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	<title>Giù il gettone</title>
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	<description>365 rugby 360</description>
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		<title>&#8220;Fattore Pollard&#8221;, mischia Pumas e crisi wallabies: un torneo ai raggi X</title>
		<link>https://www.onrugby.it/2014/10/08/il-fattore-pollard-la-mischia-pumas-e-la-crisi-wallabies-un-torneo-al-microscopio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Wilhelm]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Oct 2014 05:59:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giù il gettone]]></category>
		<category><![CDATA[all blacks]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Antonio Raimondi rilegge pregi e difetti delle quattro protagoniste del Rugby Championship secondo quello che ha detto il campo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.onrugby.it/2014/10/08/il-fattore-pollard-la-mischia-pumas-e-la-crisi-wallabies-un-torneo-al-microscopio/">&#8220;Fattore Pollard&#8221;, mischia Pumas e crisi wallabies: un torneo ai raggi X</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.onrugby.it">On Rugby</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Inghilterra è tornata dal tour di giugno in Nuova Zelanda con la consapevolezza di poter competere, anche se non è riuscita a batterli in casa loro, con gli All Blacks. Il terzo posto nel ranking mondiale e il fatto di giocare la prossima Coppa del Mondo in casa, rendono credibile la sua candidatura mondiale. <strong>Facendola facile, gli inglesi a giugno hanno capito che la differenza l’ha fatta la miglior condizione fisica degli All Blacks e su quello devono lavorare nei prossimi dodici mesi.</strong> E’ un preambolo che ci porta al Championship e agli Springboks che sabato scorso nell’ultima giornata del Championship hanno messo fine, dopo ventidue partite, alla serie senza sconfitte degli All Blacks.<br />
La vittoria è importante, anche se il titolo del torneo era già in Nuova Zelanda, perché il valore della singola partita, per storia e rivalità, supera quello dello stesso torneo. Guardando agli ottanta minuti dell’Ellis Park in prospettiva Coppa del Mondo, possiamo pensare all’inizio di un cambiamento che potrebbe essere epocale e niente incoraggia al cambiamento più del successo. <strong>Gli Springboks sono usciti dalla “zona di conforto” costituito dal kicking game, quello, per intenderci, che ha fruttato la Coppa del Mondo del 2007</strong> e che è il marchio di fabbrica sudafricano e dei Bulls. La squadra di Meyer ha iniziato a esplorare il territorio di un gioco fatto di corsa e mantenimento del possesso. La mutazione è stata improvvisa ed era iniziata la settimana precedente, quando i sudafricani avevano demolito, palla in mano, i Wallabies, arrivando ad impilare anche trenta fasi di gioco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nelle prime quattro giornate del torneo gli Springboks hanno avuto la più bassa quantità di possesso, in media tredici minuti e sei secondi. Mettendo a confronto i numeri dei due match tra Sudafrica e Nuova Zelanda, si evidenzia il cambiamento degli Springboks. La quantità di possesso è passata dal 40% al 51% in termini di cronometro da quindici minuti e undici secondi a diciotto minuti e cinquantaquattro secondi. I calci si sono abbassati da trentaquattro a ventitré, mentre il passaggio come opzione scelta dal mediano d’apertura è passata dal cinquantasette per cento a settantaquattro per cento, che in termini numerici significa oltre il doppio dei passaggi da otto a diciassette. <strong>Infine a sottolineare ulteriormente il cambiamento, il Sudafrica ha triplicato le azioni che hanno superato le cinque fasi, passando da quattro a tredici, erano state addirittura venti contro l’Australia</strong>.<br />
Il cambiamento è passato attraverso la scelta di un mediano d’apertura come Pollard e dall’esclusione, alla fine anche dai ventitré di giornata, di Morné Steyn, non adatto a sostenere con le sue caratteristiche la nuova idea di gioco. Pollard, nella sua capacità di giocare vicino alla linea del vantaggio e di aprire la difesa, pur con le dovute distinzioni, ha ricordato l’affacciarsi alla ribalta dei test match di Dan Carter.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Inquadrata la mutazione degli Springboks, ritorna il discorso iniziale e della ricerca da parte degli inglesi della condizione atletica. E’ evidente che un gioco di corsa come quello delle due ultime settimane, richiede un atleta diverso, rispetto a quello forgiato per il kick and chase, un atleta capace di reggere intensità e corsa per periodi che possono arrivare, come è successo contro l’Australia, anche a trenta fasi.<br />
<strong>Interessante anche la tempistica del cambiamento e che oggi ci rende più comprensibili le scelte fatte all’inizio del torneo. Pollard è stato scelto all’inizio del torneo, ma probabilmente la squadra non era pronta ad interpretare un piano di gioco differente.</strong> Così il cambiamento è arrivato nelle ultime due giornate, quelle in casa, contro gli avversari più temibili e più adatti a testarti sul ritmo e intensità. Nei prossimi dodici mesi vedremo se Heineke Meyer proseguirà su questa nuova strada e i test di novembre, sui campi bagnati dell’Europa, saranno già una bella prova.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La sconfitta di Johannesburg ha riportato gli All Blacks tra i mortali, per quanto rimangono i primi del ranking mondiale, nonché i detentori del Championship. La sconfitta, per quanto i neozelandesi possano inorridire, è arrivata al momento giusto. <strong>Le grandi squadre imparano di più dalle sconfitte che dalle vittorie è la tesi di Graham Henry e questa volta Steve Hansen e gli All Blacks hanno dimostrato di voler ascoltare la lezione di sabato scorso, anche se, vogliamo dirla tutta, la partita l’avevano raddrizzata.</strong> Questi All Blacks sono più consapevoli della propria forza e degli ostacoli che possono incontrare. Verrebbe quasi da dire che hanno imparato a perdere, riconoscendo, come ha fatto Steve Hansen, che la vittoria sabato scorso è andata alla squadra migliore nella giornata. Nessuna interferenza esterna, nessun virus, nessuna scusa che potesse giustificare la sconfitta o diminuire l’impresa dell’avversario, come era successo quasi due anni fa, quando gli All Blacks furono sconfitti dall’Inghilterra a Twickenham. E’ l’atteggiamento di chi conosce la propria forza, ma è anche capace di riconoscere qual è la strada per il miglioramento che conduce molto vicino alla perfezione. Un atteggiamento che avevamo già intravisto in apertura di torneo, quando nel giro di una settimana gli All Blacks sono passati dal pareggio ad una larga vittoria sull’Australia.<br />
Gli All Blacks impareranno da questa sconfitta, ma i loro avversari non possono illudersi che sia solo una questione di condizione fisica. <strong>Gli All Blacks rimangono un passo avanti a tutti, perché, meglio di qualunque altra squadra, sanno giocare la situazione di campo, evidenziando e sfruttando il punto debole momentaneo dell’avversario</strong>. A questo aggiungono la capacità di innovare il gioco, di proporre idee alle quali gli avversari devono adeguarsi e l’x-factor che è collettivo, prima ancora che individuale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Scritto delle prime due del ranking mondiale, l’ambito competitivo del Championship ha misurato la crescita dell’Argentina. che, pur chiudendo ancora all’ultimo posto della classifica, ha dimostrato che il suo non è più un rugby a una sola dimensione, legato esclusivamente alla mischia. Non che abbiano abbandonato quella fase, anzi, il cambiamento nelle regole d’ingaggio introdotto lo scorso anno, <strong>ha riportato alla ribalta la scuola tecnica argentina e i Pumas sono il punto di riferimento mondiale per la mischia ordinata</strong>. Magari, un po’ per colpa loro e un po’ per la non precisa gestione della fase da parte degli arbitri, non sempre riescono a rendere redditizia la superiorità che hanno in mischia ordinata.<br />
Resta però una stagione da incorniciare, un nuovo gradino di crescita consolidato non solo perché è arrivata la prima vittoria nel torneo a danni dell’Australia. I Pumas sono stati competitivi nelle due partite con il Sudafrica, sfiorando il successo e ottenendo il bonus difensivo, e hanno messo paura agli All Blacks in Nuova Zelanda.<br />
La strada è quella giusta, anche perché questa crescita è stata concretizzata attraverso il cambio generazionale e in chiave Coppa del Mondo i Pumas non sarebbero più la sorpresa come nel 2007 quando in Francia conquistarono il terzo posto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Infine l’Australia. Con la sconfitta con l’Argentina è entrata in una crisi che non è solo di campo. Da agosto a ottobre è passata dal pareggio con gli All Blacks alla sconfitta con l’Argentina. <strong>Da troppo tempo gli Australiani sprecano il loro talento perdendosi tra interferenze di vario tipo</strong> e il caso Beale è solo l’ultimo segnale della confusione che regna tra i Wallabies. La vittoria dei Waratahs nel Super XV rischia di essere un episodio isolato, anche se aveva dato agli australiani la speranza di poter battere gli All Blacks. Il pareggio di Sydney, che aveva interrotto a diciassette la serie di vittorie degli All Blacks, avrebbe dovuto essere il punto di partenza e invece si è rivelato il capolinea di un gruppo incapace di esprimere con continuità le proprie qualità. Per la squadra di Mckenzie a novembre c’è in gioco una bella fetta di mondiale, perché dovrà dimostrare di poter sopravvivere al girone della morte in quell’anticipo di RWC15 che saranno i test contro il Galles e l’Inghilterra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>di Antonio Raimondi</strong></p>
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		<title>Dai piccoli inglesi ai grandi All Blacks, fino a Brunel: cosa ci dice il mese di giugno</title>
		<link>https://www.onrugby.it/2014/06/27/dai-piccoli-inglesi-ai-grandi-blacks-fino-brunel-cosa-ci-dice-il-mese-di-giugno/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Wilhelm]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2014 09:40:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giù il gettone]]></category>
		<category><![CDATA[all blacks]]></category>
		<category><![CDATA[Baby Blacks]]></category>
		<category><![CDATA[Galles]]></category>
		<category><![CDATA[Inghilterra]]></category>
		<category><![CDATA[Stuart Lancaster]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Antonio Raimondi rilegge i risultati di un lungo mese di test-match, senza dimenticare i Mondiali Junires di Nuova Zelanda</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Giugno ha indicato l’Inghilterra come favorita per la Coppa del Mondo. Beh, <strong>peccato che stiamo parlando dell’edizione del 2019</strong>, quella che si disputerà in Giappone (è doloroso solo a scrivere il nome) e non quella organizzata proprio in Inghilterra il prossimo anno. Al via tra poco più di dodici mesi, saranno ancora i magnifici All Blacks, i campioni in carica, i grandi favoriti. Nel mese di giugno che si concluderà con il test match tra Sudafrica e Scozia la ribalta è stata presa dallo Junior World Champinship vinto dall’Inghilterra che ha così bissato il successo del 2013. <strong>In finale i piccoli “poms” hanno sconfitto il Sudafrica, mentre i baby All Blacks, dopo aver vinto le prime quattro edizioni nell’attuale formula, per la terza volta hanno fallito, eliminati dai baby boks.</strong><br />
Ora l’Inghilterra potrebbe davvero sperare di presentarsi nel 2019 con il ruolo di favorita nella Coppa del Mondo dei grandi, essendosi presa un vantaggio a livello giovanile, naturalmente tutto da confermare tra i seniores, anche perché i neozelandesi, che iniziano a preoccuparsi, ma anche Australia e Sudafrica, conservano il know how generale per assorbire tra i seniores il vantaggio degli inglesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I segnali arrivati dai test match dei grandi per l’Inghilterra sono soltanto incoraggianti, perché alla fine del giorno e della storia della serie con la Nuova Zelanda, sempre di un tre a zero si sta parlando ed è difficile imparare a vincere, perdendo.<br />
<strong>L’obiettivo di Stuart Lancaster era battere gli  All Blacks, per costruire alla Coppa del Mondo. L’obiettivo è stato soltanto sfiorato</strong>. Siamo ancora lontani rispetto alla concretezza della nazionale inglese di Clive Woodward che andò a vincere in Nuova Zelanda e Australia prima di conquistare il Mondiale del 2003, tuttavia va riconosciuto a Lancaster di aver lavorato in profondità, aiutando a crescere l’intero movimento di vertice inglese che finalmente sta iniziando a produrre in proporzione del proprio potenziale. Partendo dalle idee chiare di Lancaster, o se volete di chi l’ha scelto come “superemo” della squadra nazionale, si è arrivati alla pace “armata” tra i club della Premiership e la Federazione con un difficile, quanto necessario equilibrio, a tutto vantaggio della crescita qualitativa del movimento. Va detto che il margine di miglioramento dell’Inghilterra era molto ampio, perché se prendiamo il numero di giocatori inglesi (circa due milioni) e lo confrontiamo a quello dei neozelandesi, (circa centocinquantamila) diventa difficile spiegare perché l’Inghilterra non sia costantemente al numero 1 del ranking mondiale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le cose stanno cambiando e ora l’Inghilterra ha un’organizzazione che funziona, seguendo un modello completamente diverso da quello neozelandese, senza contratti centralizzati, ma piuttosto attraverso la collaborazione tra i vari soggetti coinvolti. Un modello in salute, perché rende economicamente sostenibile l’attività professionistica, incrementando anno dopo anno la capacità di ricavi da diritti televisivi, merchandising, biglietteria e quant’altro concorre alle entrate sia della Federazione sia dei club.<br />
Il futuro è promettente per l’Inghilterra, più del presente, perché rimangono le tre sconfitte con la Nuova Zelanda. <strong>Gli All Blacks hanno dimostrato quale sia la differenza tra una buona squadra e una vincente, battendo l’Inghilterra in tre modi differenti.</strong> Nel primo test c’è stata l’oltraggiosa scelta di Cruden, che invece di prendersi il calcio per il 18 a 15 a tre minuti dalla fine, ha giocato alla mano il penalty, producendo la meta della vittoria di Conrad Smith. Nel secondo test match gli All Blacks hanno cambiato il passo all’inizio del secondo tempo, prendendosi il vantaggio decisivo con due mete in sei minuti. Poi la meta inglese che ha fissato il risultato finale sul 28 a 27 è stata più lasciata dagli All Blacks che segnata dagli inglesi, tanto la vittoria era già stata assegnata.<br />
Nel terzo test, con i meccanismi finalmente ben oliati, la distruzione dell’Inghilterra è stata scientifica ed è iniziata fin dal primo minuto di gioco. <strong>La somma dei tre test match da come risultato l’attuale superiorità dello staff All Blacks,</strong> capace di incidere sulla partita con le proprie scelte, più di quello inglese. In chiave mondiale gli inglesi devono crescere sia a livello di staff sia a livello di giocatori, che devono ancora dimostrare di saper reggere l’intensità per tutti gli ottanta minuti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Qualche scusante per gli inglesi si può trovare. Una su tutte la stanchezza ed è una credibile, se prendiamo come esempio Mike Brown, apparso sicuramente non brillante come nel Sei Nazioni e nel resto della stagione con gli Harlequins. Come lui, altri, e quando ti devi confrontare al  livello più elevato, la stanchezza di porta a commettere errori sia sul piano delle scelte, sia sul piano tecnico, proprio per una rallentata reazione agli eventi proposti dal campo. <strong>Resta il fatto che una vittoria sarebbe servita anche dal punto di vista psicologico per costruire maggior sicurezza nei giocatori, ma non è arrivata.</strong> Il tempo per lavorare non manca, ma rimarrà un rodaggio senza vittorie nell’emisfero sud.<br />
Gli All Blacks hanno confermato di essere al primo posto del ranking mondiale, tagliando il traguardo record delle diciassette vittorie consecutive, ma deve riflettere sulle sconfitte dei suoi baby.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Sudafrica ha vinto la serie con il Galles, chiuderà con la Scozia, ma ha dovuto recuperare a tempo pieno due vecchi campioni del mondo del 2007 come Fourie du Preez e Victor Matfield, il secondo richiamato dalla “pensione”. Il Galles di Warren Gatland nel secondo confronto ha perso di un punto il suo quarto test match nell’emisfero sud in meno di tre anni. Sudafrica (17 a 16) e Francia (9 a 8) ai mondiali 2011, Australia (20 a 19) a Sydney e il Sudafrica (31 a 30) sabato scorso. <strong>Non è più lecito appellarsi alla cattiva sorte, perché in ogni partita la chance di vincere è stata sprecata e per Warren Gatland non sarà facile dare alla squadra il tocco vincente per queste partite</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sul resto del risultati di giugno, meglio non soffermarci troppo, anche per evitare la depressione azzurra. <strong>La Francia ha confermato tutti i suoi problemi a livello di Nazionale nella serie con l’Australia e questo, tutto sommato, non ci dispiace visto che sarà nostra avversaria nel girone di Coppa del Mondo.</strong> L’Australia va valutata  nel prossimo Championship.  Irlanda e Scozia hanno contribuito alla caduta dell’Argentina, scesa al dodicesimo posto del ranking mondiale, mentre per l’Italia, probabilmente l’unica nota positiva è stata la conferma di Jacques Brunel, che adesso deve trovare la chiave per far diventare competitiva una squadra che non vince da novembre scorso e che speriamo abbia toccato il fondo, per poter risalire, con la sconfitta con il Giappone.<br />
Dallo Junior World Championship è arrivata la consolazione della salvezza in un torneo con due vittorie (Argentina nella prima fase e Fiji nello spareggio per non retrocedere nel secondo gruppo). Tuttavia, dovendo ambire ad essere competitivi nel Sei Nazioni del futuro, sono davvero tanti i 63 a 3 subiti con l’Inghilterra nella prima fase.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.onrugby.it/2014/06/27/dai-piccoli-inglesi-ai-grandi-blacks-fino-brunel-cosa-ci-dice-il-mese-di-giugno/">Dai piccoli inglesi ai grandi All Blacks, fino a Brunel: cosa ci dice il mese di giugno</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.onrugby.it">On Rugby</a>.</p>
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		<title>1996-2014: gioielli, gioie e delusioni dell&#8217;Heineken Cup che chiude lo scrigno</title>
		<link>https://www.onrugby.it/2014/05/23/1996-2014-gioielli-gioie-e-delusioni-dellheineken-cup-prima-di-chiuderne-lo-scrigno/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Wilhelm]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 May 2014 11:44:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giù il gettone]]></category>
		<category><![CDATA[heineken cup]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Cardiff l'ultima finale di un coppa che poi andrà in soffitta. Antonio Raimondi ne ripercorre la storia e ne traccia un bilancio</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.onrugby.it/2014/05/23/1996-2014-gioielli-gioie-e-delusioni-dellheineken-cup-prima-di-chiuderne-lo-scrigno/">1996-2014: gioielli, gioie e delusioni dell&#8217;Heineken Cup che chiude lo scrigno</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.onrugby.it">On Rugby</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato al Millenium Stadium andrà in scena l’ultima partita nella storia della Heineken Cup. Da finale a finale, dal 1996 al 2014, il mondo del rugby è passato attraverso un’evoluzione che <strong>soltanto i più visionari, avrebbero potuto prevedere diciotto anni fa</strong>. La città della finale è la stessa, Cardiff, senza dubbio il luogo più bello del mondo per vivere una partita di rugby, ma lo stadio non è più il vecchio Arm’s Park.  Ora c’è il Millenium Stadium. Nel 1996 ad assistere alla prima finale tra Tolosa e Cardiff le tribune erano mezze vuote con poco più di ventimila spettatori, sabato per la resa dei conti tra Tolone, campione in carica, e Saracens non ci sarà un solo posto libero dei 72.500 a disposizione. In televisione ci sarà, per noi italiani, ancora una volta Skysport, mentre nel 1996 nessuna televisione italiana trasmise la finale, e qui possiamo aprire l’album dei ricordi, perché la prima finale siamo riusciti a vederla grazie al satellite, ancora non c’erano le trasmissioni in digitale, e facendo girare la parabola si potevano intercettare i canali di servizio di tutta Europa, catturando eventi sportivi e i famosi fuori onda. Fu così impossibile intercettare il 21 a 18 di Tolosa su Cardiff, dopo i tempi supplementari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Anche se qualcuno storcerà il naso, la rivoluzione del rugby è stata alimentata dalla televisione e la Heineken Cup è l’esempio più importante.  </strong>Il Sei Nazioni fonda le radici nella storia e nel costume dei vari paesi. Ora anche da noi è diventato fenomeno che fa accorrere la folla, sia allo stadio sia davanti alla televisione. La Coppa per i club è invece il classico prodotto nato e cresciuto per la televisione e fino a quando non c’è stato un broadcaster che credesse nell’evento, non c’è stato il salto di qualità. Non a caso, il vero cambio di passo, la competizione l’ha avuto a partire dal 2004, quando in Inghilterra BSKYB ha creduto nella crescita del torneo, investendo in innovazione. La Sky inglese ha segnato i nuovi standard qualitativi per le produzioni televisive legate al rugby. Ha bombardato i suoi abbonati di promo e partite, esaltandone il potenziale.  I club, da parte loro, hanno sfruttato le maggiori risorse, per adeguare e migliorare le proprie strutture e i propri organici. La competizione è così diventata un vero affare.<br />
<strong>La lezione da apprendere da questa storia di successo è che lavorando insieme è possibile costruire uno spettacolo sportivo di alto livello, capace di attirare risorse.</strong> Si stima in circa 44 milioni di sterline l’utile per l’Heineken Cup 2014, mentre con la “Coppa che sarà”  a partire dal prossimo anno, si prevede di raddoppiare gli introiti nei prossimi cinque anni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo lungo preambolo, ci è servito per inquadrare il torneo e liberarci verso i ricordi di questi anni favolosi di Heineken Cup. Alti e bassi, gioia e dolore, a seconda che ti schieri da una parte o dall’altra. Come l’incubo di Clement Poitrenaud, giocatore fantastico, che ha vinto in carriera “due cosette”:  Heineken Cup 2003 e 2005, Sei Nazioni nel 2004, 2007 e 2010, Campionato francese nel 2001, 2008, 2011, 2012 e Challenge Cup nel 2010. <strong>Eppure sarà ricordato per quell’errore che regalò la gioia e la Coppa a Rob Howley e ai Wasps nella finale del 2004.</strong><br />
In quella stessa edizione i Wasps diedero vita con Munster a Dublino in semifinale, ad uno dei più bei match della storia del torneo (per molti il più bello): per qualità di gioco e emozioni, sta nel gruppo ristretto delle più belle partite di sempre (o quanto meno dell’era professionale).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Coppa è ovviamente torneo per grandi giocatori, non solo di quelli che abbiamo conosciuto grandissimi attraverso le partite delle nazionali. E’ il caso di Jacques Burger dei Saracens, mostruoso nella semifinale di quest’anno contro Clermont, capace di riassumere nella sua prestazione difensiva, tutto lo spirito della squadra che rappresenta. Sono quei giocatori che quando al club arriva uno nuovo, ti spiega con il suo comportamento le leggi interne.<br />
<strong>Di quella stessa categoria ci sono due giocatori Wasps, un club che con McGeechan e Gatland era riuscito a costruirsi un senso di appartenenza vincente, superiore anche al proprio potenziale economico.</strong> Ricordate Joe Worsley, terza linea, man of the match proprio nel 2004, grazie ad una partita mostruosa in difesa, guarda caso come Jacques Burger. L’altro è Fraser Waters, centro e organizzatore della linea arretrata Wasps, che il man of the match l’ha vinto solo nella finale del 2007 (finale vinta su Leicester) perché nel 2004 era rimasto dietro a Worsley. Fraser Waters era uomo Wasps, uomo club, tanto che probabilmente quando ha vestito la maglia della Benetton non ha dato quanto sperato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel versante opposto delle grandi gioie, ci sono le delusioni. <strong>Probabilmente Diego Dominguez non ci dorme ancora la notte, perché gli manca la vittoria in Heineken Cup.</strong> Lui ce l’ha messa tutta con il suo Stade Francais, ma nel 2001 non è bastato segnare da solo 30 punti, per battere Leicester al Parco dei Principi. E’ ancora un record, che forse rimarrà imbattuto per sempre. Poi Northampton che nel 2011 è arrivato a quaranta minuti dal successo, chiudendo in vantaggio il promo tempo sul 22 a 6, prima di lasciare la finale a Leinster per 33 a 22.<br />
Sforzo di squadra e invenzione individuale. La Coppa spesso cambia proprietario per un singolo episodio, per un’invenzione preziosa. Come quella di Peter Stringer nella finale vinta da Munster nel 2006 su Biarritz, dopo, a proposito di delusione, che i rossi d’Irlanda avevano perso due volte in finale nel 2000 e nel 2002. <strong>E a proposito di Munster, il Thomond Park è stato luogo d’imprese, come nel 2003 quando nacque la leggenda del “miracle match”</strong>. Al Munster contro Gloucester serviva per accedere ai quarti di finale una vittoria con punto di bonus e con uno scarto di 27 punti. Finì 33 a 6, roba da scriverci un libro, come per la vittoria sugli All Blacks nel 1978.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Per noi italiani l’Heineken Cup ha sempre marcato il divario tra noi e il resto dell’Europa del Sei Nazioni.</strong> Spesso sono arrivate pesanti sconfitte, anche perché da ogni partita, le squadre devono produrre il massimo, per guadagnarsi la qualificazione, che a volte arriva per un singolo punto di bonus, per una singola meta o un solo punto in più segnato. Purtroppo la sospirata qualificazione ai quarti di finale non è mai arrivata, sono arrivate qua e la vittorie di prestigio.<br />
Lasciando i ricordi, ne avrete tanti anche voi da condividere nei vostri commenti, magari andando a caccia degli episodi su youtube, <strong>possiamo aggiungere l’importanza che ha avuto la Heineken Cup, nello sviluppo del rugby moderno. Oggi li chiamano “case history” , modelli da studiare, che danno risultati vincenti</strong>. Ogni club di alto livello ha necessità di continuare ad evolversi, come una grande azienda, non può abdicare da inseguire innovazione e ricerca. Infatti l’alternarsi dei club all’alto livello è legato alle capacità di costruire e ricostruire. I club hanno sviluppato studio e ricerca, applicazione di nuove metodologie di allenamento, differente gestione dei giocatori, organizzazione di gioco. Contano i soldi, che comunque nessuno trova per terra e per caso, ma non solo. E’ una questione di idee e la Heineken Cup ci lascia un patrimonio importante di idee, oltre ai tanti ricordi vissuti, alle persone che abbiamo incontrato in questi anni. Dall’anno prossima inizia una nuova storia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.onrugby.it/2014/05/23/1996-2014-gioielli-gioie-e-delusioni-dellheineken-cup-prima-di-chiuderne-lo-scrigno/">1996-2014: gioielli, gioie e delusioni dell&#8217;Heineken Cup che chiude lo scrigno</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.onrugby.it">On Rugby</a>.</p>
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		<title>Tecnica, visione di gioco, capacità di corsa: la fantastica solitudine dell&#8217;estremo</title>
		<link>https://www.onrugby.it/2014/03/21/tecnica-visione-di-gioco-capacita-di-corsa-la-fantastica-solitudine-dellestremo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Wilhelm]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Mar 2014 07:03:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giù il gettone]]></category>
		<category><![CDATA[Estermo]]></category>
		<category><![CDATA[Leigh Halfpenny]]></category>
		<category><![CDATA[Luke McLean]]></category>
		<category><![CDATA[mike brown]]></category>
		<category><![CDATA[Rob Kearney]]></category>
		<category><![CDATA[Sei nazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Stuart Hogg]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Antonio Raimondi ci porta alla scoperta di un ruolo di cui si parla poco e che sempre di più può "schierare" degli autentici fuoriclasse</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.onrugby.it/2014/03/21/tecnica-visione-di-gioco-capacita-di-corsa-la-fantastica-solitudine-dellestremo/">Tecnica, visione di gioco, capacità di corsa: la fantastica solitudine dell&#8217;estremo</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.onrugby.it">On Rugby</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’estremo? E’ un po’ come il libero nel calcio. Tanti anni fa l’avevano spiegata così. Altro che solitudine dell’ala destra, nel tempo del fango, era l’unico che rimaneva pulito, quasi sempre, fino alla fine. Considerato estremo difensore, qualcuno lo prendeva pure alla lettera e se ne stava per tutta la partita estremamente lontano dalla palla, pronto a ricevere i palloni calciati dagli avversari e, nel raro caso succedesse, di fare l’ultimo placcaggio per salvare la meta. Una descrizione del ruolo “estrema”, anche esagerata se volete, ma che serve a rendere maggiormente l’idea di quanto di nuovo c’è nel ruolo.<br />
<strong>L’ultimo Sei Nazioni, oltre alle delusioni della nostra Nazionale, ci ha portato a fare una riflessione sul ruolo di estremo, full back come dicono gli anglosassoni. Pensateci bene e troverete, squadra per squadra, il migliore o uno dei migliori, con la maglia numero quindici</strong>: Rob Kearney per l’Irlanda, Mike Brown per l’Inghilterra, Halfpenny per il Galles, Dulin per la Francia, Stuart Hogg per la Scozia e Luke McLean per l’Italia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Una situazione in contrasto, negli ultimi anni, con il ruolo di mediano d’apertura, dove è più difficile trovare interpreti convincenti</strong>: il migliore potrebbe essere Jonathan Sexton, se non avesse sbagliato punizioni e trasformazioni facili, nella decisiva partita con la Francia. Gli altri? Noi ora abbiamo la speranza di Allan, ma siamo sempre alla ricerca del prossimo Dominguez, la Francia non ha risolto con Plisson, oscillante tra l’anonimo e l’inconsistente, tanto che l’ultima di Tales è stata più convincente, il Galles rimane indeciso tra Priestland e Biggar, la Scozia è legata all’exploit di Weir (drop all’Olimpico), un buon giocatore ma nulla di più, e l’Inghilterra sembra aver trovato in Farrell continuità e solidità, ma non certo la fantasia e l’X-factor fondamentale quando si sale di livello.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lasciamo da parte i mediani d’apertura e torniamo ai nostri numeri quindici. Se andiamo nell’emisfero sud vengono in mente i due Israel, il neozelandese Dagg e l’australiano Folau, e sul fronte sudafricano prende la fantasia più Willie Le Roux di Zane Kirchner. Mettendo in fila tutti questi indizi, o per meglio scrivere, tutti questi interpreti del ruolo di estremo,<strong> risulta evidente che siamo davanti ad una generazione di giocatori estremi di grande qualità. Si potrebbe cantare generazione di fenomeni.</strong><br />
Allora può essere interessante provare a scoprire cosa ha favorito questa trasformazione. In linea generale il mediano d’apertura, sempre più, si è trovato a dover scegliere e eseguire in un ridottissimo spazio-tempo a causa delle difese molto organizzate. La situazione per l’estremo è un po’ più favorevole, perché quando si ritrova con il pallone in mano, ha più tempo e più spazio, ovviamente non sempre.<br />
C’è poi un altro aspetto, addirittura più importante per quanto non misurabile, che favorisce la crescita di chi gioca estremo. <strong>Più di ogni altro giocatore, il numero quindici ha una visione globale del gioco e della situazione di campo</strong>, se vogliamo “estremizzare”, è il giocatore che in campo ha il punto di vista più vicino a quello dell’allenatore, proprio perché il suo campo visivo è più ampio degli altri, che spesso sono assorbiti dalla lotta in spazi ristretti. Più di ogni altro giocatore, deve correre e pensare, anticipare il movimento del gioco, quello dei compagni, ma soprattutto quello degli avversari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se ci pensate bene è un allenamento fantastico per la mente. Sei in difesa e devi muoverti dietro la linea, anticipando ciò che faranno gli avversari, muovendoti in armonia con i tuoi compagni. Se la linea sale velocemente, devi farlo anche tu, per mantenere la stessa distanza. Se gli avversari calciano lungo, pedali indietro, se invece il calcio non ti supera, hai subito la possibilità di contrattaccare: dove sono i tuoi compagni? Come è disposta la difesa? <strong>Analizzare e fare la scelta giusta in una situazione di gioco non standardizzata, spesso fa la differenza: statisticamente circa il 40% delle mete nasce da situazioni di questo tipo.</strong> Ma non solo. Ricordate la parata di Brown sul calcio al volo di O’Driscoll? Oppure la meta di Kearney all’Inghilterra? Situazione differenti, quasi all’opposto tra segnare e non far segnare l’avversario.<br />
Pensare velocemente è quindi la cosa che accomuna tutti i numeri quindici già citati, naturalmente si aggiungono qualità fisiche e tecniche. Sotto il profilo fisico, la velocità e la reattività sono le caratteristiche principali, dato per scontato che in epoca professionale, la struttura fisica sia sempre ben costruita. Sotto il profilo tecnico, l’estremo deve saper fare praticamente tutto, perché uno che si dà da fare, come ad esempio l’inglese Brown, si trova in una partita a giocare nella posizione del mediano di mischia, dell’apertura, e così via.<br />
<strong>Non ci sarebbe da meravigliarsi se nel futuro prossimo, giocatori che si sono affermati in questi anni nel ruolo di estremo, evolvessero in fantastici allenatori.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>di Antonio Raimondi</strong></p>
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		<title>Dati e statistiche del Sei Nazioni 2013 per capire il torneo 2014</title>
		<link>https://www.onrugby.it/2014/01/24/dati-e-statistiche-del-sei-nazioni-2013-per-capire-il-torneo-che-ci-aspetta-nel-2014/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Wilhelm]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jan 2014 12:54:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giù il gettone]]></category>
		<category><![CDATA[Azzurri]]></category>
		<category><![CDATA[Cardiff]]></category>
		<category><![CDATA[Galles]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Jacques Brunel]]></category>
		<category><![CDATA[mischia]]></category>
		<category><![CDATA[Sei nazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Antonio Raimondi prende i numeri del torneo di un anno fa e ci racconta quello che le cifre dicono. E quello che nascondono</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.onrugby.it/2014/01/24/dati-e-statistiche-del-sei-nazioni-2013-per-capire-il-torneo-che-ci-aspetta-nel-2014/">Dati e statistiche del Sei Nazioni 2013 per capire il torneo 2014</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.onrugby.it">On Rugby</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il primo febbraio inizierà il Sei Nazioni 2014. C’è la voglia di credere che l’Italia possa partire dal quarto posto dello scorso anno, di quello che è stato definito il miglior Sei Nazioni di sempre, ma bisognerebbe dimenticarsi delle sconfitte nel tour di giugno contro Sudafrica, Samoa e Scozia, e un novembre in negativo con una vittoria su Figi e le sconfitte contro Australia e Argentina.<br />
<strong>Dodici mesi in questo rugby è un periodo lunghissimo, nel quale cambiano regole o interpretazioni del regolamento, anche se alla fine i valori rimangono sempre gli stessi</strong>, tanto che il Galles ricopre il ruolo di favorito, all’inizio del torneo 2014, e Francia-Inghilterra della prima giornata è considerata uno spareggio, per definire lo sfidante al titolo.<br />
L’Italia inizia proprio dal Galles, a Millenium Stadium di Cardiff, e il ricordo di Roma dello scorso anno è pessimo, forse la partita peggiore, in ballottaggio c’è la sconfitta con la Scozia a Edimburgo. Provare ad anticipare come sarà il torneo 2014 è una bella sfida perché ancora non ci sono dati sufficienti, per interpretare l’influenza che avrà la modifica della procedura d’ingaggio in mischia ordinata sullo sviluppo del gioco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Guardando proprio alla mischia ordinata, l’Italia nel torneo dello scorso anno ha avuto la miglior percentuale di conquista (91%). <strong>Un dato che racconta una falsa storia, perché tiene conto della propria introduzione</strong> e non dice che ad esempio contro il Galles, da quella fase, abbiamo preso sei calci di punizione. I valori delle mischie saranno tutti da valutare alla luce delle nuovo procedimento d’ingaggio. C’è da sperare che funzioni ancora la rimessa laterale: nel 2013 abbiamo avuto la percentuale di conquista sul proprio lancio più alta del torneo (90%). Maledetto però quell’ultimo lancio in attacco a Twickenham contro l’Inghilterra. In sostanza dobbiamo imparare ad essere più efficaci con i palloni che gestiamo.<br />
<strong>In termini di possesso medio, l’Italia ha avuto la quantità più alta (19 minuti e 9 secondi), ma come ormai sappiamo, l’equazione più possesso uguale a vittoria non funziona sempre</strong>. In sei partite la vittoria è andata alla squadra che ha avuto meno possesso e la Francia, che è arrivata ultima, ha avuto in media una dose di possesso pari a quella del Galles che ha vinto il torneo (18 minuti e 1 secondo per i francesi, un secondo in più per i gallesi). Il dato importante è la qualità del proprio pallone o, ancora meglio, la produttività, soprattutto in un torneo che ha avuto un aumento in termini di equilibrio (dieci delle quindici partite si sono concluse con un margine di 10 o meno punti) e una diminuzione delle mete segnate (37 è il dato più basso nella storia del Sei Nazioni).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 60% delle poche mete segnate nel 2013 hanno avuto origine da possesso conquistato in rimessa laterale o da calci. In termini di previsione, sarà interessante valutare, se effettivamente la nuova mischia ordinata si proporrà come un’efficace piattaforma di lancio (e di mete). <strong>Noi ci siamo fatti trovare impreparati a novembre con l’Australia, ma già contro l’Argentina è stata un’altra storia</strong>. Per essere competitivi, dobbiamo iniziare da lì, perché la mischia, oggi come ieri, ha un’influenza che travalica l’ambito tecnico-tattico. Forse, ma lo sapremo soltanto dopo l’analisi di fine torneo, la nuova mischia, potrebbe risolvere in parte il problema delle poche mete segnate.<br />
Ne abbiamo già scritto in precedenza, ma l’aumentato sforzo in mischia, riduce la capacità degli avanti (in particolare i primi tre/cinque) di partecipare al gioco aperto. La squadra che attacca potrebbe ad esempio ritrovarsi con un minor numero di “ball carrier” a disposizione e una maggior difficoltà nel costruire un gioco multi fase. Ovviamente anche la difesa rischia di avere meno uomini a disposizione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Guardando ai dati dello scorso anno, il 62% delle mete è stato preceduto da 3 o meno fasi, ma il Galles ha segnato il 77% delle mete con tre o più fasi. Quale sarà il dato alla fine del 2014? Noi dovremo valutarlo presto, alla prima giornata, a Cardiff in una partita che sarà tutta da scoprire. <strong>Jacques Brunel ha liberato la creatività azzurra, ma ora serve aumentare la capacità di scegliere, quando rischiare, per evitare di ritrovarsi nei guai:</strong> con il maggior numero di possesso abbiamo concesso una media di 13.2 calci di punizione a partita (soltanto la Scozia ha fatto peggio) e abbiamo concesso il più elevato numero di turn over (15.8).<br />
Ma in questa selva di numeri, le cose che conteranno più di tutte saranno la condizione fisica, il Galles lo scorso anno ha segnato otto delle nove mete nel secondo tempo, la difesa, lo scorso anno abbiamo concesso una meta ogni dieci minuti e 24 secondi di possesso avversario. Per intenderci, il Galles ne ha concesse una media di una ogni 28 minuti. <strong>Dimentichiamo giugno, dimentichiamo novembre, perché il Sei Nazioni è tutta un’altra storia</strong> e  cerchiamo di ripartire dalle due vittorie del 2013. Forza azzurri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Antonio Raimondi</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.onrugby.it/2014/01/24/dati-e-statistiche-del-sei-nazioni-2013-per-capire-il-torneo-che-ci-aspetta-nel-2014/">Dati e statistiche del Sei Nazioni 2013 per capire il torneo 2014</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.onrugby.it">On Rugby</a>.</p>
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		<title>Tecnica, spazi e maestri vecchi e nuovi: il ritorno della nuova/vecchia mischia ordinata</title>
		<link>https://www.onrugby.it/2013/12/20/tecnica-spazi-e-maestri-vecchi-e-nuovi-il-ritorno-della-nuovavecchia-mischia-ordinata/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Wilhelm]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Dec 2013 13:04:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giù il gettone]]></category>
		<category><![CDATA[antonio raimondi]]></category>
		<category><![CDATA[Franco properzi]]></category>
		<category><![CDATA[Mauro Vaghi]]></category>
		<category><![CDATA[mischia]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Munari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Antonio Raimondi ci spiega tutti i vantaggi delle nuove regole che caratterizzano la fase più importante del rugby</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.onrugby.it/2013/12/20/tecnica-spazi-e-maestri-vecchi-e-nuovi-il-ritorno-della-nuovavecchia-mischia-ordinata/">Tecnica, spazi e maestri vecchi e nuovi: il ritorno della nuova/vecchia mischia ordinata</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.onrugby.it">On Rugby</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_32113" style="width: 860px" class="wp-caption alignnone"><img fetchpriority="high" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-32113" class="size-full wp-image-32113" title="Spinta in mischia" src="https://www.onrugby.it/wp-content/uploads/2013/08/A2Y8975-sebastiano-pessina.jpg?x96927" alt="" width="850" height="567" srcset="https://www.onrugby.it/wp-content/uploads/2013/08/A2Y8975-sebastiano-pessina.jpg 850w, https://www.onrugby.it/wp-content/uploads/2013/08/A2Y8975-sebastiano-pessina-120x80.jpg 120w, https://www.onrugby.it/wp-content/uploads/2013/08/A2Y8975-sebastiano-pessina-230x153.jpg 230w, https://www.onrugby.it/wp-content/uploads/2013/08/A2Y8975-sebastiano-pessina-400x267.jpg 400w" sizes="(max-width: 850px) 100vw, 850px" /><p id="caption-attachment-32113" class="wp-caption-text">ph. Sebastiano Pessina</p></div>
<p>Partiamo dal ringraziamento a Babbo Natale che in questo 2013 ci ha regalato la vecchia cara mischia ordinata. Già sembra di sentire, anzi, li abbiamo già sentiti, ma è una confusione, non si capisce nulla. Già, scusate il paragone, e comunque potete fare da voi le giuste proporzioni, ma è come se uno si presentasse al Cern di Ginevra, pretendendo di capire tutto della fisica delle particelle e del bosone di Higgs. Ascoltando un pezzo di DJ AX, viene in mente un paragone ancora più spericolato.<br />
<strong>La mischia di ieri, quella tutta collisione, è un po&#8217; come scoprire l&#8217;amore guardando un film porno, la mischia di oggi, intesa anche come quella dell&#8217;altro ieri, beh, è un&#8217;altra “roba”, come dicono oggi, e per essere ancora più moderni è una roba di mostruosa bellezza.</strong> Basta capirla. Girando anche per i campi del nostro rugby di base, la prima riflessione che viene in mente è che manchino i maestri, perché la semplificazione di una botta e via (leggi l&#8217;ingaggio è il 90% della mischia) aveva tolto importanza alla tecnica a favore della potenza fisica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oggi la taglia fisica è una delle componenti del successo di una mischia, ma non è più l&#8217;unica. <strong>Tornano di moda (e servono) i maestri di un tempo, mai passati di moda, ma oggi ancora più determinanti.</strong> Da noi il più conosciuto è Manuel Ferrari, mago anche della macchina della mischia, Vittorio Munari, si proprio lui, è un altro, penso poi a gente che comunque ha incrociato Manuel Ferrari come Franco Properzi. Se poi penso a persone vicine alla Milano ovale, Mauro Vaghi, oggi con Rugby Grande Milano, e prima ancora Enzo Tinelli, che la mischia l&#8217;aveva portata nei laboratori del Politecnico di Milano all&#8217;inizio degli anni ottanta, con Properzi come pilone modello.<br />
<strong>Qualche problema di adattamento c&#8217;è stato, è normale, anche ad alto livello</strong>. In parte c&#8217;è ancora, ma già si iniziano a vedere i risultati e durante i test di novembre ci siamo goduti anche lo spettacolo della mischia, come nel match tra Francia e Nuova Zelanda e, perché no, nel nostro contro l&#8217;Argentina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I problemi che continuano sono più legati alla non comprensione dei vari meccanismi.<strong> Non sempre gli arbitri hanno la sensibilità o l&#8217;attenzione per i particolari, così come non sempre le squadre si sono presentate preparate, ma è una questione di tempo</strong>, la dimostrazione è proprio la nostra mischia se pensiamo alla trasformazione nei tre test match di novembre.<br />
La mischia con il nuovo procedimento d&#8217;ingaggio, può rendere più bello l&#8217;intero gioco, perché influenza più di prima il movimento generale. <strong>Anche se potrebbe non sembrare ad un&#8217;analisi molto superficiale, esiste un rapporto di causa effetto tra la mischia di oggi e l&#8217;aumento degli spazi di gioco.</strong> Come? Bisogna partire da un aspetto che è stato percepito subito da chi si occupa della preparazione fisica. E&#8217; cambiato il tipo di sforzo richiesto ai piloni, sia in termini di applicazione delle forze, sia in termine di durata (i primi dati medi evidenziavano una durata della mischia passata da 3,5 secondi a 5 secondi. E&#8217; quindi aumenta la fase di lotta in mischia ordinata. Questo porta ad un consumo maggiore di energia e aumenta la difficoltà, in particolare per i primi cinque uomini, di fare lavoro “in giro per il campo”. Meno uomini significa più spazio e anche meno elementi da utilizzare nelle strutture di gioco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C&#8217;è poi un effetto più diretto e che ha fatto tornare la mischia importante lancio del gioco. <strong>Nella lotta di attriti, non ci si può permettere di lavorare senza l&#8217;impegno di tutti e otto i partecipanti alla mischia</strong>. La terza linea deve, non solo per regolamento, restare legata e quindi un pallone vinto in modo pulito, permette alla linea arretrata di sfruttare tutto lo spazio a disposizione (dieci metri tra attacco e difesa e l&#8217;intera larghezza del campo). Il cambiamento del processo d&#8217;ingaggio è dunque da vedersi in modo positivo e ha centrato la priorità di ridurre il rischio d&#8217;infortuni e in aggiunta ci ha restituito una fase di gioco che può essere spettacolare, se si impara a conoscerne i meccanismi. Rimangono ancora delle zone d&#8217;ombra, migliorabili, come il “sì nove” che autorizza l&#8217;introduzione del pallone, ma la vecchia cara mischia è tornata (per fortuna).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>di Antonio Raimondi</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.onrugby.it/2013/12/20/tecnica-spazi-e-maestri-vecchi-e-nuovi-il-ritorno-della-nuovavecchia-mischia-ordinata/">Tecnica, spazi e maestri vecchi e nuovi: il ritorno della nuova/vecchia mischia ordinata</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.onrugby.it">On Rugby</a>.</p>
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		<title>Michel Platini, il calcio e il rugby: e nel frullatore ci finisce il TMO</title>
		<link>https://www.onrugby.it/2013/12/06/michel-platini-il-calcio-e-il-rugby-e-nel-frullatore-ci-finisce-il-tmo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Wilhelm]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Dec 2013 13:24:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giù il gettone]]></category>
		<category><![CDATA[Arbitro]]></category>
		<category><![CDATA[Michel Platini]]></category>
		<category><![CDATA[Nigel Owens]]></category>
		<category><![CDATA[TMO]]></category>
		<category><![CDATA[UEFA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Antonio Raimondi parte dalle parole del presidente dell'UEFA per fare il punto della situazione sulla "moviola in campo"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.onrugby.it/2013/12/06/michel-platini-il-calcio-e-il-rugby-e-nel-frullatore-ci-finisce-il-tmo/">Michel Platini, il calcio e il rugby: e nel frullatore ci finisce il TMO</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.onrugby.it">On Rugby</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Anche Einstein intervistato tutti i giorni farebbe la figura del cretino”. E&#8217; una delle dichiarazioni illuminate di Michel Platini, uno che da calciatore faceva in campo cose speciali e al di fuori del campo diceva cose interessanti, nonostante le tante interviste. Oggi è presidente dell&#8217;Uefa, segno che con gli anni alla personalità ha aggiunto una buona dose di diplomazia. <strong>Platini ci dà l&#8217;opportunità di tornare sul TMO, in piena fase sperimentale</strong>. Infatti il Presidente dell&#8217;Uefa ha definito un disastro l&#8217;applicazione della moviola in campo nel rugby. Platini, con un&#8217;interpretazione parziale, ha cercato di rafforzare la sua posizione contraria all&#8217;introduzione della tecnologia a supporto degli arbitri di calcio. Non c&#8217;è quindi da stupirci, soprattutto perché Platini ha preso spunto da quanto è successo nelle prime giornate del campionato francese, evidenziato da un&#8217;inchiesta dell&#8217;<em>Equipe</em>, quando più che un disastro l&#8217;applicazione del TMO è stata un casino. Di buono, dal rugby, Platini vorrebbe prendere il sistema dell&#8217;espulsione temporanea, ma in questo caso non c&#8217;è bisogno di tecnologia, e più semplicemente si ristabilisce un principio risarcitorio a favore della squadra che subisce il fallo da cartellino giallo. <strong>E&#8217; facile essere d&#8217;accordo, ci sarebbe da chiedersi cosa diavolo stanno aspettando quelli del calcio.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lasciando perdere il disastro che vede Platini, noi che ci siamo abituati al TMO continuiamo a vederlo come un elemento positivo, anche se può capitare, come in Italia – Figi, che il primo tempo duri sessanta minuti, proprio a causa del continuo ricorso alla moviola. In questi primi mesi di applicazione della sperimentazione a livello mondiale, abbiamo assistito a tanti episodi che hanno messo in risalto alcune criticità. <strong>Il pericolo è esagerare e togliersi dalla responsabilità di decidere: l&#8217;arbitro di scarsa personalità si rifugia nel TMO, quello di grande qualità guida il TMO.</strong><br />
Un esempio? Nigel Owens, in questo momento di gran lunga il miglior arbitro in attività. Usa questa tecnologia nel modo corretto, sfruttando tutto ciò che il regolamento permette. Tra le novità c&#8217;è la possibilità di sfruttare la visione dello schermo gigante, quando presente allo stadio. Owens non si è fatto scappare l&#8217;occasione, utilizzando lo schermo gigante, per condividere con il TMO una decisione. Inoltre ha la capacità di mantenere lucidità e di fare la domanda giusta al TMO, seguendo le opportunità del protocollo di comunicazione, comunicando già il suo punto di vista: “per me è successo questo, mi puoi confermare che sia andata così?” In un certo senso Owens si mette al sicuro da cattive interpretazioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il pericolo di esagerare non è limitato all&#8217;applicazione e ad un arbitro di scarsa personalità. Si è esagerato infatti, quando tra gli episodi giudicabili dal TMO si è voluto inserire anche il passaggio in avanti. Le riprese televisive, solo in rari casi, possono dare immagini in cui è chiaro e ovvio che ci sia stato il passaggio in avanti. E&#8217; auspicabile che, fino a quando la tecnologia non offrirà maggiori sicurezze, venga escluso dagli episodi per i quali può essere richiesto il TMO. Positivo invece il potere del TMO di fare una segnalazione all&#8217;arbitro, esattamente come possono fare i giudici di linea. Sommando arbitro, giudici di linea e TMO diventa praticamente impossibile perdersi il gioco violento e questo dovrebbe costituire un importante deterrente al gioco pericoloso.<br />
<strong>Per concludere questa sperimentazione non è un disastro, ma necessita di qualche piccolo aggiustamento</strong>. Gli errori continueranno ad esserci, ma la tecnologia può aiutare a ridurli. La vera questione, e su questo possiamo insegnare qualcosa al calcio, è culturale e di accettazione dell&#8217;errore dell&#8217;arbitro, ma dobbiamo stare molto attenti, perché il professionismo può farci prendere la scorciatoia che porta al deprecabile andazzo calcistico. Due sono le questioni per il futuro: non smettere mai di analizzare e anticipare i cambiamenti del nostro sport per adeguare le regole (è ormai maturo il momento di parlare seriamente dell&#8217;ipotesi di inserire il doppio arbitro) e rendere trasparenti i processi di selezione e di carriera degli arbitri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>di Antonio Raimondi</strong></p>
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		<title>Eccellenza e ProD2, un confronto così lontano e così vicino</title>
		<link>https://www.onrugby.it/2013/09/20/eccellenza-e-prod2-uno-sguardo-su-un-panorama-cosi-lontano-e-cosi-vicino/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Wilhelm]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Sep 2013 05:56:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giù il gettone]]></category>
		<category><![CDATA[Eccellenza]]></category>
		<category><![CDATA[FFR]]></category>
		<category><![CDATA[FIR]]></category>
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		<category><![CDATA[Pro D2]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il campionato cadetto francese potrebbe essere un esempio per il nostro massimo torneo. Ce lo spiega Antonio Raimondi</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.onrugby.it/2013/09/20/eccellenza-e-prod2-uno-sguardo-su-un-panorama-cosi-lontano-e-cosi-vicino/">Eccellenza e ProD2, un confronto così lontano e così vicino</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.onrugby.it">On Rugby</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato riparte l’Eccellenza, undici squadre, stagione di passaggio, verso una riduzione del numero dei team e una destinazione tecnica riservata ai giovani, come completamento del percorso formativo, per i giocatori che usciranno nei prossimi anni dalle accademie zonali, secondo il nuovo processo formativo voluto dal presidente FIR Alfredo Gavazzi. <strong>Si può essere più o meno d’accordo dal punto di vista tecnico, ma di questi tempi, decisa la “vocazione” del campionato, la principale preoccupazione dovrebbe essere di renderla economicamente sostenibile.</strong><br />
Si potrebbe iniziare già dal linguaggio, togliendo quei segni negativi, che bloccano, più o meno inconsciamente, sul nascere qualsiasi iniziativa. Un esempio? Il “ma”, la congiunzione avversativa, che oppone (quante volte vi è capitato di sentirlo?) un buon proposito a qualcosa che qualcuno (guarda caso sempre qualcun altro) non fa: ma la politica, ma la federazione, ma l’arbitro, ma sono tutti ladri, ma che diavolo!<br />
<strong>Uscire da quel mal costume, che spesso riconosciamo come una cosa molto italiana, di attendere che qualcuno faccia il primo passo, abbandonare la sotto-cultura dell’assistenzialismo, quando non del clientelismo, dove tutti hanno grandi idee risolutrici, ma nessuno agisce.</strong> Se nell’approccio, riuscissimo a essere liberi da preconcetti, potremmo pensare con maggior fiducia al futuro del nostro rugby, costruendo la capacità di resistere anche ai periodi di crisi, invertendo la tendenza del vivere a campare, che ha contraddistinto altri periodi del nostro rugby, ma potremmo dire tranquillamente della nostra società.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La crisi di questi anni ha tolto risorse ai nostri club, che si sono trovati a operare in ristrettezze economiche. Nel periodo in cui trovare sponsorizzazioni non era difficile come oggi, nulla è stato fatto.<strong> Quando si è provato, con l’esperienza della Lire, si è innescato un processo di autodistruzione, facendo emergere l’interesse immediato dei singoli</strong>, piuttosto che individuare e far crescere il bene comune, che probabilmente oggi avrebbe permesso di superare con meno difficoltà questo periodo di crisi economica.<br />
<strong>In Inghilterra e in Francia, ad esempio, la crescita è stata costante, anche in un periodo di crisi come quello che sta attraversando il mondo</strong>. La Premiership inglese e il Top14 francese hanno continuato a espandersi, aumentando il proprio valore, come testimoniano i contratti televisivi già firmati in Inghilterra o in via di definizione, come quello francese, che va in scadenza alla fine dell’anno. <strong>Gli scettici staranno già dicendo aggiungendo quel fastidioso “ma”… “ma l’Inghilterra e la Francia sono altre realtà”. Vero, senza dubbio, soprattutto oggi</strong>. E allora? Non ci possiamo confrontare se pensiamo che i budget di Benetton e Zebre s’inserirebbero al quindicesimo e sedicesimo posto della classifica del campionato francese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Invece di guardare il mondo dorato del Top 14, guardiamo cosa succede nel Pro D2, il secondo livello professionistico francese, partendo dalla fotografia del 2000,</strong> domandandoci: perché non possiamo crescere anche noi? In termini di squadre si è passati a sedici, dopo un primo anno fatto a dodici club. In termini di pubblico si è passati da una media di 1.112 spettatori nella stagione 2000/2001 ai 4.546 dello scorso anno. Facendo il raffronto con le due stagioni precedenti, siamo a più quattordici per cento, alla faccia della crisi.<strong> Chi ricorda la vecchia Serie A o il successivo Super 10, potrebbe testimoniare di una situazione, per alcuni aspetti, migliore di quella di partenza del Pro D2.</strong><br />
Il rugby del Pro D2 è legato al territorio, fatto, in alcuni casi, di piccole realtà, ma l’incremento di pubblico è stato favorito anche dalla televisione: nella passata stagione tre canali si sono divisi la trasmissione di sessantatré partite, con ascolti record per la finale e incremento del 65% per cento degli ascolti. Sport+ , 3 (regionale) e Eurosport Francia si divideranno anche nella stagione appena iniziata la trasmissione delle partite in sostanza almeno due partite a settimana. <strong>La presenza di un prodotto televisivo di qualità è ormai parte fondamentale per la crescita di ogni sport/campionato.</strong><br />
Quest&#8217;anno i budget dei club di ProD2 si assestano sulla media di 5,78 milioni di euro, senza variazioni rispetto lo scorso anno, con dodici squadre che hanno un preventivo tra i 2,41 e i 5,54 milioni di euro e quattro squadre che superano gli 8,5 milioni, con Lione vicino ai quindici milioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il ProD2 ha una sua funzione tecnica. Il Top 14 ricerca i suoi protagonisti anche sul mercato internazionale, ma non può prescindere da una base di giocatori nazionali, perché pur alla presenza di un campionato ricco, un movimento rugbistico non può prescindere dalla Nazionale. <strong>Per alimentare il livello più alto, occorre offrire ai professionisti francesi anche un secondo livello, che può essere di passaggio per i giovani che escono dai centri di formazione, o un approdo per quelli che invece non hanno sufficienti qualità per il livello più alto</strong>. Il ProD2 assolve dunque questo compito, senza dimenticare che la sostenibilità del campionato, passa anche dalla qualità dei suoi protagonisti e dallo spettacolo sportivo che sa offrire: c’è un mix spettacolare nella seconda divisione francese garantito sia dai giovani emergenti sia da sessantacinque giocatori internazionali stranieri e dieci internazionali francesi.<br />
<strong>Ligue Nationale de Rugby distribuisce ai club di Pro D2 un contributo del 40% degli introiti incassati per diritti tv e marketing, ovviamente grazie principalmente al Top14.</strong> Sono quindi circa sedici milioni gli euro che arrivano nelle casse dei club della seconda serie che hanno comunque il dovere di fare formazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I Centri di Formazione sono una priorità e oggetto di accordo tra la LNR e la FFR. La qualità è premiata con contributi, che sono assegnati sulla base di una classificazione che tiene presente il livello delle strutture, i risultati sportivi e quelli scolastici. Per il primo livello la Lega ha distribuito nel 2012 quasi sessantacinquemila euro per club, per il secondo livello quasi quarantatré mila euro e per il terzo livello poco più di ventuno mila euro.<br />
Siamo partiti dalla nostra Eccellenza, che sembra distante dal ProD2 di oggi, ma che porta con sé passione e voglia di giocare che riempiono ancora il cuore di entusiasmo e che potrebbero essere il punto di partenza, basterebbe iniziare a lavorare, pensando al bene comune con obiettivi a medio e lungo termine. Per favore, lasciamo stare i “ma”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>di Antonio Raimondi</strong> </p>
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		<title>Rugby e regole: quando nel centro della mischia ci finisce il TMO</title>
		<link>https://www.onrugby.it/2013/08/30/rugby-e-regole-quando-nel-centro-della-mischia-ci-finisce-il-tmo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Wilhelm]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Aug 2013 05:58:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giù il gettone]]></category>
		<category><![CDATA[antonio raimondi]]></category>
		<category><![CDATA[IRB]]></category>
		<category><![CDATA[TMO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno strumento necessario nello sport professionistico, ma non sempre dirimente. Ce lo racconta Antonio Raimondi</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-32324" title="TMO" src="https://www.onrugby.it/wp-content/uploads/2013/08/TMO.jpg?x96927" alt="" width="800" height="512" srcset="https://www.onrugby.it/wp-content/uploads/2013/08/TMO.jpg 800w, https://www.onrugby.it/wp-content/uploads/2013/08/TMO-120x77.jpg 120w, https://www.onrugby.it/wp-content/uploads/2013/08/TMO-230x147.jpg 230w, https://www.onrugby.it/wp-content/uploads/2013/08/TMO-400x256.jpg 400w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>Si parla molto del nuovo processo sperimentale della mischia ordinata (regola 20), ma la stagione sportiva appena iniziata nell&#8217;emisfero nord, sarà decisiva per il destino delle cinque regole che sono in via di sperimentazione e che dovranno essere approvate dal Council dell&#8217;International Board nel meeting annuale del 2014 in programma a maggio. <strong>Ogni cambiamento deve essere confermato e applicato un anno prima dalla disputa della Coppa del Mondo 2015</strong>. Nel programma di revisione del regolamento da parte dell&#8217;International Board c&#8217;è un&#8217;apertura alla base del movimento. Proprio in questi giorni su www.irb.com trovate un questionario di valutazione delle regole in corso di sperimentazione.<br />
<strong>Tra variazioni in fase di prova c&#8217;è anche il protocollo del TMO potenziato</strong>, non una novità assoluta, perché già dalla passata stagione, in giro per il mondo, abbiamo potuto vederne l&#8217;applicazione. Nell&#8217;emisfero nord, l&#8217;avanguardia era rappresentata dal campionato inglese, ma dall&#8217;inizio di questa stagione, nel quadro della sperimentazione globale, è esteso a tutti i principali tornei. Questo mese la sperimentazione ha esordito nel campionato francese, creando immediatamente una grande confusione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In Tolone–Racing Metro 92 la continua richiesta da parte di Romain Poite d&#8217;intervento del TMO ha indispettito il pubblico, che ad ogni fischio dell&#8217;arbitro internazionale, ha iniziato ironicamente a gridare “VIDEO VIDEO”. Nella seconda giornata di Top14 nessuna partita è stata esente dal giudizio del TMO, allungando di molto la durata totale delle partite,<strong> ma soprattutto in alcuni casi la decisione ha lasciato aperta la porta delle critiche, creando frustrazioni principalmente negli allenatori, ma non solo.</strong><br />
La sperimentazione globale permette in caso di potenziale infrazione nella marcatura di una meta, di chiedere al TMO di analizzare episodi specifici, tornando indietro nell&#8217;azione fino a due fasi di gioco (ruck e maul). Nel campionato inglese lo scorso anno era possibile tornare fino alla ripresa del gioco precedente (mischia, touche o calcio d&#8217;invio). Il TMO, sempre su richiesta dell&#8217;arbitro, dopo una marcatura, può giudicare le seguenti infrazioni: in-avanti, passaggio in-avanti, giocatore che esce dal campo, fuorigioco, ostruzione, placcaggio di un giocatore senza palla, anti gioco, doppio movimento nell&#8217;atto di marcare la meta. Inoltre si può ricorrere al TMO anche per falli di anti-gioco (regola 10).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nello sport professionistico alla ricerca della perfezione, il margine d&#8217;errore deve tendere allo zero. E&#8217; così per presidenti, dirigenti, allenatori, giocatori e a maggior ragione, perché terminali per le giustificazioni degli errori degli altri, per gli arbitri. L&#8217;introduzione della tecnologia in supporto agli arbitri è sicuramente positiva, tuttavia bisogna anche ben delimitare gli ambiti d&#8217;intervento, per non creare confusione o ancora peggio portare a delle decisioni non corrette. <strong>Chi ha visto ad esempio Tolone–Racing della scorsa settimana probabilmente ha avuto a disposizione un esempio preciso per farsi un&#8217;idea.</strong><br />
Il legislatore, nel caso del TMO potenziato, risolve la questione, dopo aver definito le aree di intervento, con due parole CHIARO E OVVIO. Sono le parole d&#8217;ordine che hanno gli arbitri in campo, utili per non interrompere il gioco per un&#8217;infrazione marginale (ce ne sarebbero a centinaia in ogni partita) e che lasciano spazio all&#8217;interpretazione. Il TMO, chiamato in causa dall&#8217;arbitro per una potenziale infrazione, deve intervenire quando la situazione è chiara e ovvia, in caso contrario, ovvero se esiste qualche dubbio che l&#8217;infrazione sia avvenuta, deve riferire all&#8217;arbitro che non c&#8217;è stata nessuna infrazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;area critica è quella del passaggio in avanti.<strong> Le riprese televisive non sono un supporto tecnologico sufficiente per poter giudicare il passaggio in avanti. Anche nei casi più evidenti, verrebbe da dire chiari e ovvi, resta il ragionevole dubbio</strong>. La regola e i seguenti chiarimenti, indicano con precisione che il giudizio deve essere dato nel momento in cui il pallone lascia le mani del giocatore: non contano il punto di partenza e quello di arrivo della palla, perché il pallone passato indietro correndo, ha nella maggior parte dei casi un punto d&#8217;arrivo più avanzato, rispetto il punto di partenza (sembra un paradosso, ma potete avere un&#8217;idea <a href="http:/  /www.youtube.com/watch?v=box08lq9ylg " target="_blank">cliccando qui</a>). Ecco così spiegato perché non è poi così difficile andare avanti, passando all&#8217;indietro, a sua volta paradosso che tanto affascina chi si avvicina al rugby per la prima volta. Ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano e rimaniamo concentrati sul TMO.<br />
Il numero di telecamere per la ripresa di una partita può variare, ma la configurazione minima in presenza di TMO è generalmente di dieci: quattro dedicate ai quattro angoli (specifiche proprio per la valutazione della marcatura delle mete) quindi ci sono tre telecamere centrali che seguono il gioco, le retro porta e quelle che si muovono lungo la linea laterale. <strong>E&#8217; una configurazione che ci permette di vedere la partita meglio che allo stadio, ma non è sufficiente per poter giudicare il passaggio in avanti</strong>, perché la posizione della telecamera condiziona la percezione che possiamo avere del movimento del pallone. Piccolo gioco che<a href="http://natgeotv.com/it/cosa-ti-dice-il-cervello/interattivita/cosa-ti-dice-il-cervello" target="_blank"> vi proponiamo a questo link</a> giusto per sottolineare “Cosa ci dice il cervello” e per essere prudenti nel giudicare ciò che pensiamo di aver visto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pur avendo un giudizio complessivo positivo della sperimentazione del TMO potenziato, un rischio è quello del ricorso sistematico al TMO, come in effetti sta avvenendo in Francia ed era già accaduto in Sudafrica nella prima sperimentazione fatta sulla Currie Cup. <strong>E&#8217; una questione di direttive generali che in Francia saranno sicuramente adattate in corso d&#8217;opera</strong>. Restano invece i dubbi per un&#8217;applicazione in toto dell&#8217;attuale protocollo e fortunatamente sembra opinione prevalente, una sua modifica in occasione del Council IRB del prossimo maggio che preveda di escludere il passaggio in avanti dai casi che possono essere trattati dal TMO. Sarebbe una scelta corretta che tiene presente della tecnologia a disposizione e renderebbe ancora più attendibile il TMO. Non è detto che in un prossimo futuro, non si possano avere degli strumenti adeguati a verificare che vi sia stato un passaggio in-avanti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>di Antonio Raimondi</strong> </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.onrugby.it/2013/08/30/rugby-e-regole-quando-nel-centro-della-mischia-ci-finisce-il-tmo/">Rugby e regole: quando nel centro della mischia ci finisce il TMO</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.onrugby.it">On Rugby</a>.</p>
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		<title>Dietro le quinte degli ultimi ottanta minuti di Super Rugby</title>
		<link>https://www.onrugby.it/2013/08/02/la-storia-di-george-smith-la-pazienza-brumbies-il-futuro-del-torneo-la-difesa-chiefs-e-il-breakdown-tutto-in-80-minuti-di-spettacolo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Avesani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Aug 2013 06:11:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giù il gettone]]></category>
		<category><![CDATA[antonio raimondi]]></category>
		<category><![CDATA[Brumbies]]></category>
		<category><![CDATA[Chiefs]]></category>
		<category><![CDATA[cruden]]></category>
		<category><![CDATA[George Smith]]></category>
		<category><![CDATA[Super Rugby]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.onrugby.it/?p=30387</guid>

					<description><![CDATA[<p>Antonio Raimondi mette la finale del Super Rugby nel suo attento mirino per poi allargare la visuale all'intero torneo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.onrugby.it/2013/08/02/la-storia-di-george-smith-la-pazienza-brumbies-il-futuro-del-torneo-la-difesa-chiefs-e-il-breakdown-tutto-in-80-minuti-di-spettacolo/">Dietro le quinte degli ultimi ottanta minuti di Super Rugby</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.onrugby.it">On Rugby</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Sabato al Waikato Stadium di Hamilton si celebra la finale del Super XV 2013. Chiefs e Brumbies si giocheranno il titolo di un torneo, che ha come al solito offerto grande spettacolo, ma non è stato particolarmente innovativo.</p>
<p>Tre delle quattro semifinaliste, Brumbies, Crusaders e Bulls, hanno giocato un rugby prevalentemente impostato sull&#8217;occupazione del territorio, mentre la quarta, i Chiefs, pur con la grande fama di squadra d&#8217;attacco, ha legato i suoi successi principalmente su una solida difesa.</p>
<p><strong>Pur senza l&#8217;elemento importante dell&#8217;innovazione, il valore del torneo resta elevatissimo</strong>, rimanendo la palestra ideale per sviluppare il modello di giocatore adatto al rugby dei test match, come vedremo dal 17 agosto nel Rugby Championship che propone per il secondo anno il confronto tra Argentina, Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il gigantismo del Super Rugby che porta all&#8217;aggiunta continua di nuove squadre, rischia di far crollare il torneo</strong>. La battaglia tra le tre federazioni, unite per necessità sotto il Sanzar, è già iniziata perché nel 2016 inizierà un nuovo ciclo di diritti televisivi e di conseguenza è anche possibile proporre una nuova formula e il pericolo è di complicare ulteriormente una formula già abbastanza cervellotica. Inutile costruire ragionamenti su delle semplici speculazioni, quindi vale la pena restare legati a questa stagione, anticipando la finale tra Chiefs e Brumbies.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ne abbiamo già parlato in passato, ma vale la pena ribadirlo prima di questa finale,<strong> il Super Rugby non mette sotto pressione i giocatori come accade nella Heineken Cup o nei campionati di Francia e Inghilterra</strong>. In poche ore sono stati venduti tutti i biglietti disponibili per la finale al Waikato Stadium. Sugli spalti dello stadio dei Chiefs ci saranno così venticinquemila spettatori, niente a confronto degli ottantamila per le finali che si giocano a Twickenham o allo Stade de France, così come ben inferiore è la pressione che arriva dall&#8217;esterno attraverso i media.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che non sia stato un torneo ricco di innovazione, si ritrova collegando come nella settimana enigmistica, i puntini del tracciato dei Brumbies. Si inizia da Eddie Jones e dal titolo vinto nel 2001, poi bissato nel 2004 con la guida di Nucifora,  e si arriva all&#8217;attuale allenatore Jake White, campione del mondo con gli Springboks nel 2007. In mezzo c&#8217;è un po&#8217; di tutto, ma principalmente la storia di George Smith. <strong>Per lui Eddie Jones ha inventato il ruolo che poi abbiamo chiamato di grillotalpa</strong> e dodici anni dopo il primo titolo, George Smith è stato protagonista del successo in semifinale sui Bulls. Contro la forza bruta dei Bulls ha opposto tecnica, astuzia e rapidità, vincendo la battaglia nel break-down. Il video della sua partita, andrebbe preso per far capire ai giovani l&#8217;arte del grillotalpa. Non sappiamo se l&#8217;idea di far tornare George Smith ai Brumbies, poi è stato richiamato anche in nazionale, sia stata di Jake White o di Eddie Jones, che lo stava allenando in Giappone, ma senza dubbio ha aggiunto valore e sicurezza nella direzione ad una squadra che poteva soffrire della sua stessa gioventù. Una bella complicità tra White e Jones, che già avevano collaborato all&#8217;epoca del mondiale 2007, che oggi continua e potrebbe portare ai Brumbies al terzo titolo.</p>
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<p><strong>I Chiefs sono però una bestia differente dai Bulls</strong>, con una competenza e un modo di giocare il break-down che costringeranno George Smith a cercare fino al fondo della sua scatola dei trucchi. Sam Cane, detto anche il prossimo Richie McCaw, rimane ancora in panchina, perché Dave Rennie ottiene più garanzie da Latimer, grandissimo protagonista contro i Crusaders.</p>
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<p>Jake White ha semplicemente riadattato la sua formula vincente del 2007 ai tempi e al campionato, portando attenzione alle base costituita dalle fase di conquista e al gioco al piede, forse portato all&#8217;eccesso contro i Bulls, tanto che è sembrato addirittura sacrificato l&#8217;estremo Mogg, che ha enormi qualità di attaccante, che potrebbe sfruttare di più contro i Chiefs.<strong> I Brumbies hanno avuto pazienza contro i Bulls, non hanno abbandonato il piano di gioco, anche quando la partita sembrava ormai sicura nelle mani dei Bulls</strong>. Oltre che pazienti, i Brumbies sono stati anche fortunati o quanto meno sono stati sciagurati i Bulls, che hanno rifiutato di piazzare tre calci di punizione, negli ultimi dieci minuti.</p>
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<p>La seconda finale consecutiva è pure un successo personale di Dave Rennie che ha dato ragione a chi l&#8217;ha preferito a Warren Gatland, quando la reputazione del coach dei British Lions era già consolidata, mentre la sua era ancora tutta da costruire.</p>
<p>La vittoria nel 2012 era stata timbrata come il successo di Sonny Bill Williams, ma dietro l&#8217;ingombrante figura del campione del mondo con gli All Blacks, c&#8217;è molto di più. <strong>C&#8217;è la sostanza di un&#8217;etica del lavoro e del valore del bene comune, che viene davanti all&#8217;interesse dei singoli</strong>. C&#8217;è un metodo di lavoro che cura il dettaglio e intuizioni tattiche, che mettono i giocatori nella situazione di poter sfruttare al massimo le proprie capacità. E&#8217; il caso di Aaron Cruden, capace di vincere due volte su due, lo scontro diretto con la miglior apertura del mondo Dan Carter. Il merito Rennie lo divide naturalmente con il suo staff e in particolare con Wayne Smith, ma la gestione e l&#8217;indirizzo sono tutte frutto del suo modo di essere. Se George Smith nel 2001 era il giocatore che ha ispirato Eddie Jones nel sviluppare il gioco nel breakdown, <strong>Aaron Cruden è la musa per un nuovo modo di interpretare il ruolo di playmaker</strong>, in un periodo in cui le migliori aperture del mondo stanno faticando ad adattarsi alle nuove richieste del gioco. A proposito di aperture, Matt Tomua ha tutte le qualità per irrompere anche con i Wallabies, Quade Cooper e Ewan McKenzie permettendo.</p>
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<p>Chi vincerà la finale?<strong> Favoriti sono i Chiefs, perché sulla bilancia del pronostico vanno pesate tante cose, partendo dalla condizione fisica e dalle possibilità di recupero</strong>. I Chiefs sono rimasti a casa nelle ultime tre settimane, mentre i Brumbies hanno fatto il viaggio Canberra-Pretoria-Canberra-Hamilton. Meno pesante di quanto non avessero fatto lo scorso anno gli Sharks, prima di giocarsi la finale con i Chiefs, ma pur sempre una bella fatica, che ha tolto anche tempo alla possibilità di lavorare sul campo. C&#8217;è poi il vantaggio di giocare in casa sempre in mano ai Chiefs. Sul piano tattico la partita potrebbe essere più equilibrata, anche perché non c&#8217;è un precedente diretto in questa stagione. <strong>Pazienza è la parola d&#8217;ordine per i Brumbies</strong>. Pazienza nell&#8217;applicare il piano tattico, come contro i Bulls, pazienza nel non prendere rischi troppo elevati e pazienza nel difendere. Per i Chiefs la parola d&#8217;ordine è accuratezza, nei set pieces, nel breakdown e nella gestione del pallone alla mano.</p>
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<p>L&#8217;unica certezza è che sarà una partita spettacolare, com&#8217;è nella natura del Super Rugby.</p>
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<p><strong>Di Antonio Raimondi</strong> </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.onrugby.it/2013/08/02/la-storia-di-george-smith-la-pazienza-brumbies-il-futuro-del-torneo-la-difesa-chiefs-e-il-breakdown-tutto-in-80-minuti-di-spettacolo/">Dietro le quinte degli ultimi ottanta minuti di Super Rugby</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.onrugby.it">On Rugby</a>.</p>
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