Fabio Roselli: “Nel rugby femminile facciamo ancora i conti con barriere culturali, ma le Azzurre lavorano alla grande”

Per il tecnico romano si avvicina il secondo Sei Nazioni alla guida dell'Italia femminile

Fabio Roselli (ph. Sebastiano Pessina)

Fabio Roselli: "Nel rugby femminile facciamo ancora i conti con barriere culturali, ma le Azzurre lavorano alla grande" - ph. Sebastiano Pessina

L’avventura dell’Italia femminile al Sei Nazioni 2026 sta per iniziare: riflettori puntati sullo Stade des Alpes di Grenoble, dove sabato 11 aprile alle ore 13:25 le Azzurre di coach Fabio Roselli sfidano la Francia padrona di casa.

Per il tecnico romano si tratta del secondo Sei Nazioni alla guida della Nazionale femminile. L’anno scorso fu chiamato pochi mesi prima dell’inizio del torneo, e nel corso di una stagione che proponeva anche l’importantissimo appuntamento dei Mondiali. Il 2026 almeno è un’annata meno complessa e, forte anche dell’esperienza passata, l’Italia può riservare al Sei Nazioni il massimo delle sue forze.

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Coach Fabio Roselli sta lavorando a Roma con un gruppo di 31 convocate per preparare al meglio l’inizio del Sei Nazioni 2026, con l’obiettivo di non incominciare a rilento ma di mettere subito in campo il massimo della prestazione. Intervistato da Il Messaggero, il tecnico romano ha anche allargato lo sguardo, sottolineando le diverse possibilità sportive delle avversarie e i modi per diffondere il rugby sia maschile sia femminile.

Fabio Roselli: “Nel rugby femminile facciamo ancora i conti con barriere culturali, ma le Azzurre lavorano alla grande”

In raduno con un gruppo consolidato di giocatrici, coach Roselli ha anche inserito ben otto possibili esordienti: “Stiamo lavorando tanto per cercare il giusto amalgama con le nuove arrivate. E queste ultime danno il loro contributo, impegnandosi per conoscere i principi, i modelli di gioco, le relazioni e le dinamiche giuste del gruppo. Il clima è ottimale”.

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Per quanto riguarda la realtà del rugby femminile, secondo il tecnico passi avanti si sono fatti, “ma non dimentichiamo che, in Italia, una giocatrice vive appieno il nostro sport un paio d’ore tre volte a settimana, dopo aver finito la sua giornata lavorativa. In Inghilterra o in Francia, dove la cultura rugbistica è maggiormente radicata, le ore dedicate a questa disciplina si moltiplicano. Non è colpa di nessuno, dobbiamo però capire come colmare questa differenza sul piano culturale e fare i complimenti alle nostre ragazze che, ciononostante, mostrano costantemente un’evoluzione nel gioco”.

“Da più di dieci anni vivo a Parma e, anche da lì, vedo che Roma ha numeri importanti soprattutto al maschile, mentre nel femminile deve ancora fare i conti con barriere culturali e pregiudizi, è evidente. Al maschile si è persa un po’ la capacità di esprimere qualità, almeno considerando le selezioni nelle varie Nazionali juniores. Territori come quello laziale, abruzzese e campano hanno sempre prodotto giocatori di grandi qualità. Si dovrebbe ritrovare la strada giusta. Investirei comunque molto sulla formazione degli staff e sulla diffusione del rugby nelle realtà di quartiere, anche per ritrovare quello spirito di volontariato per noi fondamentale”.

Legarsi al territorio anche per portare più pubblico allo stadio, con l’Inghilterra che al femminile ha segnato 82.000 spettatori a Twickenham all’ultima finale dei Mondiali: “In un’epoca di ‘copia-incolla’ dai più forti, nel rugby femminile si inizia però a comprendere l’importanza di mantenere le proprie peculiarità. Stili proprie diversi dagli altri rendono tutto più divertente”, ha concluso coach Fabio Roselli.

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