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Tecnica, visione di gioco, capacità di corsa: la fantastica solitudine dell’estremo

Antonio Raimondi ci porta alla scoperta di un ruolo di cui si parla poco e che sempre di più può "schierare" degli autentici fuoriclasse

ph. Sebastiano Pessina

L’estremo? E’ un po’ come il libero nel calcio. Tanti anni fa l’avevano spiegata così. Altro che solitudine dell’ala destra, nel tempo del fango, era l’unico che rimaneva pulito, quasi sempre, fino alla fine. Considerato estremo difensore, qualcuno lo prendeva pure alla lettera e se ne stava per tutta la partita estremamente lontano dalla palla, pronto a ricevere i palloni calciati dagli avversari e, nel raro caso succedesse, di fare l’ultimo placcaggio per salvare la meta. Una descrizione del ruolo “estrema”, anche esagerata se volete, ma che serve a rendere maggiormente l’idea di quanto di nuovo c’è nel ruolo.
L’ultimo Sei Nazioni, oltre alle delusioni della nostra Nazionale, ci ha portato a fare una riflessione sul ruolo di estremo, full back come dicono gli anglosassoni. Pensateci bene e troverete, squadra per squadra, il migliore o uno dei migliori, con la maglia numero quindici: Rob Kearney per l’Irlanda, Mike Brown per l’Inghilterra, Halfpenny per il Galles, Dulin per la Francia, Stuart Hogg per la Scozia e Luke McLean per l’Italia.

 

Una situazione in contrasto, negli ultimi anni, con il ruolo di mediano d’apertura, dove è più difficile trovare interpreti convincenti: il migliore potrebbe essere Jonathan Sexton, se non avesse sbagliato punizioni e trasformazioni facili, nella decisiva partita con la Francia. Gli altri? Noi ora abbiamo la speranza di Allan, ma siamo sempre alla ricerca del prossimo Dominguez, la Francia non ha risolto con Plisson, oscillante tra l’anonimo e l’inconsistente, tanto che l’ultima di Tales è stata più convincente, il Galles rimane indeciso tra Priestland e Biggar, la Scozia è legata all’exploit di Weir (drop all’Olimpico), un buon giocatore ma nulla di più, e l’Inghilterra sembra aver trovato in Farrell continuità e solidità, ma non certo la fantasia e l’X-factor fondamentale quando si sale di livello.

 

Lasciamo da parte i mediani d’apertura e torniamo ai nostri numeri quindici. Se andiamo nell’emisfero sud vengono in mente i due Israel, il neozelandese Dagg e l’australiano Folau, e sul fronte sudafricano prende la fantasia più Willie Le Roux di Zane Kirchner. Mettendo in fila tutti questi indizi, o per meglio scrivere, tutti questi interpreti del ruolo di estremo, risulta evidente che siamo davanti ad una generazione di giocatori estremi di grande qualità. Si potrebbe cantare generazione di fenomeni.
Allora può essere interessante provare a scoprire cosa ha favorito questa trasformazione. In linea generale il mediano d’apertura, sempre più, si è trovato a dover scegliere e eseguire in un ridottissimo spazio-tempo a causa delle difese molto organizzate. La situazione per l’estremo è un po’ più favorevole, perché quando si ritrova con il pallone in mano, ha più tempo e più spazio, ovviamente non sempre.
C’è poi un altro aspetto, addirittura più importante per quanto non misurabile, che favorisce la crescita di chi gioca estremo. Più di ogni altro giocatore, il numero quindici ha una visione globale del gioco e della situazione di campo, se vogliamo “estremizzare”, è il giocatore che in campo ha il punto di vista più vicino a quello dell’allenatore, proprio perché il suo campo visivo è più ampio degli altri, che spesso sono assorbiti dalla lotta in spazi ristretti. Più di ogni altro giocatore, deve correre e pensare, anticipare il movimento del gioco, quello dei compagni, ma soprattutto quello degli avversari.

 

Se ci pensate bene è un allenamento fantastico per la mente. Sei in difesa e devi muoverti dietro la linea, anticipando ciò che faranno gli avversari, muovendoti in armonia con i tuoi compagni. Se la linea sale velocemente, devi farlo anche tu, per mantenere la stessa distanza. Se gli avversari calciano lungo, pedali indietro, se invece il calcio non ti supera, hai subito la possibilità di contrattaccare: dove sono i tuoi compagni? Come è disposta la difesa? Analizzare e fare la scelta giusta in una situazione di gioco non standardizzata, spesso fa la differenza: statisticamente circa il 40% delle mete nasce da situazioni di questo tipo. Ma non solo. Ricordate la parata di Brown sul calcio al volo di O’Driscoll? Oppure la meta di Kearney all’Inghilterra? Situazione differenti, quasi all’opposto tra segnare e non far segnare l’avversario.
Pensare velocemente è quindi la cosa che accomuna tutti i numeri quindici già citati, naturalmente si aggiungono qualità fisiche e tecniche. Sotto il profilo fisico, la velocità e la reattività sono le caratteristiche principali, dato per scontato che in epoca professionale, la struttura fisica sia sempre ben costruita. Sotto il profilo tecnico, l’estremo deve saper fare praticamente tutto, perché uno che si dà da fare, come ad esempio l’inglese Brown, si trova in una partita a giocare nella posizione del mediano di mischia, dell’apertura, e così via.
Non ci sarebbe da meravigliarsi se nel futuro prossimo, giocatori che si sono affermati in questi anni nel ruolo di estremo, evolvessero in fantastici allenatori.

 

di Antonio Raimondi


onrugby.it © riproduzione riservata

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20 risposte a “Tecnica, visione di gioco, capacità di corsa: la fantastica solitudine dell’estremo”

  1. mezeena10 scrive:

    full back terzino (soccer)..fullback estremo (rugby football)? a grandi linee..
    a proposito di trasformazioni facili fallite, se potete, guardate quella di B. Barrett di stamani (gran derby), qui sarebbe stato “fucilato”, minimo..
    giusta lettura dell’ ottimo Raimondi, aggiungo che anche molte aperture ricoprono egregiamente quel ruolo, proprio per tutti gli elementi citati, tecnici e tattici, visione e lettura del gioco, uso del piede, abilità generali!
    al momento per me i migliori interpreti restano però gli “specialisti” del ruolo, Dagg e Folau su tutti!
    fenomenale anche il mingherlino Dulin! tutti quelli citati comunque grandissimi giocatori a partire dai Lions Kearney e Halfpenny passando per Brown arrivando a McLean, che, per inciso, a me piace!

  2. Katmandu scrive:

    penso che l’estremo ha la più grande varietà di stili che si può chiedere ad un ruolo e dipende molto da come gira la squadra
    Brown Kearney Hogg MacLean Mezzoscheo son tra i più diversi atleti che si possa pescare, ma nella storia recente abbiamo avuto gente come Montgomery, Joe Roff, Jason Robinson ma i veri innovatori son stati 2 JPR e big Gad

  3. kevlar scrive:

    E’ forse il ruolo più bello da giocare e il più creativo,secondo me.I miei preferiti sono Le Roux e Halfpenny.

  4. ivo romano scrive:

    McLean dei ns. 3/4 è stato il piu’ propositivo con ottime iniziative
    per tempismo e linee di corsa ma manca di accelerazione e potenza
    per poter fare danni e andare oltre e difensivamente,per assurdo,
    è troppo tecnico ed elegante manca di ignoranza e sana cattiveria.
    Sono uno dei pochi,da sempre,che vuole assolutamente Masi
    estremo per questa Italia perche’ convinto che in entrambi le fasi
    gli è nettamente superiore.

    • malpensante scrive:

      Masi non è un estremo, gioca da estremo ma con un’ala che tampona lui che a sua volta tampona il 10 e tutti insieme tamponano all’incrocio. Estremi lindi a fine partita non ne ho mai visti, ne ho invece visti di segnatissimi e di molto rotti. Vi dirò che adoravo JPR ma ho sempre avuto una grande ammirazione per Aguirre: giocava con una semplicità, un ordine e un’efficacia stupefacenti. Understatement, in una squadra di fenomeni.

  5. gian scrive:

    l’estremo è sempre stato uno dei ruoli più affascinanti del rugby e uno di quelli dove ci è sempre voluta una sana dose di coraggio e di tecnica, certamente negli ultimi anni ha assunto un’importanza che un tempo non aveva, la necessità di usare più uomini per attaccare a più fasi rapide, il bisogno di sostituire il MM come primo ricevitore, l’uso di altri giocatori come copritori nella profondità (terze, ali, aperture) e la necessità di attaccare le reti degli avversari prima che si strutturino, ha trasformato certamente un ruolo principalmente difensivo e tattico (copertura sui calci lunghi, ultimo difensore ed obice della squadra), con rari inserimenti nel gioco offensivo (spesso solo nel canale tra i centri per creare sovrannumero o all’ala in sostegno), in uno dei ruoli più importanti del rugby moderno in cui si posizionano tra i giocatori più versatili, intelligenti ed abili

  6. Mr Ian scrive:

    Il mio ruolo preferito, al momento Folau lo interpreta nel migliore dei modi

  7. Sergio Martin scrive:

    Personalmente sono un estimatore di Mac Lean, ma – certo – se avessimo questo…
    http://it.wikipedia.org/wiki/Percy_Montgomery

  8. eroszag scrive:

    Uno solo…Christian Cullen:

  9. poros scrive:

    Circa 1 anno fa avevo sperato che Mogg avesse qualche ascendenza italiana, poi ha giocato con i Wallabies e … pazienza!
    Un modo per dire che mi pace e che gli australiani hanno una sovrabondanza che fa schifo nel ruolo (volendo c’è anche un certo O’ Connor). Ah, quasi dimenticavo, ci porebbe stare anche Beale.

  10. Rabbidaniel scrive:

    Da antico estremo mi commuovo eheh.
    Penso comunque che la maggior propensione offensiva degli estremi contemporanei sia dovuta all’evoluzione tattica del gioco, con le ali sempre più “estremi” e l’apertura che, in un rugby di qualche tempo fa, non arretrava molto a coprire la profondità. Devo dire, molto meglio oggi! Con gli spazi ridotti l’estremo diventa un’arma tattica e una variabile, come si può apprezzare dal peso sempre maggiore che hanno i giocatori che ricoprono questo ruolo hanno nella fase offensiva.

  11. hyperion scrive:

    Non dimentichiamoci anche di Andy Irvine,grande 15 scozzese, e anche se non proprio un estremo puro David Campese,mitico il passo dell’oca…..

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