Una, dieci, cento, mille Sesto San Giovanni. Una piccola storia ovale

Marco Pastonesi ci conduce alle porte di Milano, ma potremmo trovarci in Sicilia o in Umbria. Una piccola storia molto italiana

 

Rimettersi in sesto, a Sesto. Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia. Officine, fabbriche, industrie. Manovali, operai, lavoratori. Cartellini, turni, anche notturni. Posti, lotte, anche scioperi. Tute blu, camicie rosse, colletti sporchi. E maglie a strisce orizzontali. Quelle del rugby. La prima volta con il Geas, che però, abituata al basket e al nuoto, molla in fretta. La seconda volta con Alfio Lusuardi, che però, giocatore e allenatore di rugby, a Milano e dintorni, tiene duro. Lusuardi parte dai bambini, minirugby, sa che è questa la strada giusta, sottrarli al calcio e ai computer, regalarli alla terra e all’aria, dargli una meta. Poi deve sospendere, aspettare, ricaricare, due o tre anni, abbastanza per ritrovare brace e non ancora cenere. Tant’è che quando Lusuardi riparte, stavolta dai grandi, dagli adulti, dagli amici, eppure tutta gente che a rugby non ha mai giocato, spera che questa sia la strada giusta.

E stavolta è proprio quella giusta. Pronti, via: aprile 2011, Sesto San Giovanni, maglie bianche e azzurre, campo sportivo comunale, una cattedrale edificata nel 1984 e poi abbandonata nel deserto, che è la periferia metropolitana, si chiama Manin perché sorge in via Manin, il primo allenamento è fra una trentina di curiosi e appassionati, a predicare i palloni da passare indietro e il territorio da conquistare in avanti sono i due Viganò, Davide ed Emanuele, il resto viene da sé. E il resto è il primo anno di vita vera e veramente vissuta, una cinquantina di adulti, una quindicina di old, una trentina di bambini, un campionato che scatta dal minimo sindacale, la serie C regionale, con tanto di cinque vittorie. Volontariato puro.

Sesto San Giovanni potrebbe essere anche in Sardegna o in Sicilia, in Alto Adige o in Valle d’Aosta. Perché il rugby italiano è quello lì, è questo qui, senza soldi, senza campo, senza scarpe, ma con coraggio, con ottimismo, con incoscienza, per caso, per passione, per amore.
Un anno dopo, il Manin viene ufficialmente concesso, fra rugby e calcio si può fare e si può convivere, l’estate trascorsa a raccogliere sassi e a tappare buche, ma il campo c’è, le tribune potrebbero accogliere fino a duemila spettatori, e il contorno è da aggiustare, un po’ ogni giorno, le luci funzionano, le porte a H non ci sono ancora, ma ci saranno entro la fine del 2012, una innalzata dall’amministrazione comunale, l’altra dal Rugby club. Adesso la prima squadra combatte sempre nella C regionale, la ribattezzano Velesto (ma potrebbe essere anche Sestate, essendo il matrimonio fra Celate Sesto o fra Sesto e Velate), i minirugbisti sono solo una quindicina, divisi fra under 6 e under 8 da una parte e under 10 e under 12 dall’altra, i più grandicelli spediti nell’Iride Cologno, ma la società respira, campa, cresce.
Così, se vi capita di navigare sulla tangenziale est di Milano, uscita Cologno sud, luci nella nebbia e nel traffico, e vedete giocatori arlecchini e palloni ovali, adesso sapete che sono loro. Che corrono, saltano, placcano, spingono. E che si rimettono in sesto, a Sesto.

 

di Marco Pastonesi

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