Niente alibi, fiducia nel piano, un gruppo mai così maturo: come Gonzalo Quesada ha cambiato l’Italia

Contro la Scozia il tecnico ha azzeccato tutto, confermando ancora una volta come il lavoro di questi due anni abbia ridato certezze, fiducia e identità a una squadra che ora non ha più paura di nessuno

Niente alibi, fiducia nel piano, un gruppo mai così maturo: come Gonzalo Quesada ha cambiato l'Italia (ph. Sebastiano Pessina)

Gli allenatori sono abituati alle tempeste, ma quando Gonzalo Quesada è arrivato in Italia ne ha trovata una ancora più violenta. Da un lato c’era un gruppo col morale a pezzi dopo la clamorosa doppia batosta mondiale contro All Blacks e Francia, dall’altro, tantissimo scetticismo nei suoi confronti dopo la decisione di sostituire Kieran Crowley, che fino a quelle due allucinanti notti di Lione aveva fatto fare all’Italia il primo vero grande salto di qualità. Insomma, Quesada si è ritrovato sulla panchina degli Azzurri nel peggior momento possibile, pur sapendo di avere tra le mani un gruppo forse ancora un po’ acerbo, ma dalle grandi qualità.

Molte volte, quando gli si fa una domanda su fattori esterni, non direttamente controllabili o non legati al gioco, la sua risposta è “Non ne abbiamo parlato”. Non perché non gli interessi, anzi, ma perché non ha senso aggiungere pressione su pressione al gruppo. Del resto, il primo mantra azzurro della sua gestione, ripetuto dal coach e da capitan Lamaro fino allo sfinimento, è stato proprio: “Pensiamo solo alle cose che possiamo controllare”. Quesada lo ha fatto anche dopo la vittoria sulla Scozia, quando a una domanda su come i tanti infortuni potessero rischiare di minare il morale del gruppo ha risposto esattamente “non ne abbiamo parlato”. Eppure gli Azzurri si presentavano di fronte alla Scozia senza 9 titolari, 9 nomi che se presenti avrebbero avuto quasi la certezza di essere nei 23, contro una Scozia al completo, che di infortuni non ne aveva nemmeno sentito parlare. Ma guai a viverlo come un alibi o come una limitazione. E sempre a proposito di lotta agli alibi, anche parlando della direzione arbitrale di O’Keeffe sabato Quesada ha spiegato: “Ma ci prepariamo anche a questo. Quando ci alleniamo con un arbitro gli diciamo sempre di fischiare contro qualsiasi cosa proprio per abituarci ad ogni decisione”.

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E non è un caso che due delle quattro vittorie azzurre arrivate nel Sei Nazioni sotto la sua gestione (già eguagliato il record di Jacques Brunel, o superato se consideriamo tra i risultati utili anche il pari di Lille con la Francia) siano arrivate sotto il diluvio, in condizioni che in teoria dovrebbero essere totalmente avverse a una squadra che ama muovere il pallone e che prova continuamente a sorprendere l’avversario con le linee di corsa dei suoi trequarti e con le accelerazioni della sua mediana.

Gonzalo Quesada, contro la Scozia, ha azzeccato tutto quello che c’era da azzeccare: Lamaro e Zuliani insieme, con il capitano azzurro che da numero 6 (e da saltatore in touche) ha offerto una delle migliori prestazioni della sua storia recente. Marin estremo, nonostante avesse a disposizione due 15 di ruolo come Pani e Gallagher, non ha praticamente commesso errori, in un ruolo che in Nazionale non aveva praticamente mai ricoperto. Tutte scelte che potevano essere contestabili alla vigilia, ma Quesada ha letto la partita prima di tutti, meglio di tutti: sapeva esattamente cosa serviva agli Azzurri. E soprattutto, sia lui, sia lo staff, sia i ragazzi avevano “fiducia nel piano”, un altro mantra della sua gestione.

Fiducia nel piano

All’intervallo di Italia-Georgia, dopo un primo tempo degno dei migliori psicodrammi italici, la frase pronunciata dai giocatori e dal tecnico uscendo dal campo era sempre la stessa: “Fiducia nel piano. Continuiamo così”. Stava andando tutto male, sul Ferraris di Genova aleggiava l’incubo di una nuova – e più drammatica – Batumi, ma gli Azzurri avevano fiducia in tutto quello che avevano preparato. E anche quella volta Quesada e i ragazzi avevano ragione, perché nel giro di dieci minuti la Georgia (che stava giocando a un ritmo folle, e gli Azzurri lo sapevano) ha cominciato a sciogliersi, e quella partita alle fine l’Italia l’ha portata a casa. Meritatamente.

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È l’esempio più lampante di una squadra che ha fiducia totale nel suo allenatore, e questo succede quando un tecnico – oltre ad essere ampiamente preparato – è credibile, sicuro di ciò che fa, certo che quella sia la strada giusta. Traslando un esempio dalla palla tonda, l’ex l’esterno francese della Juventus Patrice Evra raccontò che prima della gara di ritorno degli ottavi di finale di Champions del 2015 col Borussia Dortmund l’allenatore – Massimiliano Allegri – si limitò a far vedere ai ragazzi un video indicando tutti i punti deboli dei tedeschi e descrivendo esattamente come sarebbe andata la partita se avessero fatto quanto prefissato: “Rimasi perplesso, ma le aveva indovinate tutte. Non ho mai giocato una partita così facile. In campo successe esattamente ciò che lui ci aveva detto nella riunione pre-partita. Vincemmo 3-0 in scioltezza”.

Ricorda qualcosa? Stando ai racconti di Michele Lamaro nella conferenza post-partita, è esattamente ciò che è successo contro la Scozia. L’Italia è scesa in campo con un piano di gioco ben definito: partire forte, disinnescando la solita sfuriata scozzese dei primi 20 minuti, e arrivare davanti al momento in cui su Roma si sarebbe abbattuto il nubifragio che tutti si aspettavano, perché a quel punto sarebbe diventato molto più difficile marcare punti pesanti, e chi era davanti poteva rimanerci fino alla fine. Così è stato: i primi 20 minuti di Roma hanno rasentato la perfezione. Due mete, 12-0 e Scozia che a quel punto ha dovuto faticare il doppio per ritornare sotto in quelle condizioni.

Fiducia nel gruppo, e fiducia in Quesada

Se il gruppo ha fiducia in Quesada, però, è anche e soprattutto perché lo stesso Quesada ha fiducia nel gruppo. A ogni convocazione, il tecnico ha sempre una parola per tutti gli esclusi, per quelli che potevano arrivare nel gruppo azzurro ma l’hanno solo sfiorato, per quelli che senza qualche maledetto infortunio ci sarebbero stati. Il gruppo azzurro è ben più ampio dei 15 che scendono in campo, degli 8 che vanno in panchina, dei 33 convocati ogni volta: tutti possono contribuire alla causa e tutti devono farsi trovare pronti. Come ha fatto Alessandro Garbisi, che inizialmente doveva addirittura rimanere a Treviso e poi si è ritrovato in campo sotto il diluvio a gestire le ultime e disperate sfuriate scozzesi.

L’esempio più lampante di questa fiducia reciproca è la prestazione di Alessandro Fusco: fuori Varney, fuori Page-Relo, tocca al mediano delle Zebre, spesso utilizzato come impact player ma molto poco da titolare. C’erano dubbi su di lui e sulla sua costanza di rendimento, ma Quesada non ha mai neanche messo in dubbio la fiducia nei suoi confronti, nonostante sulla carta fosse il terzo mediano in gerarchia. Fusco ha giocato forse la miglior partita della sua carriera in azzurro, in delle condizioni climatiche che – escludendo i primi 20 minuti – sono esattamente l’opposto di ciò che serve a un giocatore come lui, che ama accelerare, alzare il ritmo, muovere il pallone e rischiare la giocata. Questa cosa succede solo se la simbiosi tra giocatori e staff è totale, se entrambi vanno dalla stessa parte e sono convinti che strada sua quella.

Del resto, era già successo due anni fa a Cardiff: l’Italia si ritrovò senza Allan e senza Capuozzo. Toccava a Pani, il terzo estremo in gerarchia, che fino a quel momento in quel Sei Nazioni non aveva particolarmente brillato, tanto che dopo le prime due partite sottotono era uscito dalle rotazioni. Si è ritrovato in campo nella partita più importante, quella in cui bisognava dimostrare che la vittoria sulla Scozia di una settimana prima non era stato un colpo di fortuna: ha giocato una partita perfetta, ha segnato una meta che il rugby italiano ricorderà per sempre, e da quel momento ha fatto un salto di qualità che senza quel terrificante infortunio lo avrebbe portato a giocare ancora tanto in azzurro. E non è detto che accada: 7 minuti con la Scozia, dopo quasi due anni di assenza, sono già un primo segnale di fiducia.

Gonzalo Quesada ha cambiato l’Italia nel DNA, l’ha resa una squadra matura, che sa gestire i momenti della partita (altro mantra ripetuto più volte), sa quando spingere e quando soffrire, e lo ha fatto perché lui per primo si è messo in discussione, si è aperto al confronto, ha ascoltato tutti e ha capito cosa serviva a questa squadra per fare il salto di qualità. Del resto, quando uno che è nato in Argentina, ha vissuto 20 anni in Francia e alla prima conferenza in stampa si presenta davanti ai giornalisti parlando in italiano, e pure bene, come fai a non seguirlo?

Francesco Palma


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