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Donne, carcere e rugbisti: quando la palla ovale è libertà

Marco Pastonesi ci presenta l'originale lavoro di una fotografa che ha avvicinato mondi che sembrano lontani

CALZAFERRI EMILIO

Il rugby è libertà, il carcere è la negazione della libertà. Già questo basterebbe per stabilire una differenza, una separazione, una distanza – fra rugby e carcere – irraggiungibile. Eppure. Il rugby è solitudine in un gioco di squadra, nel gioco di squadra per eccellenza, e anche il carcere è solitudine, estrema solitudine, in un gioco di squadra, per quanto forzato e forzoso e perfino forzuto.
Il rugby è mettere a nudo, mettersi a nudo, spogliarsi non solo nello spogliatoio, ma in campo, perché quel giorno, quel campo, quella partita diventa la vita, come la vita, per tutta la vita. Togli la maglia, diceva un vecchio rugbista, e rimane l’uomo, o la donna. Anche il carcere è nudo e crudo, nudo e crudele, e se togli la divisa, direbbe il vecchio rugbista, rimane l’uomo, o la donna.
Il rugby è arte, a volte anche sopravvivenza, il carcere è arte della sopravvivenza. Il rugby è spirito, lo spirito del gioco, e in carcere, se non c’è un po’ di spirito a sostenerti, addio. Il rugby è sostegno, tant’è che si corre in avanti ma si passa il pallone indietro, confidando nella presenza e nell’aiuto dei compagni, e anche in carcere bisogna aiutare e aiutarsi per venirne fuori.

 

Soprattutto, il rugby è rispetto, rispetto delle regole, un codice di regole scritte e un altro di regole non scritte, ma trasmesse e tramandate, e così è il carcere, la doverosa possibilità di imparare e obbedire a orari, attività, ruoli, compiti, spazi. Il rugby è la ricerca dell’ordine nell’apparente disordine, e stavolta il carcere va oltre, perché è la ricerca dell’ordine nell’apparente ordine.
Sarà anche per tutto questo che il rugby si diffonde nelle carceri. Prima c’erano solo calcio, boxe, palestra. Adesso – per dirne quattro – a Bollate e a Torino, a Frosinone e a Napoli, si organizzano le mischie, si dispongono le touche, si gioca al largo, si va in meta. E grazie al rugby i carcerati evadono, fosse anche solo il tempo, anzi, i due tempi, anzi, i tre tempi (il terzo è quello che si celebra, le due squadre e l’arbitro, mangiando e bevendo insieme) una volta la settimana.
Anche Paola Bernabei ha legato rugby e carceri, e connesso, sovrapposto, sposato rugbisti e carcerate con le fotografie. Un sogno o una visione, una provocazione o una esagerazione, una magia o una fantasia. Comunque, se non libertà, almeno una liberazione. Intima, ruvida, allegra.

 

Paola Bernabei ringrazia, per la partecipazione, Matteo Caldiroli, Emilio Calzaferri, Stefano Cavazzoni, Marco Conti, Fabrizio Frosi, Luca Garofalo, Luca Gorietti, Joseph Kodjo, Pietro Lamaro, Tommaso Limonta, Niccolò Mantovani, Martino Manzoni, Tommi Monti, Gabriele Panizza, Marco Pastonesi, Federico Ragusi, Diego Vachino, Paolo Vivoda e Patrizio Ziglioli.

di Marco Pastonesi

 

“DEBRYGUTUNETE” -R U G B Y D E T E N U T E- 

Rugbisti e detenute: ho realizzato delle foto “mischiando” i soggetti come carte da gioco. Ho lasciato intatta ciascuna individualità per mezzo della rappresentazione grafica: un collage in cui lo spazio ed il colore sono trattati in maniera dissonante. Per entrambi delle realtà di vita momentaneamente accomunate dalla messa in scena un po’ teatrale e surreale.
Rugbisti: ho scelto giocatori di varie generazioni e club, completamente decontestualizzati e spogliati: senza divise o colori che li contraddistinguono nell’ambito della propria squadra.
Le detenute: rispetto alle regole intrinseche e portanti del rugby che convogliano le forze, anche negative, di ognuno alla formazione di un essere strutturato e più maturo, loro non sono riuscite ad incanalare le loro energie, il loro disagio e le esperienze di vita in qualcosa di costruttivo e positivo. Per mancanza di aiuto, esempio, volontà, o educazione, non sono cresciute abbastanza forti da aprirsi alle esperienze positive della vita. Ma in questo frangente, le ho trasformate per mezzo della mia fantasia: delle rappresentazioni ironiche che potessero far scaturire un sorriso, sdrammatizzando la loro condizione e le loro regole quotidiane.
Delle vite diversissime nelle proprie forme di lotta e di coraggio, di sconfitte e di vittorie, di esperienze, di sfide e di lezioni di vita, ma, per sempre e per tutti loro, nella mente e nel cuore.

di Paola Bernabei
paolabernabei@gmail.com


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2 risposte a “Donne, carcere e rugbisti: quando la palla ovale è libertà”

  1. fracassosandona scrive:

    di solito capisco le foto…
    queste purtroppo no…

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