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Placcare il calcio e farsi un po’ di spazio: alla scoperta del Brasile ovale

Nel 2016 Rio de Janeiro riporterà il rugby alle Olimpiadi. Ma come sta il movimento verdeoro? Ce lo dice Antonio Raimondi

ph. Kai Pfaffenbach/Action Images

Ogni giorno in Brasile un leone si sveglia e sa che deve correre più velocemente di un rugbista brasiliano. Magari non è proprio così, ma l’immagine di fatto ci è stata regalata un paio di settimane fa dal capitano della nazionale seven brasiliana, durante il torneo di Hong Kong: “Noi diciamo che ogni giorno uccidiamo un leone per poter giocare a rugby”. Rende l’idea della passione e delle difficoltà che si possono incontrare quando si prova a far crescere uno sport, che appare molto strano, in un paese che è dedicato storicamente a un’unica passione sportiva. Se guardi bene, scopri pure che qualche spazio per altri sport c’è. Ad esempio il Brasile è dietro solo a Stati Uniti, Cuba e Canada nel medagliere storico dei panamericani, terzo nell’ultima edizione del 2011. Tuttavia il potenziale sportivo è ancora inespresso e probabilmente troverà la spinta decisiva con i Giochi Olimpici di Rio 2016. Legato all’olimpiade è lo sviluppo del rugby brasiliano, ma i piani non si fermano al 2016. Si estendono fino al 2030 con punti di passaggio nel 2019 e nel 2023 a chiusura dei quadrienni IRB legati alla Rugby World Cup.

 

Qual è il traguardo da raggiungere? Diventare il secondo sport del Brasile ed entrare tra le prime venti nazioni del mondo rugbistico.   Il punto di partenza all’inizio del 2013 è di diecimila atleti registrati, centoventi squadre e trentatreesimo posto nel ranking mondiale. Nel 2015 l’obiettivo è di salire a quindicimila giocatori registrati, nel 2019 quarantamila e il sogno è avere cinquecentomila praticanti nel 2030. Il progetto è iniziato nel 2009, quando il rugby brasiliano era relegato nell’anonimato nazionale e le squadre erano in pratica formate da gruppi di amici che più facilmente si trovavano in un parco, rari i campi sottratti al calcio, per una galoppata che invitava alla “cerveja estupidamente gelada” (non serve la traduzione). Un gruppo di manager, ex giocatori, guidato dall’attuale presidente della Confederacao Brasileira de Rugby Sami Arap Sobrinho ha iniziato lo sviluppo, creando un modello di crescita e di gestione, grazie anche alla stretta collaborazione con la società internazionale Deloitte, entrata tra gli sponsor della federazione brasiliana. La base di partenza economica è il finanziamento di circa 500.000 dollari l’anno che la federazione riceve dal comitato olimpico brasiliano. Inoltre altri 220.00 dollari arrivano come finanziamento allo sviluppo da parte dell’International Board. Cifre importanti per una federazione relativamente giovane, ma che sono niente se poi consideriamo anche il territorio brasiliano.

 

Il progetto, ma visti i punti di partenza, si potrebbe definire la sfida visionaria, è iniziata con molto scetticismo, ma dopo quattro anni già si possono intuire i potenziali. Oggi la CBRu ha saputo raccogliere otto sponsor principali e per numero di patrocinatori è la seconda federazione sportiva del Brasile a fianco dello Judo, disciplina che al Brasile ha dato il più alto numero di medaglie olimpiche (tre d’oro, tre d’argento e tredici di bronzo). Si è messo in moto un processo di crescita che oggi trova riscontro anche nelle nuove tendenze di mercato. Il rugby, secondo una ricerca dello scorso mese di settembre, è lo sport che dovrebbe crescere maggiormente nei prossimi anni. Dati neppure immaginabili dieci anni fa: 22% interessato a conoscere meglio, e anche a giocare, a rugby. Nella ricerca è rilevato il ruolo della televisione, che ancora in epoca di social network rimane il mezzo che ha aiutato di più nella conoscenza della palla ovale. L’ingresso di sponsor importanti, gli otto patrocinatori della federazione sono ti fascia alta, ha aiutato la promozione del rugby attraverso la televisione. Nel 2012, oltre agli eventi del circuito internazionale, sono arrivate nelle case dei brasiliani anche le immagini in diretta delle semifinali e della finale del Super 10 (campionato nazionale di prima divisione), il prossimo venti di aprile è programmata in diretta l’amichevole internazionale contro il Messico, in preparazione alle qualificazioni mondiali da affrontare a fine aprile. Sul piano delle competizioni interne sono stati lanciati circuiti nazionali di rugby a sette, sia a livello seniores sia juniores.

 

Sul piano tecnico il Brasile ha scelto la Nuova Zelanda, firmando un contratto di collaborazione della durata di cinque anni con i Crusaders e Canterbury. L’accordo ha portato il coach Darryn Collins a tempo pieno in Brasile, per aiutare i giocatori e gli allenatori a sviluppare e seguire i programmi per l’alto livello. Nello staff tecnico ci sono anche Tabai Matson, Scott Robertson e Steve Frew. Per il Seven, sia donne sia uomini, la responsabilità è affidata a Dallas Seymour, una stella del rugby a sette neozelandese fino a una decina di anni fa, capace di portare entusiasmo ed esperienza, visto che ha collaborato con il comitato olimpico neozelandese nella spedizione olimpica di Pechino 2008. I vari tecnici di Canterbury garantiscono tutto il lavoro di formazione per giocatori e allenatori, attraverso il lavoro sul campo in Brasile e stage in Nuova Zelanda.
L’obiettivo dichiarato del seven brasiliano è una medaglia a Rio 2016, anche per questo si sta andando in tempi rapidissimi alla formazione di un “panel” di giocatori professionisti dedicati a tempo pieno per l’obiettivo olimpico. I professionisti troveranno casa presso il centro di allenamento della CBRu a San Jose do Campos, nello stato di San Paolo, che poi è anche quello dove è maggiormente presente la palla ovale. Non a caso nell’area di San Paolo si è concentrato l’investimento di un progetto a livello di base lanciato dalla Premiership inglese che attraverso il lavoro di dodici allenatori scelti nell’area “community” dei club inglesi, ha portato il rugby come elemento di aggregazione in dodici scuole, avvicinando circa dodicimila studenti alla palla ovale. La federazione non è direttamente coinvolta in questo progetto, ma auspica la possibilità di estenderlo anche ad altri stati, perché lo sviluppo del rugby di base sul territorio nazionale è ovviamente uno degli obiettivi primari. Con una popolazione di 200 milioni di abitanti e la voglia di fare qualcosa di grande, saranno tempi duri per i leoni in Brasile.

 

di Antonio Raimondi

 

Un paio di anni fa la federazione brasiliana ha girato alcuni spot televisivi davvero divertenti, con una bella dose di autoironia. Ve ne presentiamo alcuni. Guardateli, ne vale la pena

 

 

 


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3 risposte a “Placcare il calcio e farsi un po’ di spazio: alla scoperta del Brasile ovale”

  1. Pesso scrive:

    Quanto ad auto-ironia non sono secondi a nessuno!
    Comunque bravi, si deve sempre puntare alto!

  2. william scrive:

    Bravo Raimondo, belle storie.
    Bellissimi i video!

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