Seguici su Facebook Twitter Google+ Pinterest Instagram YouTube Feed Rss
Login        

Risultati, pressione ed esoneri lampo: il mestiere di allenatore nel rugby moderno

Il cambio tecnico si sta diffondendo nella palla ovale. Ce ne parla Andrea Masi
cockerill

ph. Reuters

Cosa hanno in comune Andy Robinson, Alex King e Laurie Fisher? Sono tre allenatori di Premiership esonerati nel corso dell’attuale stagione, rispettivamente a Bristol, Northampton e Gloucester. Un fenomeno sempre più frequente e nuovo nel mondo del rugby, da sempre abituato a cambi di guida tecnica non a stagione in corso ma a campionati finiti. L’ultimo caso, certamente tra i più eclatanti degli ultimi anni, è quello di Leicester: la dirigenza Tigers ha esonerato una bandiera come Richard Cockerill ad inizio gennaio e affidato la squadra ad Aaron Mauger, per poi comunicare che ad aprile Matt O’Connor arriverà a Welford Road come capo allenatore. L’annuncio è arrivato subito dopo che Mauger aveva vinto la finale di Anglo-Welsh Cup contro Exeter. Per i Tigers sarà il terzo allenatore in quattro mesi.

 

 

Un fenomeno nuovo per la palla ovale

L’esonero dell’allenatore è più comune al mondo del calcio e nel rugby non si è mai stati soliti licenziare a metà stagione. Qui in Inghilterra il dibattito è più vivo che mai e si ragiona sul fatto che la palla ovale stia prendendo una direzione nuova e che forse non le appartiene. Anche perché in uno sport tatticamente complesso come il rugby, cambiare a stagione in corso non credo possa essere producente. Certo, inizialmente l’impatto può portare euforia ed entusiasmo, anche perché alcune gerarchie in parte si annullano e i giocatori vogliono dimostrare il proprio valore. Ma per assimilare il credo tecnico di un allenatore e immagazzinare le sue idee, può servire anche un anno intero. Tempo e ripetizione che certo l’allenatore che prende in mano la squadra a pochi mesi dalla fine della stagione, non ha a disposizione. Anche perché deve adattare la sua filosofia ad una squadra e ad uno staff nuovi, e ad un modo di giocare che non è il suo: avere risultati e far funzionare i nuovi automatismi nel giro di poco tempo è praticamente impossibile.
Ricordo quando a Biarritz la società scelse di esonerare Patrice Lagisquet: il rapporto con i giocatori era logoro e di cambiamento c’era bisogno, ma farlo a metà stagione non ci portò da nessuna parte. Farlo ad inizio o fine annata certamente avrebbe aiutato maggiormente. Anche perché c’è un aspetto di cui in Italia forse si parla poco, ma del quale qui in Inghilterra si sta acquisendo sempre maggior consapevolezza: quello della tutela dell’allenatore.

 

 

Mancanza di tutela e assistenza

Da questo punto di vista, c’è una forte disparità tra giocatore e allenatore: gli atleti sono costantemente seguiti da professionisti che li aiutano in ogni aspetto della loro vita lavorativa e privata, dal dopo carriera ai problemi fisici o mentali. La RPA in Inghilterra e Provale in Francia fanno un ottimo lavoro, dando davvero un’assistenza completa e a 360°. E se un giocatore non rende bene in campo, il contratto almeno fino a fine anno è assicurato. Perché un allenatore non deve avere le stesse garanzie e tutele?

Se pensiamo a quanto il lavoro sia stressante e carico di tensione, non c’è paragone. Il giocatore si deve occupare esclusivamente della propria prestazione, mentre i doveri dell’allenatore sono molteplici. E’ responsabile dell’intera rosa e dello staff tecnico, e in definitiva di un investimento da parte della dirigenza che arriva a decine di milioni di Euro. Deve preparare la partita pensando a chi farà giocare tra un mese in Champions Cup e tra due settimane in Anglo-Welsh Cup, non può mai permettersi distrazioni. E’ un lavoro che dura 24 ore al giorno e 7 giorni la settimana. Lo stress e la pressione sono enormi, e un allenatore andrebbe non solo preparato ma anche tutelato e assistito sul come gestire tutto ciò. Anche perché il pericolo del licenziamento è sempre dietro l’angolo, pende come una spada di Damocle sulla sua testa.

 

 

Rialzarsi dopo un fallimento

E in caso di licenziamento, il colpo è davvero duro perché un’esperienza finita male ti può chiudere tante porte in futuro. Dopo che qualcuno ha giudicato un fallimento quanto hai fatto, avere nuove possibilità può diventare davvero difficile; rilanciarsi è dura. Penso a Saint-Andrè, che non lavora da due anni salvo ora la parentesi in Africa. I giocatori sono preparati al dopo rugby, ma un allenatore? Non sono preparati ad un piano B, se qualcosa va storto ti ritrovi in un periodo difficile e senza certezze, magari con una famiglia che ha cambiato paese per seguirti… Senza contare l’impatto sulla tua autostima, che può risentirne pesantemente.

 

 

Verso un rugby sempre più gigante ed esigente

Come ho già scritto in apertura, personalmente sono a favore dei progetti a lungo termine, e anche a fronte di un periodo iniziale difficile un allenatore dovrebbe sentire attorno a sé fiducia e non continua pressione, altrimenti raggiungere i risultati diventa sempre più complicato. L’aspetto cruciale è che il rugby sta crescendo, più soldi significa maggiori investimenti, maggiori investimenti richiedono risultati subito. E questo porta anche a decisioni drastiche. Ma la realtà è che c’è sempre bisogno di pazienza: quest’anno l’Italia nel Sei Nazioni ha subito 201 punti, ma avrebbe senso cambiare Brendan Venter e scegliere un altro tecnico della difesa?Significherebbe aver sprecato un intero anno di lavoro.

Molti si domandano se l’arrivo di grandi e nuovi investitori, provenienti da realtà imprenditoriali e sportive non legate al mondo del rugby, ne stia intaccando i valori e le tradizioni. Il risultato è ormai un imperativo, la gestione degli individui da parte dei dirigenti è molto più immediata e la maggior parte delle volte quando le cose non vanno bene, si cerca un capro espiatorio che spesso è l’allenatore. Una cosa è sicura, che un presidente o comunque una proprietà che non proviene dal mondo del rugby, valuta il lavoro esclusivamente sulla base del risultato. Senza magari vedere miglioramenti e che si stava andando nella giusta direzione, come le ultime settimane di Mauger con Leicester; per una società con quella storia e quella tradizione, è stata davvero una decisione che ha dell’incredibile. Si è arrivati ad un punto in cui si è troppo legati ai risultati e in base a questo si prendono decisioni troppo avventate.

 

 

Il ruolo dei giocatori nel cambio allenatore

Capita poi che nella decisione di cambiare un allenatore, abbiano un ruolo anche i giocatori. A Biarritz non mi è capitato perché certamente erano altri i team leader, che sicuramente nell’occasione sono stati interpellati per sapere come andavano le cose e come erano i rapporti con l’allenatore. In tutti gli ambienti professionali è importante conoscere il rapporto tra le persone coinvolte, tanto più nello sport professionistico di squadra: nel rugby può essere il Team Manager che si interessa di questo aspetto, oppure il Presidente direttamente. Si chiedono al capitano e ai leader le cose che non vanno, quali sono i rapporti interni, cose che non può conoscere non vivendo quotidianamente la squadra dall’interno.
Ciò che in questi casi dice un giocatore ha un peso specifico particolare, e prima di esprimere una propria opinione in merito è bene pesare le parole ed essere consapevoli dell’impatto che possono avere sul futuro professionale e privato dell’allenatore. Certo, se le cose non funzionano è bene affrontare la soluzione e certamente cambiare, ma sempre valutando se sia il caso di farlo a stagione in corso o al termine. Sapendo anche che se c’è un progetto alle spalle, servono almeno un paio di anni di fiducia, per poi tirare le prime somme e fare le dovute valutazioni.

 

 

Comunque, le pressioni sono destinate a crescere maggiormente, perché cresceranno budget e salary cap, e l’esigenza di vincere subito sarà ancora più forte. Sarà un deterrente per evitare certe piazze o panchine “scivolose” come può essere ora quella di Tolone? Non credo. Ogni esperienza ti fa crescere personalmente e professionalmente, anche se il rischio di fallimento va sempre pesato prima di accettare. Riprendersi poi è davvero molto dura.

Stuart Lancaster dopo il fallimento del Mondiale ha trascorso mesi davvero difficili: non sei più al centro del mondo, il telefono non squilla ogni minuto, il tuo volto è legato al peggior Mondiale della storia dell’Inghilterra… Però è stato bravo a reagire, a Leinster sta facendo benissimo e i ragazzi sono davvero contenti di poter lavorare con lui. Ma il suo è un caso che non rispecchia la norma: la maggior parte delle volte è più dura riprendersi. Ecco perché servirebbero, anche per gli allenatori, le tutele e le assistenze a disposizione dei giocatori.

 

di Andrea Masi


onrugby.it © riproduzione riservata

ULTIME NOTIZIE IN QUESTA CATEGORIA



6 risposte a “Risultati, pressione ed esoneri lampo: il mestiere di allenatore nel rugby moderno”

  1. gioviale scrive:

    Ma nel mondo dell’impresa (che funziona) non mi risulta si facciano scelte precoci e prive di competenze adeguate a valutare le conseguenze. Mi spiego meglio: non credo abbia molto senso condannare la presenza maggiore di investimenti e l’ingresso nel mondo ovale di soggetti con interessi economici. Direi che in alcune squadre è stato adottato un approccio nevrotico e pretenzioso che non avrebbe dato risultati in nessun ambito.
    Per quel che riguarda l’uso del risultato come criterio di valutazione credo sia l’unico modo per impedire autoreferenzialità. A tanti farebbe gola il modello statale di lavoro: ansie zero qualsiasi cosa fai conservi il posto ..nSemmai si tratterà di definire criteri di valutazione dei risultati che possano funzionare nel rugby che siano diversi dai banali vince/perde. Ad esempio per molti è evidente in Italia il lavoro superlativo di Connor al quale va data fiducia per altri 2-3 anni. Mio suocero che di rugby non segue che il risultato finale il nuovo O’Shea è identico a Brunel…

  2. Huxley Boyd scrive:

    Mi pare che l’articolo individui un punto critico: la disparità di velocità tra la crescita economica del rugby e l’adattamento, adeguamento istituzionale, ordinamentale degli organi di governo delle società, dei giocatori e tecnici. Mi pare una crisi di crescita che merita attenzione perché se non governata seminera’ morti e feriti sul campo. Naturalmente non vale per l’Italia dove I destini del rugby professionistico sono appesi a una delibera del CONI del 1988.

  3. delipe scrive:

    Buongiorno,
    Caro Andrea Masi per quanto l’articolo riporti come sempre notizie e considerazioni preziose, la conclusione a mio parere è piuttosto allucinante se mi passi il termine eccessivo
    Non vi può essere paragone tra giocatore (che va in campo) e allenatore (che sta in tribuna).
    E in estrema sintesi perchè non voglio annoiare i lettori, le uniche garanzie per gli allenatori sono i contratti e le clausole che sottoscrivono come professionisti.
    E anche assai strano non conoscere ai tempi moderni il contenuto di questi contratti (riguardo costi, compiti, obiettivi, risultati, penali o premi, ecc..) tanto che l’opinione pubblica non può sapere se e il perche si interrompe un rapporto, lo ripeto “professionale” e giudicare da quale parte sta la ragione (pensiamo a Fir e tecnici passati epresenti, tanto che personalmente lo sto chiedendo spesso su questo blog con la frase “Conor sostengo ma voglio conoscere”)
    In conclusione se abbiamo deciso di passare al professionismo non possiamo invocarlo solo quando ci fa comodo, questo il mio punto di vista
    Il punto di vista di un vecchio appassionato di rugby al quale qualcuno sta cercando di uccidere (con strumenti tipo soldi, staff stellari ed inutili ruoli, robot in campo, tatticismo noioso allo sfinimento, media solo polemici, rugby come lavoro esclusivo, bei fighini in campo, dirigenti manageriali più che veri amanti del rugby,biglietti e birra da mutuo ventennale, ecc…ecc.. )la bellezza e l assoluta particolarità del puro dilettantismo di una volta.
    Pazienza ma….
    Cordialità Andrea

    Ps altre due infingarde considerazioni…riguardo a Lancaster, nel professionismo un manager che sbaglia un obiettivo cosi importante, forse dovrebbe cambiare mestiere ? E inoltre stando in Italia sembra che gli allenatori del Campionato Nazionale siano da anni sempre 5-6…dai su torniamo indietro il professionismo è una bella bufala :D e pur mettendo il faccino sorridente delle epoche moderne sono estremamente serio e un po’ alterato

  4. HECTOR scrive:

    Come in ogni ambito professionale, l’aggiornamento continuo è fondamentale, studiare e andare “a scuola” da quelli bravi, fa la differenza. Poi è chiaro che non tutti sono portati x certi mestieri

  5. fabiogenova scrive:

    In ogni caso, Andrea era prezioso in campo e continua ad esserlo anche fuori

Lascia un Commento

Occorre aver fatto il login per inviare un commento