare questo tipo di gioco serve necessariamente un minimo di avanzamento e soprattutto grande velocità nel ripulire le ruck. Chiaro, con Zuliani a sporcare tutti i palloni per il Giappone sarebbe diventato complicatissimo accelerare a suo piacimento (ma occhio a Fischetti, che potrebbe essere utilizzato molto in questo senso) ma anche i placcaggi di Lamaro, dei fratelli Cannone e di Ortombina (che in URC quest’anno ha placcato anche l’aria) possono rendere la vita difficilissima ai nipponici.
Ci sono infatti diversi punti in cui l’Italia può mettere in difficoltà il Giappone. La squadra di Eddie Jones ha bisogno di guadagnare sempre qualcosa a contatto, anche pochi centimetri. E come detto, vista la bravura dei placcatori azzurri, non è detto che ci riesca. Del resto parliamo di una squadra che ha tenuto a bada la Scozia per 30 fasi sotto il diluvio e che non ha concesso nemmeno un’occasione di rimontare all’Inghilterra nel finale di Roma.
L’altro aspetto è quello della disciplina: il Giappone tende a difendere molto al limite e salendo in maniera aggressiva, e può essere punito in due modi. O calciando oltre la prima linea di difesa, e in questo senso Paolo Garbisi (ma anche Allan e Marin dalla panchina) possono fare la differenza o attaccando gli spazi e spezzando un equilibrio che potrebbe già essere molto fragile. Un Menoncello o uno Ioane che rompono la linea del vantaggio, un Brex che con una giocata delle sue fa qualcosa di diverso rispetto a quello che pensano i giapponesi, un Pani che da dietro si inventa qualcosa, possono mettere seriamente in difficoltà il Giappone. E poi c’è Faissal, l’effetto sorpresa, perfetto per una partita del genere e fondamentale soprattutto nel gioco aereo, con i giapponesi che spesso andranno a cercare il triangolo allargato azzurro con dei palloni alti perandare a contendere.
La squadra di Eddie Jones infatti cercherà di togliere il tempo della giocata alla squadra di Quesada, che se lasciata libera di muovere il pallone e di dare spazio alle linee di corsa dei propri trequarti diventa praticamente ingiocabile. Inoltre, ciò aumenta il rischio di commettere falli, e a quel punto dovranno essere bravi gli Azzurri a punire l’indisciplina giapponese, o andando per i pali o cercando il bersaglio grosso con la maul, che già al Sei Nazioni si è dimostrata molto pericolosa e che contro il Giappone potrebbe fare la differenza.
A proposito di maul, l’Italia può fare la differenza davanti, con il drive e soprattutto con la mischia. Non è un caso che Quesada, pur cambiando delle cose rispetto al Sei Nazioni in altre parti del campo, abbia schierato i piloni titolari: intoccabile Fischetti (con Spagnolo pronto a far danni dalla panchina) e ritrovato Riccioni. Lì davanti gli Azzurri possono imporsi e mettere in discesa la partita. Anche perché il gioco del Giappone può essere particolarmente dispendioso: non è un caso che la squadra di Eddie Jones abbia perso all’ultimo minuto col Galles e abbia rischiato di perdere in Georgia dopo 60 minuti di dominio. In questo senso la panchina azzurra può fare la differenza: Lucchesi, Spagnolo, Hasa, Favretto, Vintcent, Fusco, Marin e Allan. Una panchina di tale qualità, prima degli ultimi anni, l’Italia non l’aveva mai avuta.
Francesco Palma