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Stati Uniti nel PRO 14: questione di quando e non di se

Martin Anay punta Oltreoceano: non ci fermeremo al Sudafrica

pro 13

Che l’ingresso delle sudafricane Cheetahs e Kings fosse solo l’inizio era chiaro fin da subito. Ma adesso Martin Anayi, CEO del PRO 14, ha rivelato qualcosa di più concreto sul futuro dell’ormai ex torneo celtico. E si guarda in direzione Stati Uniti, East Coast. E la notizia arriva nella settimana in cui Saracens e Newcastle si sfideranno a Philadelphia.

 

“Dagli Stati Uniti è arrivata ben più di una manifestazione di interesse – ha dichiarato Anay al TimesAbbiamo una possibilità di business molto concreta. È questione di quando, non di se. Stiamo già pensando a cosa verrà dopo ancora. Non ci fermeremo al Sudafrica  a ci espanderemo ancora”.


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9 risposte a “Stati Uniti nel PRO 14: questione di quando e non di se”

  1. Rabbidaniel scrive:

    La questione è sostanzialmente economica: il rugby pro ha bisogno di soldi per sostenersi e il mercato celtico+Italia ormai era alla canna del gas. Il rugby rimane, purtroppo, uno sport con scarsa diffusione ad alti livelli, quindi il coinvolgimento di nazioni europee di Tier 2 è complicato. Certo che la deriva di calendari cervellotici è dietro l’angolo.

  2. Jager scrive:

    Il rugby professionistico in Italia non è di fatto mai decollato , e sinceramente non credo che la cosa possa avvenire a breve ammesso che possa mai avvenire . Nella frase ” è solo questione di quando ” leggo tra le righe che il quando potrebbe coincidere con quando il board valuterà non essere economicamente più vantaggioso mantenere una partecipazione italiana

  3. San Isidro scrive:

    A me i tornei allargati piacciono, quindi ben vengano anche gli USA in futuro, tra l’altro l’idea di un’estensione del campionato celtico a franchigie nordamericane basate sulla east coast c’è sempre stata, un’occasione di crescita tecnica per loro e un’opportunità di mercato per il board…

    • fracassosandona scrive:

      ciao isidoro…
      a te i tornei intercontinentali piacciono perché tanto le ore di aereo se le fanno gli altri…
      io trovo che per i giocatori sia già un bello scassamento la mezza giornata di trasferta per raggiungere celti e britanni a cui si aggiunge l’altra mezza per tornare…
      non nascondo che il confronto sia affascinante ma già il pro12 come lo conoscevamo non era una passeggiata di salute…

      • San Isidro scrive:

        scusa fracasso, ma che discorso fai? Io naturalmente guardo la cosa dal punto di vista dell’appassionato…i giocatori, nel momento in cui diventano professionisti di alto livello, accettano il tipo di attivà agonistica che li attende, compresi i viaggi (che poi penso che in molti siano entusiasti di farsi un mini-tour in SA o una trasferta a New York, cose che, con la suddivisione in conference, non accadrebbero più di una volta nella regular season), altrimenti avrebbero già lasciato il mondo pro e sarebbero a militare nel domestic amatoriale…è dall’inizio del dell’ex Super 12 che esistono i tornei intercontinentali e, con l’avvento di nuovi mercati, sono destinati ad espandersi…

  4. Hullalla scrive:

    Purtroppo hanno giá perso il treno e non sanno piú cosa inventarsi per provare ad attrarre qualche sponsor in piú e fare un po’ di concorrenza ai campionati di Francia e Inghilterra.
    La vedo ben dura.

  5. Jock scrive:

    D’accordo su tutto, vedremo se Luciano tiene il punto, parrebbe, se le Zebre esisteranno tra due anni, perché la società è tuttora poverissima e il socio unico con le pezze al culo e rischia il commissariamento. Ma come lo organizzano, un campionato così, come lo fanno il calendario, tra club del nord Europa, tutte vicine, due (?) italiane più a sud, due SAF e due franchigie USA dell’ Est?

    • pippobrutto scrive:

      la questione secondo me non è tanto se Luciano tiene il punto. Bisogna cominciare a chiedersi se ci sarà qualcuno dopo Luciano.
      Purtroppo a parte Benetton, non sono mai entrati sponsor di alto livello, neanche in aree del paese in cui il rugby è popolare.
      Quanto alle Zebre come società, se arriveranno nel 2020 sarà evidentemente con grande sofferenza.
      Se poi ci metti che non sono più gli anni 90, e soldi nello sport ne girano molti di meno, chi ne soffre maggiormente sono gli sport di squadra (tranne il calcio, ovviamante), i cui atleti non sono supportati da un’arma che gli paga lo stipendio per fare gli atleti.
      Basket e Pallavolo tirano avanti (ma molto più sobriamente di vent’anni fa), ma gli altri soffrono da morire.
      Magari il rugby negli USA non sfonderà (anche se io credo che gli USA entro i prossimi 10 anni entreranno nella TOP10), ma se ci provano lo fanno seriamente, non metteranno a dirigere un’accozzaglia di raccomandati privi di visione e di capacità.
      e così le nostre celtiche torneranno a giocare nel domestic

  6. Appassionato_ma_ignorante scrive:

    Paradossalmente, invece, credo che le squadre italiane potrebbero avere più seguito di pubblico negli States, vista la consistente comunità italiana (cui si oppone l’altrettanto consistente comunità irlandese). Non sarebbe il primo caso di nemo propheta in patria. Il rischio/problema più grosso, a mio parere, è quello prospettato da @Rabbidaniel: l’evoluzione dei calendari verso una maggiore complessità.

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