Lo stadio Nafta, pardon Carlini, cuore ovale di Genova

Marco Pastonesi questa settimana ci porta in Liguria per raccontarci la storia di uno stadio con tantissime storie dentro

Era lo Stadio della Nafta. Nafta come gasolio, olio combustibile, diesel. Nafta anche come la società che lo produceva. Era lo Stadio in cui – si diceva che fosse proprio per colpa di tutti gli scarti che finivano sopra e poi dentro il campo – se ci cadevi una volta, eri rovinato per sempre. Ci sarebbero volute settimane per disinfettare una ferita, mesi per cicatrizzarla, anni per dimenticarla, e un solo allenamento per riaprirla.
La Nafta, che sarebbe diventata Shell e poi Italiana petroli, era lo Stadio di Genova. Il secondo stadio cittadino, perché il primo era Marassi, cioè il Luigi Ferraris nel quartiere di Marassi, Genoa e poi anche Sampdoria. Ma siccome Marassi era riservato esclusivamente al calcio, e invece la Nafta era aperta all’atletica, al ciclismo, al rugby, al tennis nonché alle bocce, più sport vari ed eventuali, proprio per questo suo enciclopedismo la Nafta ha più un’aria di famiglia, tant’è vero che sembra appartenere un po’ a tutti.

 

Costruito nel 1912, inaugurato nel 1927 – nel frattempo c’era stato, come si può immaginare, qualche problema -, lo Stadio della Nafta è stato dedicato a Giacomo Carlini, specialista dei 110 metri a ostacoli, dei 400 metri piani e delle prove multiple, pluricampione italiano, con due partecipazioni olimpiche. Sparita la Nafta, è rimasto il Carlini. Così, a chiamarlo Nafta, sono rimasti solo quelli dai settant’anni in su.
Il rugby genovese abita lì. Lo stadio è un gioiello. E’ quello che s’intravvede da corso Europa, ai piedi dell’Ospedale San Martino. Più che uno stadio, è un centro sportivo: ristrutturato, come nuovo, tribune da oltre cinquemila posti, e club house per il terzo tempo. E’ la casa del Cus Genova, la prima squadra in serie A, poi dalle giovanili agli old.
Per dirne uno: Marco Bollesan, che di sé dice “non sono un uomo, ma un tailleur, perché ho più punti addosso di un abito da sartoria”, e che della vita dice “è un colino, tutto passa, restano i fondi di caffè, solo che io non ci so leggere il futuro, io ci so leggere solo il passato”.
Per dirne un altro: Umberto Conforto, che sulla fede non ha la data del matrimonio, perché prima veniva il rugby e poi tutto il resto, tant’è che si sposò fra una partita e l’altra, e che quando si era spaccato il naso, uscì dal campo e non aspettò il medico, prese il naso e se lo sistemò da solo.

 

Adesso, tenendo sempre come base la Nafta detta anche il Carlini, c’è pure GenOvale, un’associazione di rugbisti e non, giovani e vecchi, uomini e donne, comunque sostenitori e fiancheggiatori, in missione per conto del rugby a Genova. Per proporre, promuovere, finanziare, aiutare, soccorrere, allargare, diffondere, distribuire: tutte voci del verbo prodigarsi. Perfino per ospitare una o più partite delle Zebre nella prossima Heineken Cup. Come spiega Giulio Schenone, presidente di GenOvale, “Genova ha una grande passione e un enorme potenziale nel rugby. Noi vogliamo tradurlo in fatti concreti: una squadra che onori la sua tradizione. Una visibilità degna di una città sportivamente colta, una serie di eventi di respiro internazionale, e trasformare il Carlini in un punto d’incontro dove vivere, insieme, la passione rugbistica di tutti i giorni”.

 

Ma il bello della Nafta o del Carlini sta, ancora una volta, nei bambini. L’Under 8, per esempio. Corrono, e si rincorrono, giocano e sguazzano, sorridono a tuttodenti e stringono i denti. Imparano a stare in campo e al mondo. Inseguendo il pallone ovale, si riempiono di vento. Sembrano tante piccole barche a vela. Optimist. Più luminosi di sogni e speranze.

 

di Marco Pastonesi

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