Italia, ora non serve più la “partita perfetta”: è l’ennesimo grande passo avanti degli Azzurri

Gli Azzurri hanno imparato a vincere anche queste partite: sporche, difficili, dove festeggia chi sbaglia meno, e la squadra di Quesada ha sbagliato meno dell'Inghilterra

Sei nazioni 2026 Italia - Inghilterra

Italia, ora non serve più la "partita perfetta": l'ennesimo grande passo avanti degli Azzurri (ph. Sebastiano Pessina)

L’Italia ha rotto l’ultimo tabù del Sei Nazioni: l’Inghilterra, l’unica big europea che gli Azzurri non erano ancora riusciti a battere. Un sogno che qualsiasi giocatore e qualsiasi tifoso covava da tempo. Anche nei sogni, però, c’è sempre un barlume di razionalità, e sognare di battere l’Inghilterra significava sognare di fare la partita perfetta, quella da far vedere nelle scuole di rugby, quella che fa stropicciare gli occhi al mondo. Non è stato così: all’Olimpico l’Italia ha vinto una partita sporca, caratterizzata da tanti errori da entrambe le parti, contro un’Inghilterra che del resto (anche quando ne vinceva 12 di fila) non ha mai brillato per estetica. L’Italia non ha fatto la partita perfetta, ma ha battuto la quinta del ranking, e lo ha fatto con pieno merito.

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Gestione

Questo è il vero, meraviglioso, passo avanti dell’Italia. Per anni gli Azzurri si sono trovati “costretti” a non permettersi il minimo errore per poter vincere partite importanti, per poter esultare al Sei Nazioni. E tutto questo, inevitabilmente, creava un circolo vizioso: sapere di non poter sbagliare nulla significava giocare con ancora più pressione di quella che già normalmente c’è sugli Azzurri, che per tanto tempo hanno dovuto sopportare il peso di dover dimostrare di essere sempre all’altezza del palcoscenico che calcavano. Adesso non è più così: l’Italia può vincere giocando un rugby meraviglioso (vedasi il successo di Udine con l’Australia e quello di Cardiff due anni fa, per fare degli esempi) ma può anche vincere delle partite sporche, quelle in cui non festeggia chi gioca meglio ma chi sbaglia meno.

E all’Olimpico l’Italia ha sbagliato meno dell’Inghilterra, sfruttando tutte le occasioni a sua disposizione, gestendo benissimo i momenti: giustissima la scelta di andare per i pali sul 10-18, senza farsi prendere dalla fretta di ritornare sotto, in un momento in cui la partita poteva davvero sfuggire di mano. Perfetta la gestione del finale di partita, in cui l’Inghilterra non ha avuto mai una reale occasione di fare punti, con lo strepitoso turnover di Lamaro a spegnere le ultime speranze di rimonta. E stavolta non è servita nemmeno la solita eroica difesa da 20 fasi, altro grande classico azzurro, perché gli inglesi nei 22 non ci sono più entrati.

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Ricordi samoani

Per parlare di Italia-Inghilterra bisogna tornare indietro di quasi due anni, e andare dall’altra parte del mondo, più precisamente ad Apia, Samoa. Lì Gonzalo Quesada, dopo una sconfitta contro gli isolani in una partita a tratti surreale, disse “dobbiamo imparare a vincere anche giocando male”. Una frase ripetuta dal tecnico anche dopo la vittoria sul Galles nel diluvio di Roma del 2025: non la partita perfetta, anzi, un match in cui l’Italia aveva mostrato ancora un po’ di “braccino” al momento di chiudere i conti, ma un primo segnale di quello che voleva il tecnico. Va benissimo il grande rugby, ma a volte serve anche altro per potare a casa le partite.

La vittoria sull’Inghilterra è stato il culmine di questo percorso, il vero raggiungimento di un traguardo. L’Italia ha vinto da grande squadra, attraversando momenti di grande sofferenza: di fatto, per la prima ora di gioco gli Azzurri non hanno quasi mai vinto la collisione. Eppure la partita è stata sempre punto a punto. Il massimo vantaggio inglese (+8) è durato poco, e l’Italia ha sempre trovato le armi tattiche per compensare la mancanza di avanzamento in attacco: dalle imbucate di uno strepitoso Menoncello alle sventagliate di Garbisi, con Ioane e Lynagh sempre pronti a sfruttare gli spazi al largo, contro un’Inghilterra che ha cercato in tutti i modi di far convergere l’attacco azzurro verso il centro e portarlo nell’imbuto pensato da Borthwick. E poi il piede di Pani, gli ottimi ingressi di Fusco e Marin. In una partita dove la mischia ha faticato di più ci hanno pensato i trequarti a fare la differenza.

“Piedi per terra” è stata una delle prime cose che ha detto Quesada dopo la partita. E ha ragione: l’entusiasmo della vittoria e la storia recente ci indicano un’Italia che andrà a Cardiff da chiara favorita (e che bello, verrebbe da aggiungere. Perché anche questo rende tanto merito agli Azzurri) ma il rugby insegna che non si può mai tirare il freno. Anche perché di fronte c’è un Galles all’ultima spiaggia, che non ha altro risultato a disposizione che non sia la vittoria per salvare un Sei Nazioni deludente, anche se nelle ultime due partite sono arrivati segnali di ripresa che fanno presagire ancora di più una partita tutt’altro che scontata. L’Italia può e deve sognare di chiudere il miglior Sei Nazioni della sua storia, deve ragionare da grande squadra, perché ha dimostrato di esserlo, ma mantenendo sempre quella capacità di restare coi piedi per terra che le ha permesso di guadagnarsi il rispetto del mondo un passettino alla volta.

Francesco Palma


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