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Drop, pacche sulle spalle e Lions: una Heineken Cup stile RWC

Antonio Raimondi fa un bilancio di quello che ci hanno detto le semifinali. Con un protagonista assoluto

ph. Henry Browne/Action Images

Il 18 maggio a Dublino sarà assegnata l’Heineken Cup, come dieci anni fa, sempre a Dublino, sarà una questione tutta francese, se così si può dire visto che le finaliste Clermont Auvergne e Tolone in semifinale nel quindici titolare sommavano tra loro soltanto nove giocatori francesi su trenta. Comunque vada, nella memoria collettiva, quest’edizione del torneo sarà marchiata dal drop di Jonny Wilkinson che ha chiuso a favore di Tolone la disputa di Twickenham con i Saracens. In quel gesto, sublime come il drop all’Australia nella finale della Coppa del Mondo 2003, c’è tutta l’essenza del rugby. Il gesto tecnico, prima di tutto, sotto enorme pressione, sbilanciato e con cambio di piede per uscire dal tentativo di blocco di Owen Farrell. Semplice, per lui. Per gli altri è un’altra storia, perché le difficoltà si moltiplicano, quando si sente la pressione di un traguardo molto importante. Sull’incapacità di reggere le pressioni, crollano carriere di giocatori che hanno tutto per diventare grandi. Il drop di domenica non è solo questo. Wilkinson ha vinto la sfida con il suo erede Owen Farrell, l’ennesimo numero dieci inglese candidato a essere il prossimo Wilko, forse il primo che dimostra di avere la stessa ossessione per la perfezione che Wilkinson aveva già quando nel 1998 ha vestito per la prima volta la maglia dell’Inghilterra.

 

Come abbiamo visto in un altro “GIU’ il GETTONE” non è un’ossessione con la quale è facile convivere, Wilkinson ci ha perso il sonno. Wilkinson ha vinto la sfida sportiva con Farrell, ma l’immagine che le telecamere di Skysport ci ha restituito nel replay, dice più di ogni record della grandezza di Jonny Wilkinson: la pacca di consolazione nei confronti di Farrell, è il miglior spot possibile per il nostro sport, la dimostrazione che i valori possono resistere anche alle bordate del professionismo. Probabilmente se Farrell avesse la possibilità di chiacchierare un po’ con Wilkinson, troverebbe gli spunti per indirizzare ancora meglio la propria ricerca della perfezione. Non potrà farlo durante il Tour dei British and Irish Lions, perché Wilko non ci sarà. Largo a giovani con corpi e sogni più freschi, lui si occuperà dell’Heineken Cup e del campionato francese, in due finali che potrebbero essere fotocopia, poiché Clermont e Tolone sono in corsa anche per il Top 14, ai primi due posti della classifica.

 

In fondo la Coppa Europa per club, se vogliamo vedere, è probabilmente la cosa da vincere più vicina alla Coppa del Mondo di rugby, ora che è entrato nella fase adulta. Già nella formula l’Heineken Cup ricorda la Coppa del Mondo: pool di qualificazioni, ancora più difficili perché composte di solo quattro squadre e non da cinque, e, ripescaggio per le migliori due a parte, solo chi vince il girone finisce ai quarti. Ad esempio quest’anno il Leinster, tre Heineken Cup vinte in quattro anni, e ora finalista di Challenge, non si è qualificato ai quarti, perché ha trovato sulla sua strada Clermont. Come se alla Coppa del Mondo si trovassero nello stesso girone Nuova Zelanda e Sudafrica con un solo posto utile per i quarti.
Dopo la fase a gironi, si va in partita secca verso la finale: quarti, semifinali e finale. Tre partite senza possibilità di errori, vinci o perdi tutto in ottanta minuti, al massimo ci sono i tempi supplementari e anche un solo errore potrebbe diventare decisivo. Allora l’Heineken Cup diventa un laboratorio, per chi non si sofferma all’aspetto più superficiale, così com’è un laboratorio il Super XV. Nel secondo si sperimenta e costruisce il prototipo del giocatore del futuro, nel primo si crea il modello della squadra vincente e del giocatore vincente.
Proprio per la similitudine con la World Cup, l’Heineken Cup è un campo di studio importante per gli analisti delle varie nazionali. Probabilmente, dall’osservazione e dall’analisi del torneo degli ultimi anni, è possibile costruire un modello che comprenda le caratteristiche necessarie per vincere anche la Coppa del Mondo.

 

Tornando alle nostre semifinali, in due partite, sono state segnate due mete (una da Clermont e una da Munster), nonostante che sulla carta ci fossero due netti favoriti, che poi hanno vinto, le partite sono state in bilico, un po’ come avvenuto nell’ultima finale della Coppa del Mondo tra Nuova Zelanda e Francia. La prima discriminante nella scelta dei giocatori è la capacità di operare sotto pressione, Clive Woodward si era rivolto a un generale dei corpi speciali dell’esercito, per valutare l’attitudine dei suoi giocatori, prima di scegliere la rosa per la Coppa del Mondo del 2003. E’ una qualità che non tutti hanno, che in parte può essere acquisita grazie all’esperienza. L’Inghilterra campione del mondo del 2003 era la old army, negli All Blacks campioni nel 2011 c’era un giocatore come Brad Thorne e il capitano Richie McCaw aveva superato i cento caps durante il torneo.
Guardando alle finaliste di Heineken, più Tolone di Clermont, sono squadre “datate” o per meglio dire formate da giocatori di grande esperienza. Jonny Wilkinson è il simbolo, perché il drop di domenica l’ha già realizzato nel 2003, perché quando la pressione è salita al massimo, non ha sbagliato neppure un calcio piazzato ed è impensabile pensare che possa sbagliare un drop decisivo, dovesse ripresentarsi l’occasione. Domenica non ha interpretato con tante parole il ruolo di leader, piuttosto si è dedicato con molta attenzione alla parte di lavoro sporco che gli avevano riservato gli avversari. Questo per dire che ogni squadra che vuole essere vincente deve avere una linea di comando ben definita e una coesione del gruppo, sancita dai fatti e dal sacrificio che ogni singolo è disposto a fare per il successo del gruppo.

 

Ci sono poi gli aspetti più legati al gioco, che sono quei fondamentali che ha rilevato molto bene Vittorio Munari durante la telecronaca di Saracens-Tolone: fasi di conquista solide, partendo dalla mischia ordinata, attitudine al combattimento e capacità di vincere la collisione. Poi, dietro, un calciatore che sappia trasformare in punti, il lavoro degli avanti. Poi può entrare la bella giocata, l’azione da meta, raramente la segnatura da cinque punti, ma quando in palio c’è il premio più importante del mondo ovale, la difesa rimane la rampa di lancio per la vittoria.
La bellezza dell’Heineken Cup è che si propone ogni anno, con ancora più valore. Se ci arrivi vicino, puoi riprovarci l’anno dopo, senza dover attendere quattro anni, senza dover smontare una squadra e costruirne una nuova. Munster, prima di vincere il trofeo due volte, ha perso due finali, i giocatori passano, ma frequentando questo tipo di partite, il club cresce e quando ha una guida illuminata, acquisisce quello che banalmente si definisce spirito vincente. Chi vuole vincere la prossima Coppa del Mondo deve guardare anche all’esempio dell’Heineken Cup e per le Nazionali europee, la competitività passa da queste esperienze.

 

di Antonio Raimondi


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7 risposte a “Drop, pacche sulle spalle e Lions: una Heineken Cup stile RWC”

  1. bebbone scrive:

    Dovreste organizzare una coppa che preveda partita secca tra vincente Heineken vs. Vincente Super15. Che nome potremmo darle?

  2. malpensante scrive:

    Disamina perfetta, almeno per me del tutto condivisa. Wilko, mi è sembrata una prestazione super non solo per il drop fenomenale e il piede infallibile, quanto per come abbia governato la partita nei ritmi e nelle cadenze. Su misura per esaltare la squadra e imbarazzare l’avversario, con scelte che richiamano i discorsi fatti qui sulle filosofie orientali: un flusso “naturale” che asseconda e si impossessa della partita, informa di sé la squadra, tanto difficile da realizzare da sembrare alla fine “semplice”. Senza contare che ha placcato e sporcato senza risparmio.

  3. gian scrive:

    personalmente ho trovato il drop di domenica superiore al magnifico gesto del 2003, allora fu tutta la squadra a non subire la pressione, costruire la piattaforma ed affidarsi a wilko, domenica mi è sembrato wilko prendersi sulle spalle, con tutti i rischi che ciò comporta, la decisione del colpo del KO, con una pressione addosso di farrell incredibile

  4. Katmandu scrive:

    I parallelismi tra rwc e hc sotto l’aspetto puramente tecnico ci stanno tutti
    Grandi giocatori (non tutti) grande tatticismo (non sempre si ritrova nel super rugby) e difficoltà a passare il primo turno enorme ancor più che la rwc dato che se arrivi secondo non bastano i tuoi risultati ma anche quelli degli altri
    Fine
    La rwc comunque la reputo più difficile se non altro il “solo” fatto che si gioca ogni 4 anni fa riflettere perchè basta avere un lieve calo di forma o la giornata storta che tutto va a rotoli basta vedere pe due “francia/ab” degli ultimi due mondiali in cui un episodio ha deciso 4 anni di lavoro

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