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Jonah Lomu: il ragazzo, l’uomo, la stazza, le mete. E molto altro ancora

Marco Pastonesi racconta il suo ultimo libro, dedicato al giocatore più celebre
illustrazione Andrea Porcu

illustrazione Andrea Porcu

Non avrebbe dovuto passare quel pallone. Non gli spettava, non gli competeva. Lui, il pallone, doveva portarlo oltre la linea di meta avversaria e appoggiarlo, depositarlo e, volendo, perché con quella forza che gli era stata regalata era uno dei pochi capaci di farlo, schiacciarlo, spremerlo e sotterrarlo. Soprattutto non avrebbe dovuto passare quel pallone. Perché quel pallone era la sua stessa vita. I rugbisti non muoiono mai – recita un solenne detto ovale -, al massimo passano il pallone. Forse lui l’ha passato perché era proprio il massimo.

Jonah Lomu. Già il nome, di suo, riempie i sensi. E ricarica la memoria.

 

Era una radiosa e televisiva giornata di inverno australe, il 18 giugno 1995, al Newlands Stadium di Città del Capo, seconda semifinale della terza Coppa del mondo, All Blacks e Inghilterra, tribune esaurite, cinquantunomila spettatori, quando Lomu cambiò il rugby. Al terzo minuto si trasformò in un uragano nero e prima sfuggì, poi abbattè i trequarti inglesi. E in una sola azione, ripetuta più o meno nello stesso modo e nella stessa partita in altre tre circostanze, quel ventenne monumentale eppure allo stesso tempo fulmineo riscrisse se non la storia e le regole, almeno la concezione dello sport più tradizionale e rivoluzionario, più aristocratico e democratico, più fisico e muscolare ma anche più spirituale e mistico che sia mai stato immaginato.

 

A quasi un anno (18 novembre) dal momento in cui ha passato il pallone, ecco il mio “L’Uragano nero – vita morte e mete di un All Black” (66thand2nd). La sua storia è anche quella della Nuova Zelanda e degli All Blacks, dunque del rugby, un pianeta dove il nero di Lomu, la stazza di Lomu, la meta alla Lomu, il mito di Lomu hanno trasmesso echi, ricamato parentele, stretto vincoli eterni con persone e in luoghi apparentemente remoti: un campo fra gli acquedotti romani, un carcere alla periferia di Milano, un club a sud di Dublino, una squadra che sfida la mafia, un’altra che combatte il disagio mentale, un estremo che si allena con le pecore, un mediano di mischia placcato da una paralisi. Ho cercato di indagare Lomu fin nell’anima per poi restituire la sensazione di felicità assoluta nello sfondare in meta, ma anche il peso della responsabilità, l’incertezza del destino, l’ombra della malattia, l’orgoglio della resurrezione, il senso dell’umorismo, la coscienza della paternità. Lui che faceva il bullo e poi ha trovato la sua strada in un campo, lui che faceva il furbo e poi ha fondato le sue regole in una squadra, che è una tribù nazionale e patriottica. Lui che era grande e grosso, ma anche semplice e ingenuo. Lui che metteva paura e invece interrogava i suoi dubbi. Lui che in ogni Springbok o Wallaby rivedeva e combatteva suo padre alcolizzato e violento.

 

Al rugby devo molto della mia educazione, e anche del mio comunismo. Nel tentativo di restituire qualcosa, continuo ad aggravare la situazione: cioè, è sempre più quello che ricevo di quello che do. Anche stavolta. Nella conoscenza delle persone, nell’affermazione dei valori, nella ragnatela degli affetti, nel labirinto del gioco. Il rugby è uno sport sporco fuori ma pulito dentro. Anche la prima presentazione del libro, venerdì prossimo (l’11/11 è un imprevisto fatale omaggio al numero 11 di Jonah Lomu), alla vigilia di Italia-All Blacks, a Roma, alla Capitolina, sarà la registrazione di un ulteriore debito di riconoscenza verso Ovalia. Perché con me ci saranno Claudio Tinari, dall’alto dei suoi due metri a fare da padrone di casa; Antonio Raimondi, giornalista di DMax, e Moreno Molla, giornalista di Sky, vecchi avanti con il gusto del sostegno; e soprattutto Valerio Bernabò, seconda linea delle Zebre e dell’Italia, a rubare non palloni in touche ma attenzione in platea. Ecco, così, grazie a tutti.

 

di Marco Pastonesi


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