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Alcool, pittura fresca, discorsi e panini da ko: quando il rugby fa autogol

Fallimenti, papere, disastri, gaffes, guai, disfatte ovali. Antologia di Marco Pastonesi
Palla da rugby

ph. Sebastiano Pessina

Kukris-Panaga. Per dirla tutta: The Flying Kukris Rugby Football Club, di Seria, Brunei, che sulla sua pagina Facebook si autocertifica come “probabilmente la più grande squadra dell’Esercito inglese di rugby a sette e a dieci nell’Asia del sud-est”; e il Panaga Crocs Rugby Union Football Club, fra Seria e Kuala Belait, Brunei, con squadre di rugby a sette, dieci e quindici, formate da locali, militari e dipendenti della compagnia petrolifera Shell. Kukris-Panaga è una partita sentita e combattuta, anche se – aggiungerebbero quelli di Kukris – probabilmente non di altissimo livello. Infatti, Dick Dover è un avanti di Kukris: quando intuisce la possibilità di ripartire da una mischia, con il pallone blindato sotto il braccio, scatta e va. E va. E va. Una memorabile corsa di una settantina di metri. Che si conclude trionfalmente in mezzo ai pali. Ma quando si volge verso i compagni, Dover si accorge che c’è qualcosa di strano. E capisce che quel qualcosa di strano l’ha fatto proprio lui: correndo sì in mezzo ai pali, ma quelli della propria squadra, disorientato dalla mischia che si era girata.

 

Fallimenti, papere, disastri, gaffes, guai, disfatte, cotte, contrattempi, coincidenze negative, fatalità sfortunate. I momenti-no capitano, piovono, succedono. Sul momento, sembrano insopportabili. Con il tempo, diventano argomenti da terzo tempo, addirittura materia letteraria, forse il bello dello sport, e ci si ride su.

 

Gaston Vareilles: selezionato per giocare nella Francia contro la Scozia, nel 1911, se la gode sul treno con i suoi compagni internazionali fino a quando è assalito dalla fame, alla prima fermata scende dal treno, fa la coda al bar, compra un panino e quando torna indietro, il treno è già ripartito. Non solo non giocherà quella partita, Vareilles, ma non sarà mai più convocato nei Bleus.

 

E Gordon Brown: scozzese, nei British Lions in tour in Sud Africa, in squadra nel terzo test-match, prima del match si sottopone al consueto rituale, con il capitano irlandese Willie John McBride che colpisce al petto ogni giocatore e intanto lo chiama ad alta voce (un metodo che McBride ritiene utile per caricare i giocatori e creare senso di appartenenza), solo che quando tocca a Brown, McBride – non si sa perché – lo colpisce due volte, e Brown, che si aspettava il primo pugno ma non il secondo, crolla a terra. E’ il primo caso in cui l’uomo con la spugna e il secchio d’acqua deve intervenire prima dell’inizio della partita, poi posticipato, per permettere a Brown di riprendersi dal k.o.

 

Qualcosa del genere accade a un francese, Jean-Pierre Salut: mentre fa le scale che separano lo spogliatoio dal campo – si gioca Francia-Scozia a Parigi, nel 1969 – inciampa, cade e si rompe la caviglia. Risultato: per lui, k.o. per intervento medico, trasportato via in barella prima ancora di entrare sul prato.

 

Il k.o. è invece collettivo per il Lindo Rugby Sports Club di Munkebo, Danimarca, opposto al Comet, nel 1973: 0-194, risultato degno di entrare nel “Libro Guinness dei primati”. Il bello è che il Lindo, fondato nel 1960, continua ancora oggi la sua attività giovanile e, con l’Odense, anche fra i seniores, invece il Comet si è sciolto.

 

Meno pesante, ma forse più umiliante, la sconfitta del Corby a Whitby, in Inghilterra. Dopo sette minuti dall’inizio del secondo tempo, l’arbitro decide di sospendere la partita per manifesta superiorità del Whitby sul punteggio di 80-0. Secondo il giudice di gara, molti giocatori del Corby sono troppo ubriachi per continuare. Uno del Corby ammette, “in effetti stanotte abbiamo bevuto un po’”, poi crolla a terra.

 

Ma l’alcol è così, gioca brutti scherzi. Come per quella squadra canadese scortata fuori da un aereo dopo che durante il volo a Londra ha urlato canzoni oscene e organizzato giochi volgari, tirandosi giù anche i pantaloni. All’aeroporto di Gatwick la polizia si sorprende nel constatare che la squadra del Brampton Rugby Club è femminile.

 

A volte, quando il disastro incombe, giunge insperata la salvezza. Come per un match fra Uganda e Kenya, a Entebbe, in Uganda, nel 1935. Tutte e due le squadre si presentano in campo con le maglie bianche. E non esistono mute di riserva. L’arbitro sta per decidere di rinviare la partita causa mancanza di maglie adatte, quando interviene una spettatrice, che porge una bottiglia di tintura nera. Gli ugandesi si sacrificano per dovere di ospitalità e, siccome non c’è più tempo da perdere, giocano con le maglie ancora bagnate di pittura fresca.

 

di Marco Pastonesi


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2 risposte a “Alcool, pittura fresca, discorsi e panini da ko: quando il rugby fa autogol”

  1. deegan scrive:

    Tutto molto comprensivo……ma sulla “Pittura fresca” posso dire la mia

  2. Hullalla scrive:

    Una volta, anche uno dei miei “cuccioli” del minirugby di prima elementare, alla prima palla in mano della prima partita dela sua giovanissima vita, in un momento di confusione ando’ trionfalmente a segnare nella sua area di meta… :)

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