Salite tutti sulla giostra: la mischia dell’Italia è tornata a far paura

Gli Azzurri sono tornati a rivivere i fasti della famosa notte di San Siro con gli All Blacks, ma è tutto frutto di un lungo percorso e di un grande lavoro di staff e giocatori

Salite tutti sulla giostra: la mischia dell'Italia è tornata finalmente a far paura

Fra le tante cose positive di questo inizio di Sei Nazioni dell’Italia, la mischia è quella che salta più all’occhio. Era dalla famosa notte di San Siro con gli All Blacks che la mischia italiana non dava una dimostrazione di forza così evidente, e per tanti anni abbiamo rimpianto la mancanza di quei nomi che avevano reso il pacchetto azzurro temuto e rispettato in tutto il mondo: Totò Perugini, Martin Castrogiovanni, Andrea Lo Cicero, e poi ancora Cittadini, Aguero, Rouyet, e poi ancora i tallonatori Ghiraldini, Ongaro, Festuccia. Ed è solo un elenco parziale.

Quella mischia faceva paura, e dopo tanti anni è tornata a farlo: Simone Ferrari ha raggiunto un grado di maturazione tale da diventare un incubo per chiunque si trovi davanti, e dopo Schoeman anche il povero Loughman ha fatto la stessa fine. Danilo Fischetti è sempre stato un pilone “atipico”, fortissimo in campo aperto, più altalenante in chiusa, ma anche lui ha fatto il definitivo salto di qualità. Già all’Olimpico Zander Fagerson era andato in difficoltà, e a Dublino Farrell ha dovuto togliere Clarkson all’intervallo, ma anche con l’ingresso di Furlong la musica non è cambiata: “Fischio” ha continuato a macinare, poi l’ingresso di Spagnolo ha fatto il resto, con quell’arata devastante che rimarrà un’immagine indelebile da appendersi in camera e il povero irlandese sollevato manco fosse una rockstar impegnata in uno stage diving non richiesto.

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In tutto questo va considerato che mancava un pilone di altissimo livello come Marco Riccioni, degnamente sostituito da un Hasa in grande crescita, e che in tribuna è rimasto Zilocchi, altro giocatore che ha tirato la carretta anche negli anni più bui.

Tutto questo, però, non è un caso ed è tutt’altro che un singolo exploit, ma il risultato di un lavoro costante da parte dei giocatori, dei singoli staff dei club in cui giocano le prime linee azzurre e chiaramente dell’allenatore della mischia dell’Italia, Andrea Moretti, che ha avuto un ruolo fondamentale non solo nello sviluppo della mischia ordinata azzurra, ma anche della crescita della maul. Un’altra arma che per troppo tempo l’Italia non ha avuto a disposizione, e che adesso va a fare la voce grosse anche a Dublino, contro una squadra che di drive se ne intende fin troppo come l’Irlanda.

Nel giro di 4 anni l’Italia ha fatto un percorso costante. Erano anni in cui si sperava di non concedere troppi calci di punizione in mischia, poi piano piano sono arrivati gli anni in cui il pacchetto azzurro se la giocava alla pari, concedendo sempre meno agli avversari, fino ad arrivare negli ultimi 2 anni al salto di qualità definitivo. La mischia non è più una fase di sofferenza, e non è nemmeno più soltanto una piattaforma per innescare gli efficaci lanci di gioco che Gonzalo Quesada ha introdotto durante la sua gestione: adesso è una vera e propria arma, che l’Italia sta utilizzando alla grande. Dalla mischia arrivano calci di punizione che permettono di uscire da situazioni di pressione nella propria metà campo, occasioni per andare in touche in attacco e soprattutto opportunità per mettere dentro 3 punti: una cosa che all’Italia per tanti anni è mancata.

Proprio Andrea Moretti, dopo la vittoria dell’Italia sul Galles nel 2025, raccontò a OnRugby Podcast il percorso di crescita della mischia azzurra, e soprattutto ponendo l’attenzione su un altro fattore chiave. Più cresci, più gli arbitri cambiano considerazione nei tuoi confronti: “Dobbiamo ricordare che quando abbiamo cominciato a lavorare insieme a Kieran Crowley nel 2021 avevamo delle prime linee davvero giovani. Quindi il primo obiettivo era ridurre al massimo i calci di punizione, quindi abbiamo dovuto lavorare anche per cambiare la percezione che gli arbitri avevano di noi: concedere troppo in mischia non ci faceva bene, perché poi anche nelle situazioni 50 e 50 gli arbitri tendevano a favorire il pacchetto che consideravano più forte”.

Adesso, per gli arbitri, non ci sono nemmeno più dubbi: quando il dominio è così evidente non si può far altro che fischiare e premiare la predominanza di un pacchetto che si sta dimostrando competitivo ad altissimi livelli. Forse, anche la “cura Sudafrica” alla lunga ha sortito i suoi effetti. Tra il tour estivo e il test di novembre diversi azzurri si sono trovati di fronte alla mischia più pericolosa del mondo per tre volte, e alla fine è servito. Del resto, come raccontava lo stesso Quesada in un’intervista a OnRugby: “Anche se siamo più leggeri dei giganti sudafricani la nostra mischia riesce a gestire delle situazioni delicate contro di loro e a dominare spesso contro tutti gli altri”.

E forse è proprio qui che si misura davvero il cambiamento. Non tanto nelle singole mischie vinte, nei calci di punizione conquistati o nelle immagini – spettacolari – che restano negli highlights, ma nella sensazione generale che questa squadra riesce a trasmettere. Oggi, quando l’Italia entra in mischia, non c’è più quella sottile apprensione di qualche anno fa. C’è invece l’attesa di ciò che accadrà, e di ciò che gli Azzurri possono regalare a ogni mischia.

Francesco Palma


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