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La partita del cuore. Quello di Cabrio. Il cuore di Cabrio.

Terreno di gioco è un'officina milanese. E serve l'aiuto di tutti

cabrio

C’è una partita che sfugge ad annuari, siti, statistiche. C’è una partita che non è valida per gironi, tornei, campionati. C’è una partita che si disputa tutti i giorni della settimana, domenica compresa. C’è una partita che si gioca ventiquattro ore al giorno, giorno e notte, anche adesso. C’è una partita in cui, in campo, c’è una sola squadra. Ed è, se l’espressione non fosse troppo calcistica, troppo televisiva, troppo usata, la partita del cuore. Quello di Cabrio. Il cuore di Cabrio.

 

Cabrio è il cognome, Gabriele il nome, Lele il diminutivo, l’unico diminutivo in un corpo allargato e in un cuore esagerato. Poi c’è chi lo chiama Gabrio, che è una crasi – praticamente: due parole fuse in una sola, come se una avesse tamponato l’altra – di Gabriele e Cabrio. Chi lo ha visto, se lo ricorderà, Cabrio-Gabrio: per via del fisico, ingombrante, per via dello sguardo, a trecentosessanta gradi, per via del sorriso, eterno e genuino, per via della disponibilità, infinita, per via dell’officina, quella in via Correggio 12, a Milano, in zona Fiera, un elettrauto trasformato in trattoria (se il mangiare è più del bere) o in osteria (se il bere è più del mangiare), in cantina (se è il bere, e basta) o in soffitta (se si è troppo bevuto), in centro sociale o in oratorio, in radio libera o in free wi-fi, in tv proiettata e in frigo condiviso, in Hyde Park Corner ma dietro l’angolo di casa, in rifugio o in bivacco, in bar delle grandi speranze e in sede dell’associazione dei mariti scomparsi, un’assenza – quella dei mariti, ma anche dei fidanzati, dei separati, dei promessi sposi – misurabile in ore, in litri, in colesterolo, in ruck e maul, in up-and-under, in cose così.

 

Ma sì, dai, Cabrio. Che quando emigrò dai campi da calcio, terzino, a quelli da rugby, tallonatore, continuò a fare le stesse cose, cioè dare le stesse pedate. Che da tallonatore è poi diventato allenatore, arbitro, accompagnatore, dirigente e adesso degente, ma tutti ma proprio tutti se lo ricordano (e ne hanno sentito parlare) con il grembiule nero degli All Blacks, mentre si immerge in una pasta e fagioli, mentre rema in una polentata d’accompagnamento agli ossi buchi, mentre rende partecipi del miracolo del gorgonzola che lacrima, mentre moltiplica evangelicamente la paella o l’amatriciana, mentre espone il carrello dei sacri bolliti, mentre eleva il vin santo e distribuisce i cantucci, con l’unica preoccupazione che tutti ne abbiano avuto abbastanza. L’unica club house al mondo senza squadra, perché era la club house di tutte le squadre.

 

Poco prima di Natale, sopraffatto dall’ennesima cassoeula, il Lele ha ceduto: come una prima linea che dopo avere fronteggiato, tenuto, spinto, difeso, sofferto, dopo essere ricorsa al coraggio e all’esperienza, al mestiere e a quel filo di follia che parifica i rugbisti del Sei Nazioni a quelli dei quattro cantoni, gli old al minirugby, i piloni alle ali, riconosce di non farcela più e ammette la superiorità dell’avversario. E l’avversario sconfina, sfonda ed esonda. Se quella notte di dicembre il pronto soccorso fosse stata una sala scommesse (talvolta lo è), non ci sarebbe stata quota per puntare sulla sopravvivenza del Lele. Un medico come si deve gli dava, stando larghi, lo 0,1 per cento di arrivare al panettone, e panettone si fa per dire, non per deglutire. Un vero peccato: perché chi avrebbe scommesso sul Lele, avrebbe poi vissuto da pascià per il resto dei suoi giorni.

 

Ma adesso che il Lele è tornato in campo, diciamo per ora in panchina, c’è bisogno di sostenerlo. Niente pacche e barzellette, niente olive e prosecco, ma quella che da colletta si è sublimata a crowdfunding, e trattasi sempre di danee, fresca, rebonza, insomma: soldi. Che non è dare ma, più semplicemente, restituire e bonificare. Perché nella cantina del Lele si faceva il pieno di umanità e comunità, di leggerezza e contentezza, e per questi patrimoni non c’era, non c’è, non ci sarà mai prezzo. In quel regno underground si sono spinti Tana Umaga e Eddy Merckx, over 80 e under 6, Diego Abatantuono e Dino Zandegù, la Chicca e la Bianca (i cani – rispettivamente – del Lele e del Miche), Fabio Treves e Italo Zilioli, Diego Dominguez e Marcello Cuttitta, rugbisti di tutte le taglie, hockeisti di tutti i pattini, perfino pallavolisti ed enigmisti. E non ce n’è stato uno che sia uscito giù di corda. Perché il Lele, neanche fosse stato Walter Bonatti, era capace di tirarli su tutti. E adesso c’è da tirare su lui. Un po’ per uno. Quello che si può. Così.

di Marco Pastonesi

 

A.S.D.Rugby Milano PRO CABRIO – Agenzia 5 Milano
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Causale: Donazione Pro Gabriele Cabrio.


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4 risposte a “La partita del cuore. Quello di Cabrio. Il cuore di Cabrio.”

  1. lordec scrive:

    Che splendido articolo!! Grazie!!

  2. lexv scrive:

    Sarò io lento di comprendonio. Ma è malato?

  3. AquilaNera scrive:

    Il rugby funziona e vive grazie a personaggi come Cabrio.
    Forza non mollare!

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