Un percorso di vita e di rugby: perché Sara Tounesi rimarrà unica nel suo genere

Dalle sportellate in mezzo al campo al racconto dei momenti più bui, la giocatrice azzurra lascia un'eredità più profonda di quanto si possa pensare

Un percorso di vita e di rugby: perché Sara Tounesi rimarrà unica nel suo genere (ph. Sebastiano Pessina)

Un percorso di vita e di rugby: perché Sara Tounesi rimarrà unica nel suo genere (ph. Sebastiano Pessina)

Si chiude a 30 anni e con 52 presenze in Nazionale la carriera di Sara Tounesi, forse troppo presto, visto quanto ancora poteva dare, ma una decisione necessaria e obbligata dalle condizioni fisiche dell’avanti azzurra, che non è riuscita a recuperare dopo l’infortunio subito in quel maledetto Italia-Sudafrica.

Snocciolare le statistiche in campo di Tounesi sarebbe quasi riduttivo: sempre tra le prime in tutte le classifiche annuali del Sei Nazioni, cariche avanzanti, placcaggi riusciti, persino offload (la migliore nel torneo 2025), dimostrando di aver acquisito col tempo anche grande manualità, perché del resto – come Sara ha sempre amato dire – “la potenza è nulla senza controllo”. Sara Tounesi era la giocatrice che ogni squadre vorrebbe avere: sempre avanzante a contatto, sempre la prima a piombare sulla avversarie, sempre con i giri del motore a mille, tanto da riuscire raramente a giocare 80 minuti (“esco prima perché non ne ho più” aveva raccontato a OnRugby qualche anno fa) per l’intensità che metteva in campo in ogni partita.

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Tounesi è una di quelle giocatrici in grado di spostare davvero gli equilibri di una partita: aiuta a rimetterla a posto se si sta mettendo male, con un paio di placcaggi dei suoi a disinnescare gli attacchi delle avversarie, o permette di prenderla in mano se le cose stavano già andando per il verso giusto.

Sara Tounesi però è anche altro: è l’esempio perfetto del percorso di vita che propone il rugby. Al di là delle innegabili capacità puramente sportive (ha iniziato a giocare a 19 anni e a 21 era già in Nazionale, basta questo a rendere l’idea), Sara e il rugby sono andate per anni di pari passo: “Mi ha salvato la vita” raccontò in una vecchia intervista del 2020 a OA Sport: “Ci rido sopra adesso, ma ero veramente una s*****a, ero arrabbiata con tutto e tutti. Io ho sempre avuto una grande foga, una gran rabbia, il rugby per me è stata una favola vincente. Mi ha fatto incanalare la rabbia e sono convinta che tutti debbano trovare un modo per farlo, per sfogarsi e per non finire di sfogarsi con chi non se lo merita”. A OnRugby, sorridendo, aveva detto “Cosa c’è da gestire di me? Sara Tounesi. Il mio primo obiettivo ad ogni partita è sempre la disciplina, col trascorrere degli anni è diventato sempre meno un problema, ma ci sono dei momenti in cui il mio voler dare tutto mi porta ad esagerare. Ho imparato a focalizzarmi e ad essere più lucida in quello che faccio”.

Quello di Tounesi è stato un lavoro personale e sportivo, spesso andato di pari passo: “Quando sono arrivata in Nazionale non avevo una grande base, ho cercato di lavorare e di imparare ma sono sempre rimasta molto “indisciplinata”, molto rude, che poi è anche una peculiarità del mio modo di giocare. Con il tempo mi sono evoluta a livello fisico, mentale, di maturazione e comprensione del gioco” raccontò a OnRugby. In campo, 52 presenze in Nazionale e due campionati vinti: uno in Italia a Colorno, uno in Francia con Romagnat, e poi ancora le esperienze con Sale Sharks e Montpellier, prima di chiudere a Bordeaux. Nel frattempo ha studiato, si è laureata in Lingue e Letterature straniere e parla 5 lingue: inglese, francese, italiano, arabo e spagnolo.

Ha avuto il coraggio di parlare di cose di cui parlano ancora in pochi: di difficoltà, di depressione. Senza retorica, solo con la volontà di raccontare un momento complicato della sua vita e di sensibilizzare gli altri, di far capire che nessuno è immune, nessuno è indistruttibile, nemmeno lei che in campo lo è sempre sembrata, pur passando attraverso momenti alti e bassi, gioie e passi falsi: “Nello sport certi temi sono ancora tabù, ma negli ultimi anni – soprattutto all’estero, devo dire – sta diventando un argomento sempre più sensibile e presente. Il messaggio che deve passare è quello di andare oltre le apparenze: non è che se metti una foto sorridente sui social allora vuol dire che te la passi bene. I social sono una parte di ciò che vogliamo mostrare, non siamo solo quello. Non bisogna avere nessun tipo di problema o di blocco nel chiedere aiuto”.

Non ha mai nascosto di aver attraversato un periodo buio dopo la squalifica ricevuta al Mondiale 2022, né di aver avuto bisogno di tempo per capire tante cose di se stessa, dentro e fuori dal campo: “Non ho più voluto tornare su quell’argomento, volevo guardare al futuro: il gesto era giustamente da punire e io ho preso la mia punizione, che poi sia giusta, sbagliata, eccessiva o meno non conta, è una punizione e va rispettata. Ora è acqua passata, è stata un’occasione per lavorare su di me, mettermi in discussione e migliorare” aveva raccontato.

Carattere tosto, mai banale nelle interviste, sempre con le idee chiare. Con il tempo è riuscita a canalizzare tutta l’energia che aveva in corpo per esprimersi al massimo, un diamante grezzo che col rugby si è plasmato e disegnato. E anche per questo è un peccato dover chiudere il sipario proprio nel momento di massima maturazione, ma le ginocchia purtroppo non perdonano, e allora non resta che essere felici per essersi goduti il viaggio.

Francesco Palma

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