Italia, altro che Sei Nazioni di transizione. Questa squadra ha talento, ma il difficile viene adesso

Doveva essere un torneo complicato - e lo è stato - ma le Azzurre hanno dimostrato ancora una volta di sapersi rialzare dopo ogni caduta. Il ricambio generazionale però dovrà proseguire, anche sacrificando qualcosa nel breve periodo

Italia, altro che Sei Nazioni di transizione. Questa squadra ha talento, ma il difficile viene adesso

Italia, altro che Sei Nazioni di transizione. Questa squadra ha talento, ma il difficile viene adesso (ph. Sebastiano Pessina)

“Se riuscirai a confrontarti con Trionfo e Disastro e trattare allo stesso modo questi due impostori […] tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa” scrisse Rudyard Kipling, poeta e Nobel per la letteratura nel 1907. Non è dato sapere quante azzurre conoscessero “If”, una delle poesie più belle dello scrittore britannico, ma tutte incarnano perfettamente il suo concetto. L’Italia ha questa incredibile capacità di resettare tutto ad ogni partita, senza sedersi sugli allori quando le cose vanno bene e senza lasciarsi trascinare nel baratro quando tutto va storto. Nel bene e nel male, l’Italia rinasce e ricomincia ogni settimana.

Questo Sei Nazioni ne è stato l’ennesimo esempio: un torneo iniziato male, con le scorie di una traumatica eliminazione mondiale forse ancora da smaltire e con due partite – a parte alcuni lampi di qualità – tutto sommato da dimenticare contro Francia e Irlanda. Poi nel momento più complicato le Azzurre sono venute fuori alla grande, demolendo la Scozia e dando il via a una seconda parte di torneo completamente diversa. La netta vittoria contro il Galles, uscendo prepotentemente alla distanza, è la ciliegina sulla torta di un Sei Nazioni che doveva essere di transizione e che invece finisce con 12 punti (uno in più del 2025) e con la sensazione che questa squadra abbia notevoli margini di miglioramento.

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Ricambio, scelte e giocatrici ritrovate

Non è stato facile per Fabio Roselli trovare una quadra, con un gruppo da ricostruire prima di tutto dal punto di vista mentale e un ricambio generazionale da attuare con il giusto equilibrio. Il tecnico ha forse osato troppo all’inizio, in particolare in Irlanda, schierando una formazione coraggiosa ma ancora un po’ acerba per il livello – al momento altissimo – delle Verdi. Poi un paio di scelte azzeccate hanno cambiato il volto dell’Italia: la prima è stata quella di schierare insieme i tre centri azzurri, che di fatto sono tutte e tre delle potenziali titolari. Con Mannini e Sillari in mezzo e D’Incà (solita killer negli ultimi 5 metri) spostata all’ala l’Italia ha cambiato volto anche in attacco, è riuscita a costruire di più e a finalizzare meglio, e la giovane centro di Colorno è stata più presente in fase di impostazione rispetto alle prime due partite, dove si era concentrata principalmente sul caricare a testa bassa. E poi il tecnico ha dato le chiavi di questa squadra in mano a una Veronica Madia totalmente rivitalizzata dopo un paio di annate sottotono: la numero 10 di Blagnac ha riportato in campo la brillantezza e la capacità di rischiare la giocata che per anni l’hanno resa la titolare inamovibile di questa Nazionale, dando quel tocco di imprevedibilità che ultimamente le Azzurre avevano un po’ perso.

Il difficile, paradossalmente, comincia adesso. In questo Sei Nazioni si sono visti tanti volti nuovi: alcune ragazze hanno esordito (Costantini, Cheli, Tonellotto, Dosi) altre che avevano già qualche cap sparso qua e là hanno giocato diverse partite come Zanette, Pilani, Buso. Alcune di loro – Zanette su tutti – hanno dimostrato di poter già stare a questo livello, senza contare ovviamente chi nonostante la giovane età è già pronta, come Mannini e Bitonci. Altre avranno bisogno ancora di minuti ed esperienza per poter essere realmente competitive. E allora bisogna continuare ad allargare la profondità, anche a costo di perdere qualche partita in più tra il WXV Global Series di settembre-ottobre e il prossimo Sei Nazioni, ma è troppo importante che queste giocatrici possano arrivare al livello che serve il prima possibile, in ottica Mondiale 2029.

Gli addii precedenti di Tounesi e Locatelli e quello di Fedrighi, che ha chiuso la sua avventura con una splendida Last Dance a Cardiff, lasceranno un vuoto da riempire soprattutto tra seconda e terza linea. In seconda bisognerà spingere ulteriormente sulla crescita di Costantini, che ha grandissime qualità ma deve ancora adattarsi al livello del Sei Nazioni, e capire se Frangipani può fare il salto e da impact player diventare una titolare vera e propria. In terza l’Italia è ben coperta – e la partita di Ranuccini col Galles dà ulteriore sicurezza anche in ottica futura – e questo permetterà a Tonellotto di crescere con calma: la giocatrice del Valsugana è forte ma è reduce da un notevole tour de force tra Under 18, Under 21 ed esordio in Nazionale Maggiore contro la Scozia, e adesso potrà avere la possibilità di dedicarsi solo alla Seniores.

Detto di Zanette, la migliore tra i volti nuovi dell’Italia, anche Pilani ha dato garanzie nelle prime tre partite, con Dosi che crescendo potrà tenere ancora di più in mischia ordinata. Cheli nel giro di un mese ha fatto vedere tanti miglioramenti al lancio, che è al momento il suo punto debole, mentre Buso ha un ottimo fiuto per la meta ma ha bisogno di lavorare ancora sui movimenti difensivi. Nel complesso, l’Italia ha tanto margine di crescita, ma servirà ancora un po’ di tempo per portare queste ragazze al livello delle titolari.

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Questione di testa

Tralasciando un attimo il futuro e tornando al presente, l’Italia ha dimostrato ancora una volta quanto sia in grado di crescere col passare delle partite, e soprattutto quanto sia importante la testa in un torneo dal livello sempre più alto. La prima dimostrazione è arrivata in quella che è stata la peggior prestazione delle cinque, contro l’Irlanda: un match da dimenticare che ha acquisito una sua ragione d’essere grazie al bonus offensivo ottenuto a tempo scaduto. Nel momento peggiore l’Italia ha messo fieno in cascina, e poi ha saputo gestire la tensione della partita più importante, quella contro la Scozia: un “dentro o fuori”, un match che non si poteva sbagliare e che le Azzurre hanno stravinto con una superiorità forse superiore alle loro stesse aspettative, e con una cattiveria agonistica che c’era tanto bisogno di vedere.

Da lì, è diventato tutto un altro Sei Nazioni. Contro l’Inghilterra è arrivato il primo punto di bonus di sempre, nonostante le 4 mete subite nei primi 15 minuti avessero manifestato oscuri presagi. Ma ormai si sa, l’Italia ricomincia sempre da capo, e dopo quel quarto d’ora da incubo ha cominciato un’altra partita, con un obiettivo chiaro, e l’ha portato a casa. E poi nella partita di Cardiff tutti quei piccoli semini piantati a Grenoble un mese prima hanno dato i loro frutti. Contro la Francia, a inizio torneo, l’Italia ha provato a testarsi, come un ciclista emergente che prova a seguire la maglia rosa in salita per capire quanto può reggere: un grande primo tempo giocato al limite del fuori giri, dove è mancata la finalizzazione, poi una ripresa complicata in cui comunque la difesa azzurra non ha sbracato nonostante un 40-7 finale un po’ troppo severo. Detto del passo falso di Galway, l’Italia è cresciuta non solo di partita in partita ma di giorno in giorno, ed è arrivata ad Arms Park con quella consapevolezza dei propri pezzi che con il Mondiale inglese si era un po’ persa.

A quel punto l’Italia è tornata a giocare come sa, attaccando gli spazi, destrutturando il più possibile il gioco delle avversarie e dando l’impressione di poter sempre essere pericolosa nell’arco degli 80 minuti. E poi c’è stato un primo aumento della profondità che ha fatto la differenza: escludere Muzzo in una partita da portare obbligatoriamente a casa come quella col Galles è stata una scelta coraggiosa ma vincente, perché Granzotto – escludendo l’evitabile giallo – ha fatto una gran partita, imponendosi ulteriormente come opzione di alto livello in partite nelle quali serve una giocatrice in grado di battere spesso l’avversaria diretta. Detto del recupero di Madia, in mediana Bitonci ormai garantisce sempre qualità negli ultimi 20-30 minuti, dando la possibilità a Stefan non solo di rifiatare, ma anche di spingere di più quando è in campo, non dovendo più fare la conta delle energie per durare 80 minuti. Dietro poco da dire sul lavoro in mezzo al campo delle inossidabili Sgorbini, Turani, Duca, Vecchini e Giordano, con Ranuccini – partita un po’ in sordina e cresciuta col passare delle settimane – che col Galles ha giocato una gran partita.

Conquista e fasi statiche

Tra le cose da migliorare – anche se a Cardiff è andata benissimo – c’è ancora la rimessa laterale, che ha fatto tanta fatica nelle prime due partite ed è poi cresciuta col crescere di tutto il gioco azzurro. Per come gioca l’Italia avere palloni di qualità è fondamentale, e tante volte Giordano, Duca, Fedrighi e Ranuccini hanno dovuto portare giù dei lanci complicati. Vecchini sta migliorando ma deve fare un ulteriore passo avanti, mentre Cheli ovviamente ha tutto il tempo del mondo per crescere, e già contro l’Inghilterra si sono visti dei lanci di maggiore qualità rispetto all’inizio.

In mischia chiaramente l’Italia paga un gap fisico con molte altre contendenti, ma tutto sommato tra alti e bassi il pacchetto azzurro ha tenuto botta. Soffrendo ogni tanto, ma senza mai crollare del tutto e senza quindi trasformarsi in una piattaforma che può regalare punti facili alle avversarie. E poi c’è il breakdown, il fondamentale in cui l’Italia ha fatto bene, benissimo: tanti palloni recuperati, tanti possessi avversari sporcati. Basta un dato, per chiudere tutto: l’Italia è la miglior squadra del Sei Nazioni per turnover conquistati, 27.

Francesco Palma


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