Sei Nazioni: è stata l’Italia più bella di sempre, ma ha mancato ancora l’esame di maturità
Due capolavori, un'impresa sfiorata (e forse meritata) e un finale che lascia l'amaro in bocca: una lezione, sicuramente, ma che non deve togliere nulla a quanto fatto dagli Azzurri
Sei Nazioni: è stata l’Italia più bella di sempre, ma ha mancato ancora l’esame di maturità (ph. Sebastiano Pessina)
Fino a due giorni fa sarebbe stato fin troppo facile trovare le parole per raccontare questo Sei Nazioni. La sconfitta di Cardiff rende inevitabilmente tutto più complicato: doveva essere la prova di maturità, quella definitiva per chiudere il torneo non solo con tre vittorie, ma soprattutto con cinque prestazioni di alto livello. Così non è stato, ma non tanto per il risultato in sé, perché per quanto gli Azzurri sulla carta fossero favoriti era chiaro che il Galles – già in crescita – avrebbe giocato la partita della vita, e si sapeva che il risultato non sarebbe stato scontato. A colpire è stata soprattutto la controprestazione, con quel 31-0 di parziale subito nei primi 50 minuti che appare quasi inspiegabile, soprattutto paragonandolo a quanto visto in tutto il Sei Nazioni.
Sgomberiamo il campo dai dubbi: Galles o meno, questa è stata l’Italia più bella di sempre al Sei Nazioni. Al di là dei numeri, che comunque riconfermano il quarto posto del 2007 e del 2013, una squadra così competitiva, così capace di gestire anche i momenti di difficoltà, di giocare alla pari dal punto di vista tecnico, fisico, atletico, in Italia non si era mai vista. C’è il talento, e in particolare quello di Menoncello ha brillato più di ogni altra cosa, lanciandolo definitivamente nell’olimpo dei più forti del mondo, ma c’è stato anche tutto il resto. A livello tattico l’Italia è stata capace di adattarsi a ciò che richiedeva ogni partita, dal diluvio dell’Olimpico contro la Scozia al ritmo furioso imposto dalla Francia, fino alla guerra di nervi contro l’Inghilterra. Gli Azzurri sono scesi in campo sempre consapevoli di cosa bisognava fare e di come farlo. E tutto questo vale a prescindere da quanto accaduto in Galles, perché la squadra di Quesada lo ha dimostrato lungo tutto il torneo.
Due capolavori e un’impresa sfiorata
All’esordio contro la Scozia gli Azzurri hanno fatto un capolavoro: tutti sapevano che sull’Olimpico sarebbe sceso il finimondo da un momento all’altra, e i ragazzi di Quesada sapevano che alla prima goccia di pioggia avrebbero dovuto trovarsi davanti, e così è successo, con due mete di altissimo livello e con dei lanci di gioco sui quali il tecnico e lo staff hanno lavorato per tanto tempo, fino a renderli una delle armi più pericolose dell’Italia. Quando la pioggia è arrivata c’era solo da difendere e gestire il risultato, e così è stato, anche perché la squadra più nervosa quel pomeriggio era palesemente la Scozia. L’Italia era aggressiva, a tratti furiosa in difesa, ma estremamente lucida.
Quella vittoria ha probabilmente cambiato il destino di tutto il Sei Nazioni, perché era già una partita chiave. Bisogna sempre ricordare le condizioni di partenza: tutti pensavano che Francia e Inghilterra avrebbero fatto una gara a parte e che l’Irlanda, seppur in difficoltà, si sarebbe giocata le sue carte. Il calendario degli Azzurri prevedeva la Scozia, poi le tre favorite e infine il Galles a Cardiff: l’Italia ha vinto una partita che in qualche modo era obbligata a vincere per evitare che il torneo potesse diventare un incubo fino all’ultima giornata. Poi le cose sono andate molto diversamente, ma per tutti: è stato il Sei Nazioni forse più imprevedibile di sempre. Impossibile fare pronostici, perché qualsiasi previsione veniva poi ribaltata dal campo.
Che l’Italia potesse tentare il colpo a Dublino, però, lo pensavano in tanti. E dal punto di vista della prestazione forse quella con l’Irlanda resta la migliore delle cinque partite disputate. Contro una squadra che da sempre riesce ad evidenziare tutti i punti deboli degli Azzurri, i ragazzi di Quesada hanno invece messo alle corde gli irlandesi, dando per gran parte del match l’impressione di poter davvero portare a casa la partita: dominanti in mischia (basta ricordare l’ormai celebre arata di Spagnolo su Furlong), devastanti nel punto d’incontro, avanzanti a contatto, pericolosissimi con le loro linee di corsa, gli Azzurri hanno fatto tutto quello che serviva per provare a vincere la partita. Sono mancati gli episodi, quelli che fanno girare le partite punto a punto: quel passaggio di Menoncello su Lynagh considerato in avanti (e a Quesada non è mai andata giù, “il TMO ci ha rubato una meta” ha detto anche dopo Cardiff, facendo un bilancio complessivo del torneo) e poi quel maledetto rimbalzo sul calcetto di Garbisi che manda fuori giri Menoncello. Un centimetro in meno e l’azzurro sarebbe andato in mezzo ai pali. Questione di paradossi: non vinci giocando la miglior partita del tuo torneo, e poi ottieni una vittoria storica giocando forse la peggiore delle quattro (sempre escludendo il caso a parte di Cardiff).
È esattamente ciò che è successo con gli inglesi. Ora, senza voler giocare troppo con gli stereotipi tra “britannici” e “latini”, ma a Roma la squadra più umorale è stata l’Inghilterra, che finché le cose sono andate per il verso giusto è stata in controllo della partita pur non senza mai brillare, ma al primo cambio di vento (il giallo ad Underhill) ha perso la testa, come dimostra il fallo senza senso del suo capitano Itoje che a un certo punto ha lasciato i suoi in 13. L’Italia, invece, ha mantenuto dei nervi di ghiaccio: che fosse in vantaggio (solita meta strepitosa di Menoncello) o sotto di 8 punti e senza possesso (18-10 nella ripresa) la squadra di Quesada non ha mai perso il controllo, ha lavorato ai fianchi gli avversari mettendo insieme 3 punti dopo 3 punti, e con una fiammata delle sue ha portato a casa una vittoria storica.
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Benzina finita
Forse, anche questo intenso sforzo mentale alla fine è costato caro. È stato un Sei Nazioni imprevedibile, con delle gerarchie a tratti inesistenti: la Francia davanti a tutti, ma come sempre la peggior nemica di se stessa, e poi dietro in qualche modo tutti potevano battere tutti, con il Galles che dopo due partite horror è tornato a sua volta in gioco dalla terza giornata. Un torneo così, e con una sola settimana di pausa, ha messo a dura prova la resistenza fisica e mentale di tutti i giocatori. La Scozia è andata completamente fuori giri, come un ciclista che prova un attacco “salto io o salta lui” ma scopre di essere partito troppo presto, piantandosi. E probabilmente alla fine anche l’Italia ha pagato le tante assenze a cui è riuscita a far fronte lungo tutto il torneo, considerando che ha giocato 4 partite davvero dispendiose: dalla battaglia sotto il nubifragio di Roma al match iperdinamico di Dublino, passando per la sfida forse meno considerata, quella contro una Francia che ha giocato al 100% (come non aveva fatto con Irlanda e Galles), con gli Azzurri in partita per 70 minuti e che hanno ceduto soltanto per una serie di circostanze strane: dal giallo di Lynagh per avanti volontario all’incomprensione sui cambi che ha portato la squadra di Quesada a prendere una meta in 13. Fino ad arrivare alla già citata guerra di nervi con l’Inghilterra, un match che è rimasto nel corpo e nella mente degli Azzurri, tanto che il tecnico ha raccontato di aver concesso del riposo in più proprio per permettere un recupero migliore ai ragazzi.
Fino a Cardiff l’Italia è stata brava a non far pesare mai le tantissime assenze. Quando si giudica il torneo degli Azzurri è sempre bene ricordare tutti quelli che non c’erano: Vintcent, Negri, Page-Relo, Riccioni, Lucchesi, Todaro e Trulla non hanno mai giocato, Capuozzo ha giocato un’ora in Francia e poi si è rifatto male, Allan ha giocato due scampoli di partita, Varney ha giocato mezz’ora. E a Cardiff mancavano pure Ferrari e Zambonin, due perni di questa squadra. Fino a qualche anno fa se l’Italia si fosse presentata all’inizio del Sei Nazioni con 10 potenziali titolari assenti avrebbe fatto fatica a mettere insieme una squadra competitiva, quest’anno ha giocato uno dei migliori Sei Nazioni di sempre. È mancata l’ultima partita, e forse è mancata la capacità di scavare sul fondo del barile per cercare le ultime energie fisiche e mentali rimaste: quello che ad esempio è riuscita all’Irlanda, una squadra che a novembre è stata capace di rimanere in partita contro il Sudafrica giocando 12 contro 15, e che è andata a 3 punti (quelli di Ramos in Francia-Inghilterra) dal vincere un Sei Nazioni che nessuno pensava potessero vincere. Per arrivare davvero al livello delle grandi, per superare finalmente questo esame di maturità, manca questo passaggio. A Cardiff dopo l’uno-due di Wainwright si sono viste per la prima volta delle facce spente, meno affamate del solito, o semplicemente molto stanche.
Si poteva fare un po’ più di turnover? Forse sì, ma in alcuni ruoli gli infortuni avevano reso l’Italia particolarmente scoperta. La profondità c’è, ma non è ancora quella del Sudafrica o della Francia. Se perdi due titolari nello stesso ruolo devi scommettere: a volte è andata bene, con Fusco che è partito da terzo mediano e con tanti dubbi sulla sua tenuta dall’inizio, si è trovato titolare alla prima partita e ha tirato fuori un Sei Nazioni strepitoso; altre è andata meno bene, con Hasa che da subentrato ha giocato bene, ma da titolare a Cardiff ha fatto tanta fatica contro Carré, o con Odogwu che pur venendo da un bel momento di forma non è riuscito a sfruttare le occasioni avute a Dublino e a Lille. Perché per quanto ormai i ruoli si stiano uniformando e non c’è più tanta differenza di livello tra chi inizia e chi entra dalla panchina, partire titolare richiede comunque quel qualcosa in più che non tutti hanno. Alcuni ragazzi avrebbero meritato più minuti? Probabilmente sì: magari Odiase e Favretto che quando sono entrati hanno fatto sempre bene, e Marin avrebbe potuto giocare titolare anche le ultime due per quello che aveva dimostrato, e forse Pani avrebbe meritato di giocare anche in Francia. Ma con i se e i ma non si va da nessuna parte, anche perché di fatto la squadra è sempre rimasta più o meno quella: un giorno anche gli Azzurri potranno scegliere tra 50 giocatori, ma fino a quel momento è giusto riconoscere che considerate le condizioni di partenza, questa squadra ha fatto un Sei Nazioni strepitoso. E dal punto di vista della maturità, del gioco e delle prestazioni, forse è stata l’Italia più bella di sempre.
Francesco Palma